E’ davvero di cuore che auguro a lei a alla sua famiglia un sereno Natale e un felice anno nuovo

cos'è questo? E io che cazzo ne so. Ma non avresti dovuto scrivere qualcosa sul Natale? Sì, ad esempio? Potrei scrivere un qualcosa di sarcastico sul fatto che a Natale siamo tutti più buoni e poi invece siamo tutti in giro ingorgati il ventiquattro dicembre stressati perché ancora non abbiamo fatto i regali e siamo in macchina che malediciamo tutti e lanciamo bestemmie per apririci la strada. Oppure qualcosa su quant'è bello stare in famiglia per il cenone, mangiare come dei bufali e stare male dopo o perché non riesci a digerire o perché ti assale il senso di colpa per quella trippa ciondolante che straborda dai pantaloni. Dai, meglio non mettersi a scrivere cazzate. L'avranno scritta duemilioni di volte 'sta cosa. E' ancora più scontata di un film tratto da "Canto di Natale"! Ma come, non lo sai? Ne hanno appena fatto uno. Ecco, appunto. Però è in treddì.

Ma poi, a proposito di film, che palle: a Natale s'inceppa il palinsesto televisivo. Hanno rimbecillito me con i soliti tre film natalizi e con quegli stessi tre, o remake degli stessi, ci rimbecilliranno i miei (ipotetici) figli. Perché allora continui a guardarli quei film? Ma se ti ho appena detto che mi ci hanno rimbecillito: ormai sono convinto che se IO non guardo Willy Wonka mi sveglio la mattina del venticinque e scopro che hanno abolito il Natale.

Dai, smettila, che fai tanto il sostenuto, ma poi alla fine il Natale piace anche a te. Ma sì sì, alla fine piace anche a me, però, tutti gli anni, non lo so, ad un certo punto, mi rompo i coglioni. Roba che già il venticinque mattina tirerei giù a fucilate alberi, presepi, addobbi e babbi natale arrampicaringhiere (questi anche molto prima del venticinque, che poi, non ho mai sentito nessuno dire "che belli i babbi natale arrampicaringhiere", ma allora, chi diavolo li appende in giro? Cos'è? C'è forse una setta segreta che nottetempo li schiaffa sui balconi all'inspauta degli abitanti? E' un po' come la storia di Berlusconi che nessuno lo vota e poi vince le elezioni).

Cazzo, certo che sei acido stamani. Sarà il pandoro che mi fa acido, o sarà il riflusso dello spirito natalizio che poi, se intendi "spirito" come lo intendo io, 'sto riflusso assomiglia un po' troppo ai postumi dell'ennesima sbronza.

La scrittrice

Un cappellino bianco, un vestitino a fiori e un'andatura sculettante. Due tette così: sbattute sopra il bancone.

- Salve, beve qualcosa?

- No, grazie, stavo soltanto cercando il bagno.

- In fondo a destra, come sempre.

T'eri presentata così, con quello scollo vertiginoso a precipizio sul bancone. Mica lo sapevo che eri tu quella del reading poetico-musicale. Non che mi fossi interessato molto, in realtà, avevo soltanto letto il manifesto. Colpa di quel fenomeno del mio socio che s'era inventato questa solenne stronzata per cercare di raccattare un po' di gente ché altrimenti, di martedì, in pieno inverno, chi volevi che mettesse il naso fuori di casa per venirsi a bere qualcosa.

E io: dietro al bancone, come tutte le sere.

Il bagno, m'avevi chiesto, e poi te n'eri andata. Erano passati sì e no due secondi e io m'ero già dimenticato di te.

Poi un gridolino al confine con gli ultrasuoni, timpano ferito, collo girato e m'ero trovato davanti questo mostro che mi chiedeva, tutta eccitata.

- E' lei?! E' LEI?!?!

- E' lei chi? Scusa?

- Ma come chi?! la S C R I T T R I C E ! ! !

- Ah, sì, boh, no, forse. Senti, guarda, non lo so, c'è lì il mio socio, puoi chiedere a lui.

Però a quel punto aspettai che tu uscissi dal bagno. E ti guardai.
Ok, sì, prima di tutto ti riguardai ben bene le tette ma poi detti un'occhiata anche a tutto il resto.

Ti sentivi una strafica, camminavi come una strafica, muovevi le mani, ti atteggiavi, parlavi, guardavi, respiravi, come una strafica.

Ma non eri mica tutto questo granché, sai.

Ti sentivi un'artista, camminavi come un'artista, muovevi le mani, ti atteggiavi, parlavi, guardavi, respiravi, come un'artista.

Poi cominciasti a leggere. Ma sai cosa? Non scrivevi mica come un'artista.

Di gente, in effetti, ne venne, più di quanta mi aspettassi. Sarà stato che era davvero martedì e in giro non c'era veramente un cazzo da fare. Oppure sarà stato che li salutavi tutti e tutti li chiamavi per nome.

Una birra un americano un negroni un analcolico... un analcoliCOSA?!. Così, avanti, tutta la sera, tra un bicchiere servito e uno bevuto sentii poco del tuo reading poetico-musicale: parole bofonchiate, coperte da una musica sconfortante.

Mi ero dimenticato di te dopo quella serata... poi l'altra sera, un martedì, guarda il caso, a volte, che strani scherzi gioca, locale chiuso e io che me ne vado al cinema a vedermi un film.

All'improvviso una visione: un cappellino bianco, un vestitino a fiori e un'andatura sculettante. Due tette così: sbattute sopra la cassa del cinema.

Mi avvicino, ti saluto, mi riconosci.

- Oh ciao, che ci fai qui? e il locale?

- Chiuso stasera, alla fine l'ho convinto il mio socio che il martedì non ne vale la pena. Almeno vado al cinema di martedì, che mi piace il cinema quando c'è poca gente, e soprattutto pochi bambini. Mi rilasso, mi guardo un bel film insulso, uno di quelli tutti esplosioni e inseguimenti, spengo il cervello due ore e vado a letto contento. E tu, invece, cosa vai a vedere?

- Ah no, io vado al cinema solo se c'è un film interessante. Stasera per esempio, c'è una bellissima retrospettiva sul cinema Danese. Imperdibile.

- No no, non fa per me, preferisco le mie esplosioni. Vabbè, devo andare, che inizia il film.

- Certo, ciao, non vorrei farti fare tardi, alla prossima volta, magari al locale, è un posto così carino...

Ecco, niente di strano, ma non ho mai capito perché sul tuo biglietto ci fosse scritto "Natale a Beverly Hills".

cosa ci vuoi fare

come vuoi tu, cara.
come dici tu, cara.
come chiedi tu, cara.

Cosa non si farebbe per tenersi una che pulisca casa in modo decente, che stiri e che sappia cucinare. Oddio, a dir la verità non è esattamente il tuo caso, ma non è che potevo pretendere tanto di più.

Fortuna che dopo esco. Fortuna che dopo vado al bar. Pensare che esco presto al mattino e torno giusto per l'ora di cena. Se me la dovessi sorbire tutto il giorno avrei divorziato anni fa. Sì, e poi? Non so nemmeno rammendare un calzino. Non mi riesce di cucinare nemmeno il riso lesso. Sai dov'ero a quest'ora. Morto di fame. E di freddo: per i calzini bucati.

Ma che mi diceva il cervello. Manco a dire che ero giovane e non capivo. Avevo trentanni quando l'ho sposata, per carità, non sono mai stato né un uomo di mondo né un donnaiolo, ma possibile che non avessi trovato niente di meglio?

Bah... forse è proprio perché avevo trent'anni, una laurea, un lavoro, una casa. Mi mancava la moglie, che ci vuoi fare: così va la vita. Poi uno si ritrova vent'anni dopo, su questa poltrona, e no, proprio non si ricorda di averla amata quella donna.

Sarei dovuto stare più attento. O magari lo sono stato. Chi volevi che lo prendesse uno come me. L'incontro di due disperazioni, ecco cosa siamo. Io avevo trentanni, lei pure: dovevamo sposarci, dovevamo "mettere su famiglia". Io, a questo punto, la famiglia la metterei giù, altroché, ma come si fa, la casa, le cose in comune, gli amici, i parenti, cosa penserebbero, che sono un fallito, ecco cosa penserebbero.

Ma alla fine, cosa voglio di più, devo soltanto darle ragione ogni tanto, far finta di ascoltare qualche sfogo. Far buon viso a cattivo gioco: non è così che facciamo un po' tutti?

Vabbè, basta, andiamo al bar, che mi aspettano.

ore nove ore diciotto

La vallata come un cappuccino torbido e la cima delle colline briciole a galleggiare. Sopra il rosazzurro lucido e pulito dell'alba appena passata.

In queste mattinate così placide: io mi sveglio furibondo.

Ci provo. Ma non riesco ad imparare a non disseminare il mio cammino con la solita scia di bestemmie vaffanculo e maledizioni. Ci sono cose che al mattino non si dovrebbero vedere. Tra queste: io.

Il caffè nero amaro e denso è una scossa elettrica bollente giù per la gola. Poche parole e poco comprensibili. Buongiorno. Sì, buongiorno un cazzo. In ritardo, anche stamani. Avrei dovuto anche lavare i piatti di ieri sera: sarà per un'altra volta.

E la colazione, lontano ricordo. Altro che disordine creativo, continuo così e l'unica cosa che rimedierò sarà un disordine alimentare.

Non è solo la nebbia. E' l'aria che è densa e che è rimasta appiccicata alle cose, lucide e scivolose come la pelle dei rospi. Il respiro appeso al vetro, un finestrino aperto per lasciar andare il fumo della prima sigaretta.

E il conto alla rovescia.

Buongiorno.

La prima impressione è quella che conta

la questione è seria.

parli delle mie abitudini?

certo: di cos'altro dovrei parlare? e non chiamarle abitudini, ti piacerebbe che fossero soltanto abitudini. Sono MANIE, chiamale con il loro nome santiddio. Ti rendi conto che stamani mentre stavi ancora finendo di lavarti i denti hai preso una spugna e hai dato una passata al lavandino?

Scusa cosa c'è di male? Davvero non vedo cosa ci sia di male a tenere la propria casa pulita.

E quell'armadio. In quella camera: vuota. Con quelle pareti: NUDE. Ogni volta che lo apri manca soltanto che tu ti metta a recitare una preghiera. Guarda, scommetto che se te lo chiedessi sapresti dirmi, anche adesso, in che ordine sono le camicie.

Certo! da sinistra ci sono le due bianche e poi quelle a quadr...

NON TE L'HO CHIESTO! Vedi, anche questa volta non c'hai capito un cazzo. Io ti sto chiedendo di rilassarti, di sciogliere qualcuna delle tue manie e l'unica cosa che sai fare è dirmi che non c'è nulla di male, che è tutto normale. NORMALE?! Ti prego, se non puoi smettere di pensarlo almeno smetti di dirlo.
Il tuo è un problema, ed è serio. Se l'avessi saputo, la prima volta che mi hai invitato a cena... Mi ricordo di quello che pensai mentre ero ancora sulla porta, ok, non mi ricordo che strana musica tu stessi ascoltando ma mi ricordo che pensai "mio dio, se comincia così, andiamo bene"...
Non so più cosa pensare, te ne rendi conto? Manca soltanto che tu prenda uno di quei coltelli da cucina, che, nemmeno a dirlo, tieni sempre puliti e affilatissimi e che cominci a farmi a pezzi.
No, fermo, cosa diavolo stai facendo, a cosa ti serve adesso, quel coltello?

Il senso del contrario e di un risotto ben fatto.

Dell'autunno che doveva arrivare. Di quando poi mi sono svegliato ed era già inverno: devo sicuramente aver dormito un po' troppo. La questione è difficile da digerire. Non è una cosa facile da dire. Posso riderci ma l'odore acido e ammorbante di bruciato non sono riuscito a lavarlo via dalle mani. Dell'aria secca che ti asciuga e non mi lascia dormire. Ho ancora voglia di starmi addosso? Supponiamo per un attimo che fossero le ipotesi ad essere false. La otto in buca d'angolo, un tiro perfetto. No, non mi manca la televisione, magari soltanto un po' il gattino Virgola e le televendite. No, per favore, non urlare, davvero non mi sembra il caso. Non è la camicia che non s'intona ai miei occhi è, appunto, il contrario. In quella certa stanza quattro anni quattro di cazzate e foglietti gialli. Due più in là una nuvola bianca e io di passaggio per qualche caffè. No, non me n'ero proprio accorto. Oppure il contrario: non c'ero. Sì ma, che c'entra? No ma, perché deve? Per forza? Sono possessivo sulle cose superflue, ma che abbiano un senso, soprattutto quello del contrario. Sui peli pure, ma alcuni non ce l'ho fatta a tenerli per me.

Un risotto disegnato coi pennarelli. Il giallo l'avevo finito, ho usato il viola.

E' pronto: siediti pure.

e pensare che non mi piaceva Battisti

Le nostre strade si erano incrociate tante di quelle volte che, a ripensarci dopo, sembrava quasi impossibile non essersi mai accorti l'uno dell'altra.

Strade simili sì, ma c'era così poco in comune tra noi.

Due mondi paralleli: sembravamo un gioco ad incastro. Tu con i tuoi frammenti di storia raccolti come per caso e in ordine sparso nel tuo armadio incasinato. Io con la mia storia da bravo ragazzo, con un matrimonio imminente schivato all'ultimo istante e un armadio con le camicie ordinate per colore.

E quanto ti divertivi a scambiarle di posto.

Io affogato nello stereotipo dell'intellettuale comunista e tu che non sapevi nemmeno cosa fossero destra e sinistra.

Io meno inquadrato di quello che davo a vedere, tu molto più razionale di quello che si sarebbe potuto pensare.

Ed era il nostro gioco scoprirci a vicenda, noi facce diverse di una stessa medaglia.

Affacciati sul bordo sottile a sporgersi un poco più in là.

Io con i miei vecchi dischi dei Pink Floyd e dei Beatles ordinati e precisi. E tu, che insistevi, continuamente, sempre. Che dovevo. Che non potevo. Che in tutti i modi avrei dovuto. Per forza: ASCOLTARE BATTISTI.

avrà il tuo sorriso e avrà i tuoi occhi

Polvere scintille e capelli sul pavimento immacolato del bagno.

Questo è tutto quello che m'hai lasciato. Sei scappata, scomparsa. La linea sinuosa a cui per giorni sono rimasto aggrappato è scivolata via dalle mie mani.

E adesso?

E adesso sarà difficile, come ogni volta e come ogni volta sarà più difficile della precedente.

Difficile a trentanni, sì, proprio difficile. Mettici l'esperienza, mettici che, come dice mia madre, le migliori se le sono già prese, mettici che, soprattutto, cominci ad aver capito fin troppo bene quello che vuoi.

Va bene: sto bene anche solo. Questo lo so anche da me.

Infatti non cerco qualcuno che mi tenga compagnia, cerco qualcuno che mi completi, perdio. Cerco quella che riesca a non annoiarmi, quella che bacerò ogni volta perché avrò voglia di farlo e non per tapparle e per tapparmi la bocca.

Sai cosa me ne frega poi se è di marmo, se è un ciambellino o se è rossa, gialla o turchina.

Te ne sei andata, allora.

Quindi?

Quindi non so ancora chi sarà la donna della mia vita.

Ma, anche questa volta, una cosa l'ho imparata: avrà il tuo sorriso e avrà i tuoi occhi.

Il volto del mago

Avrò avuto dieci anni e tutto sommato ero un bambino abbastanza normale. Come a tutti i bambini normali mi piacevano da impazzire i fuochi artificiali. Fumo e odore di zolfo, un'anticamera dell'inferno nel naso e luce, uno spettacolo da paradiso, negli occhi.

I fuochi sì, ma soltanto una volta all'anno. Solita festa del solito santo patrono.
Cosa? Il nome del patrono? E io che ne so, non mi sono mai interessato gran che alla gente famosa.

Era settembre, questo sì me lo ricordo bene, perché finiva l'estate, che eravamo tutti tristi perché da lì a qualche giorno sarebbe ricominciata la scuola, e quella era l'ultima, ma veramente l'ultima, occasione per far festa.

La festa era un prato con quattro banchetti di cianfrusaglie e uno di dolci. E la festa eravamo noi: bambinetti scalmanati che correvamo rincorsi da madri che, sull'orlo di una crisi di nervi, urlavano disperate l'epica frase "non correre che poi sudi" (pensa se avessero saputo quel che costa adesso l'iscrizione in una qualunque palestra dove l'unica cosa che vai a fare è sudare, perché sì, uno prova anche a rimorchiare in palestra, ma, almeno a me, non m'è mai riuscito).

E la festa erano i fuochi aritificiali.
Era il momento che tutti aspettavamo.

Centinaia di facce, tutte uguali, con il naso all'insù e la bocca spalancata, già pronta per la cascata delle o di meraviglia.

Avrò avuto dieci anni, dicevo, e anche io ero là, seduto sul prato in mezzo alle facce tutte uguali e non so come, non so perché, per un attimo i miei occhi caddero giù, e mi accorsi che dietro quella magia c'era un mago. E questo mago era un omino basso, nervoso e vestito di scuro. E correva, come un pazzo, e dalle sue mani, ogni volta che si fermava, sprizzavano scintille.

Le sue mani: e il suo volto. Teso nello sforzo e concentrato come se stesse recitando una preghiera, che deve essere precisa, dove ogni parola deve essere quella giusta e la devi dire al momento giusto. E nero. Il suo volto era nero, ma non di quel nero senegalese che conosciamo un po' tutti, era il nero della fuliggine, del fumo, della polvere pirica penetrata ormai nella sua pelle. Era un nero da miniera, quasi.

E poi mi ricordo i tre botti di luce, che tutti conoscevamo, che tutti sapevamo essere il gran finale della nostra estate.

Quella volta i tre botti li ho sentiti ma non li ho visti, che io, ormai, guardavo soltanto il volto del mago. E lui, nella luce del gran finale, senza più fretta, finalmente fermo in mezzo al cartone sbruciacchiato e ai lapilli incandescenti che cadevano dal cielo, alzò lo sguardo e guardò noi: guardò noi e le nostre facce vestite tutte uguali e: sorrise.

Un sorriso sfinito, coperto di fumo e sudore, ma un sorriso di quelli che, oh, se ne fai uno così ad una donna, quella sicuro che si innamora.

Non sono più andato a vedere uno spettacolo di fuochi artificiali in vita mia, che io alla magia mica ci credo.

e pensare che non ti piaceva De Andrè

ma che fai mi leggi nel pensiero? mi avevi detto. No, semplicemente parlo di me. Ti avevo risposto. Eppure sei capace di dire le cose nel momento esatto in cui io le sto pensando...

Ma non era così. Era soltanto il nostro modo, molto simile, di vedere le parole. Una sorta di intelligenza astratta, fatta di immagini e colori più che di suoni e significati.

Ci univa la passione smodata per la lettura e per l'arte.

E ci univano quei tuoi occhi scuri. I miei li avevi definiti furbi, mi era sembrato esagerato, a dire la verità. Piccoli e sfuggenti, ti avevo risposto, mentre lo sguardo mi cadeva ancora sul tuo seno, e tu: sorridevi.

Che poi, discutevamo per ore. Mai d'accordo su nulla, anzi, eravamo capaci di incazzarci sui nostri punti di vista stranamente simili e irriducibilmente inconciliabili e andare avanti a discutere, a ripeterci, fino a stancarci, i nostri reciproci torti. Ne uscivamo quasi convinti delle posizioni dell'altro ma mai, mai, disposti ad ammetterlo.

Testoni, testardi, orgogliosi.

Non ti eri accorta, quella sera, che m'eri sembrata uno strano riassunto di tutte le donne della mia vita. E nemmeno io. Soltanto quando mi misi a scrivere, giorni dopo, me ne accorsi. Parlavo di te e parlavo di tutte.

C'eravamo trovati come per caso e come per caso ci perdemmo, senza mai esserci avvicinati abbastanza, senza esserci mai nemmeno sfiorati.

Questo è un po' lungo, ma dovrebbe piacervi, stronzi (cit.)

Ne erano successe di cose strane, cazzo. E un cazzo era proprio quello che c'avevo capito, come al solito. Ero rimasto alla fine solo e stordito nel silenzio, come al solito. Era già notte fonda quando te n'eri andata. Anzi, era già notte fonda quando mi avevi chiesto di riaccompagnarti a casa. Lo ammetto, il mio: se vuoi puoi dormire qui, era stato tremendamente fiacco e poco convincente. Non era quello il modo di dirlo, certo, ma avevo già troppe cose che mi frullavano per la testa, e poi, diciamoci la verità: io queste cose non le ho mai sapute fare. Finché è una cena, un caffè, un bicchiere di vino, quattro chiacchiere: tutto perfetto, calibrato al millimetro: poi: il niente, quando si tratta di arrivare al dunque non so mai che pesci prendere.

Avevamo ammucchiato parole tutta la sera. Fin da quel tuo arrivo improvviso, da quando eri ancora di fronte alla porta e sotto quella pioggia torrenziale. Ho perso l'autobus, mi avevi detto, non sapevo dove andare, mi sono rifugiata in un bar e poi mi sei venuto in mente tu e mi sono ricordata che abitavi, anzi abiti, a due passi da lì.

Sorpreso? Sorpreso è dire poco, ero venuto ad aprire masticando bestemmie, ancora incastrato su quella pagina del mio nuovo libro che si ostinava a rimanere bianca nonostante tutti i miei sforzi. Il postino con l'ennesima multa per divieto di sosta o con un'altra bolletta avevo pensato, beh, erano mesi che il campanello suonava solo per il postino, cos'altro avrei potuto pensare.

Avevo aperto la porta senza nemmeno guardare e m'ero trovato davanti te, fradicia da capo a piedi.

Ciao, avevi detto, come se rivedersi dopo cinque anni (cinque vero? cinque ne erano passati?) fosse la cosa più normale del mondo.

Silenzio.

Silenzio.

Ciao. Avevo detto.

No, rivederti dopo cinque anni non era la cosa più normale del mondo.

Mi fai entrare?

Sì, certo. Entra pure.

Ti eri fatta spazio tra le cianfrusaglie ammucchiate nel piccolo ingresso, cataste di libri, bollette non pagate, il mio catastrofico disordine che anni prima avevi tentato, senza troppa convinzione e fortuna, di curare.

Le parole erano sgorgate da sole, come se ci fossimo visti il giorno prima e invece dovevo raccontarti cinque anni di vita, un libro e il successo improvviso. E tu eri rimasta là ad ascoltarmi, come avevi sempre fatto. E io lì a parlare preso da me, dal mio narcisismo sfrenato e dalle mie mille ossessioni.

Soltanto alla fine me lo avevi detto. Sai, mi sono sposata, ho un figlio.

Non lo so con certezza, non m'ero visto in faccia, ma sono abbastanza sicuro di aver strabuzzato gli occhi e di essere diventato di un pallore mortale.

Silenzio.

Silenzio.

Non avevo avuto niente da dirti, nemmeno un auguri, un sono felice per te o una qualunque altra frasetta di circostanza del cazzo.

Poi tu avevi iniziato il racconto. I tuoi ultimi cinque anni: la tua vita. E io me ne ero rimasto in silenzio, come raramente mi accade.

Si è fatto tardi, avevi detto alla fine, accompagnami a casa.

Puoi restare se vuoi e avevo già le chiavi della macchina in mano. Meglio di no, avevi detto, a casa ho un sacco di cose da fare... ah già, la famiglia, avevo risposto.

Uno ciao fu ancora l'unica cosa che ebbi il coraggio di dire, tu invece un ci rivediamo presto che suonò falso anche a te rimbalzando sul mio certamente.

La portiera e poco dopo la porta, prima che mi riuscisse di mormorare quel tra altri cinque anni, anche dieci, se ti va.

le belle statuine

C'è bisogno di spazio per le cose. Se non ne hai devi farlo. L'essere umano è intimamente feticista. La poca memoria frutto spesso di scarsa organizzazione mentale si ripercuote indomita sull'eccessiva organizzazione delle case, stipate di oggetti inutili, tra maschere africane made in china e barche veneziane di dubbia provenienza trova posto l'orrenda bomboniera del battesimo di quel nipote che adesso ha i capelli lunghi e l'orecchino. Rimane il problema di trovare lo spazio per tutto. Mirabolanti sistemi fatti di incastri e carrelli elevatori dominano mensole e ripiani. Intere legioni di inquietanti souvenir a riempire una vita che alla fine ti sembra una ragnatela di fili appesi tra le feste ricordate. Fili dove stanno appesi lugubri oggetti. Le statuine. Non avrei da piccolo dovuto giocare a pallone in camera. Ringrazio adesso la mia poca disciplina e mi ringrazia sentitamente anche la divinità protettrice dei soprammobili che non ne poteva veramente più di dover prestare la propria attenzione a quelle angeliche statuine cocciute e dorate. Cocciute nemmeno poi tanto se bastava la pallonata di un bambino quattrenne a chiuderne anticipatamente, mai abbastanza, la triste e polverosa agonia.

Quando trovo in questo mio silenzio una parola scavata è nella mia vita come un abisso (*)

c'è questa questione delle parole scelte con cura. Brandelli, non pezzi. Perché il pezzo è qualcosa di duro di definito, di scelto. Il brandello no, te lo porti dietro come per caso. E' quello che t'è rimasto appiccicato addosso quando te ne sei andato. E adesso eccolo lì. La mia memoria è fatta a brandelli. Non c'è un costrutto non c'è una logica e soprattutto non ce la voglio mettere. Perché me ne vado e sbatto la porta e voglio lasciarmi dietro soltanto brandelli. Non puoi lasciarti dietro pezzi di vita, puoi soltanto portarteli dentro. Agli altri non puoi lasciare niente, gli altri non sono te. E' la stessa scena dello stesso film ed è DIVERSA. E allora? E allora come faccio a parlare con te, che tanto non mi capisci. Come faccio a spiegarti una cosa. Le mie parole non sono le tue, e non le scelgo con cura. E a me il rosa confetto fa pensare ad un'email vecchia di anni e a te al battesimo del tuo nipotino. E allora? E allora smetto di dirle le cose, uno sguardo scuro ed un silenzio agghiacciante, mi si addicono di più delle parole fraintese.
(*) Commiato, Giuseppe Ungaretti

La ricetta della felicità

no, dai, è fatica. Ma che gli dico io a questa. Metti il caso che questa viene a cena. Ecco, poi, io, che cazzo le racconto? Non è che posso uscirmene con un "certo che c'hai un bel paio di tette" poi spogliarla e partire. Lo sai come vanno queste cose, quattro cazzate, prima, gliele devi raccontare. Sì lo so anche io che è solo il solito gioco delle parti vecchio e puzzone, ma mi dici io cosa ci posso fare. A me questa mi fa sangue, tutto qui. C'avrà la testa anche solo per sparti' le orecchie, ma l'avanzo Madre Natura (sempre sia benedetta) gliel'ha piazzato sul davanti, e lo sai che mi ci casca l'occhio, su certe cose. Ma certo che lo so che se viene a cena da me il più è fatto, ma mica sempre. Fosse la prima volta che una si presenta qui e poi ad un certo punto mi dice portami a casa invece di dirmi portami a letto. Sì che è colpa mia, è proprio questo il problema, se non so cosa dirle alla fine questa mi manda affanculo. Dai, ammettilo che è fatica, star lì a contar balle. A una le dissi: guarda io mi metto ai fornelli, ti preparo una cena coi fiocchi, la tua incombenza è scegliere un cd e conquistarti la posizione più comoda che puoi immaginare sul mio divano. Risposta: non conosco nemmeno uno dei cd che hai. E vabbè, anche qui la colpa è mia, ma mica tutta santiddio! capisco i Pink Floyd o i Soul Coughing, però chessò, almeno De Andrè, Battiato, Gaetano, cazzo, qualcosa. M'ha chiesto la Pausini, la PAUSINI, ti rendi conto?! Sai dove m'è scesa la libido? Ecco, anche un po' più giù. Com'è finita? In che senso com'è finita? Ah, vabbè, eccerto che l'ho sdraiata. Con quello che avevo speso tra benzina, vino e cena avrei proprio voluto vedere... tra un po' mi conveniva andare e pagarne una direttamente, che magari mi faceva anche la ricevuta e poi la scaricavo dalle tasse come spesa medica. A proposito, te che sei dottore, che mi ci devo far scrivere sulla ricetta?

niente

Mi misi a scrivere per riempire il nulla cosmico che aveva invaso quella serata. Frugai nella borsa e ci trovai due pacchetti di sigarette. Un dio buono mi aveva evidentemente avvertito che sarebbe stata una di quelle serate vuote, con poco da dire e niente da fare, compressa tra l'ultimo bicchiere di ieri e la cena tra amici di domani. Quel dio buono mi aveva avvertito sì, che non avrei avuto la voglia di mettere il naso fuori di casa, che me ne sarei rimasto lì, impantanato come al solito tra una cena improvvisata dentro quel niente, ancora, che da settimane non riuscivo a riempire nella dispensa e quel libro aperto sul solito divano.

Era passata mia madre. Ma non hai niente in casa, cosa mangi, come vivi. Mamma, non rompere, non ci sono mai a casa, e quando passo di qui in genere dovrei essere già a letto da tre ore o essermi svegliato da una. Lo vedi, la tua è una vita sregolata. Quand'è che troverai una donna in gamba e metterai la testa a posto, hai quasi trent'anni, guarda che le migliori se le sono già prese tutte. Appunto, mi devo accontentare degli scarti? Già ci ceno con gli scarti, vorrai mica che ci debba anche convivere. Ecco lo vedi come sei, non sai far altro che dire stronzate. Guarda che io ho soltanto tratto una conclusione logica da quello che avevi detto tu. Smettila! Non farmi dire quello che non ho detto. Vabbè, vabbè, non t'arrabbiare che stavo solo scherzando.

Fortunatamente se ne era andata, sbattendo la porta, come al solito, e portandosi via i vestiti da lavare, come al solito, fortunatamente.

Sul divano, non fosse stato per quel libro aperto in mano e per il fatto che la televisione era rotta da mesi, avrei potuto essere come quell'omino giallo lì, quello che ha il divano con la forma del culo. Non avevo mai capito se, effettivamente, glielo avessero già venduto così. Io da Ikea ci avevo guardato, ma quel modello lì non lo avevo trovato. Anche perché, pensai, quell'omino giallo lì dev'essere americano e magari in america ancora Ikea non c'è arrivata. Però è strano, pensai, perché alla fine Ikea se devi arredare una casa è come McDonald se hai fame. E quindi? pensai, non è che se uno ha fame deve per forza andare da Ikea.

Buttai un occhio al lavandino. I piatti avevano preso uno strano colore, non capii se era muffa, quello che avevo mangiato o quella splendida luce del tramonto che filtrava dalla finestra socchiusa. Chiusi le imposte, le cose troppo romantiche non m'erano mai piaciute. Quella roba di quello strano colore rimase lì, imperterrita. Sarebbe il caso di lavarli, pensai. Un pensiero distratto più che un proposito. No anzi no, era proprio un proposito, per il nuovo anno. Oggi, addì 25 di Agosto.

Hyknusa

Di un viaggio restano gli sguardi. Lo sguardo iniettato di sangue di un cavallo lanciato a folle velocità e del fantino che guarda in faccia la morte. E le sputa.

Lo sguardo dei compagni di viaggio, attraverso la visiera. Guardare sotto al dirupo, il mare dritto negli occhi, guardarsi ancora una volta e poi sorridere.

Lo sguardo delle persone incontrate, di quelle che ti hanno accolto come un fratello senza averti mai conosciuto.
Sguardi chiari come il mare e scuri come la terra bruciata dal sale e dal sole.

E gli odori. L'odore del mare che ti invade, fosse anche nel porto più brutto che tu abbia mai visto. L'odore della benzina bruciata e del motore rovente nel caldo infernale delle giornate di agosto.

L'odore del Mediterraneo, fatto di ginepro e di mirto.

L'odore della polvere rimasta addosso dopo un viaggio.

L'odore di un altro mucchio di ricordi da prendere e da mettere via, in ordine, per saperli ritrovare, per farne una mappa perché di un viaggio rimane soprattutto la voglia di ripartire.

closing time

Cazzo, ma è possibile che anche questo ti scivoli addosso?

e cosa c'entra? c'entra c'entra. Non facesse così caldo te lo spiegherei. Ma adesso no, perché la questione è complicata. E' che non sopporto quando la gente spegne il cervello. Discuti per tre ore, poi ti metti le mani davanti agli occhi, aspetti un secondo e poi, quando riapri le dita come facevamo da bambini per fare cucù, lo sai, perdio, lo sai che già non ci pensa più.

Mi ci incazzo, non c'è niente da fare. Per fortuna. Quando non avrò niente per cui incazzarmi o sarò morto... o sarò morto.

Oh un t'incazzare, vien via, che è tempo di ferie.

Ecco, meglio. Sole, mare, curve. Una moto una tenda e un biglietto di sola andata. Poi si vedrà se e quando si torna, come, con chi e soprattutto vedremo di tornare, come al solito, con qualche perché. Ma per ora basta.

Saranno giorni bruciati dal sole, con gli occhi scaraventati sugli scogli a picco sul mare e verso la prossima curva, con quella gente che nemmeno conosci e ti apre la porta, gente che non ha avuto un cazzo dalla vita e allora ha imparato a darti tutto. Perché sei un ospite, perché devi sempre andartene e avere già la voglia di tornare.

Intanto io, stavolta, ho veramente voglia di partire.

E allora? Bhe, allora: buone vacanze.

PS. Chiuso per ferie.

dormiveglia

Mi svegliai di soprassalto convinto di aver dormito per giorni. L'aria si era fatta d'improvviso gelida. L'afa che come una cappa ci aveva sovrastato per giorni si era come dissolta.

Le lenzuola ridotte ad un grumo informe erano intrise del sudore dell'ennesimo sogno finito male. Con l'amaro ancora attaccato alle labbra mi alzai, buttai loro tra la biancheria sporca e lo strano ricordo attaccatto al mio dormiveglia nel dimenticatoio.

La lama di vento che entrava dalla finestra lasciata socchiusa mi bruciava la pelle. Il sudore della notte rifletteva i bagliori dei lampi che illuminavano a giorno le colline che da sempre erano il limite ultimo del mio sguardo.

Le nubi erano in tumulto e l'aria già sapeva di pioggia.

Aprii del tutto la finestra della stanza e inspirai quel freddo buono fino al primo lancinante colpo di tosse.

Allungai una mano e dal comodino presi l'ultima sigaretta, sorpreso nel vederla ancora intatta dentro a quel pacchetto ridotto ormai ad un mucchietto di carta straccia.

Il fumo azzurrognolo dopo il lampo di luce soltanto per un attimo dentro ai miei occhi.

Troppi i ricordi accumulati, infinito il disordine e il rumore.

Mi distesi sul materasso nudo con gli occhi sbarrati al soffitto, indeciso tra il nuovo incubo che il sonno mi avrebbe portato e i vecchi incubi in cui la veglia mi avrebbe nuovamente trascinato.

tipo quelli di Maria De Filippi

Può capitare, e per fortuna capita ancora, che ci siano quelle persone con cui non c'è bisogno di parlare e che allora ci parli per ore. Dappertutto, seduti in un bar di terz'ultimo ordine con un inquietante aperitivo davanti, su di una spiaggia, interrompendosi ogni due secondi per benedire un culo e la bellezza dei vent'anni o davanti allo schermo di un computer a un paio di fantastilioni di chilometri di distanza.

Persone che sanno che c'è un posto per loro, tutti i giorni, dentro di te. Possono usarlo o no, ma quel posto rimane, è lì, ogni giorno, e possono riempirlo con parole che ti cambiano la vita o rompendo il silenzio solo per la solita stronzata, per l'ennesimo tormentone partorito quando già eravamo mezzo affogati nell'ultimo negroni della serata.

Amici che ti vengono a cercare quando meno te l'aspetti e quando più ne hai bisogno. Amici che arrivano e stanno zitti fino a quando non è il loro turno di parlare, aspettano e aspetteranno anche se il loro turno non verrà mai. Cazzo, mica facile trovarle le persone così.

Non ti dirò i nomi di questi amici, perché magari tra questi ci sei anche tu, perché poi ti monteresti la testa, forse. Perché tanto, se sei uno di quegli amici lì, non c'è certo bisogno che te lo venga a dire.

A casa tutti bene, l'ultima volta, due mesi fa

Fotogrammi sfocati immagini bruciate e luce sfavillante. Dure insinuazioni e un velato sospetto. L'elemento congeniale, tutto questo non si deve fare. Sguardi biechi levati alti e nessuna favola da raccontare nel contrappasso di notti scure. Giornate cadenti sull'idea fissa fuori di qui. Emozioni che in altre ere definiremmo scolorite adesso soltanto scomposte. Maltrattare speranze, riposte dove capita, nel primo sguardo che passa, nell'ultimo culo che ho visto. Deliri di onnipotenza alcolica di mascheroni in festante corteo nel rivoltante défilé, poco da dire, troppo da bere. Un caro saluto, dove diavolo ci siamo conosciuti, quella volta amica dell'amica dell'amico, o era una cena, o era un aperitivo. Volti scomparsi parole mancanti all'appello. La questione è certamente poco chiara. Il caldo è pesante le tue parole, spesso, anche. Credi davvero che m'importi. Non so chi c'è là dentro, non ho intenzione di andare a vedere. Barcollo sul confine netto deciso, un piede fuori un piede poco più in qua. Sono di fuori, non sono di qui. E a casa tutti bene?

bruchi, alieni e troie

Ad un tratto improvvisamente smarriti, le mie spalle appoggiate sul muro. Tutto e il contrario di tutto. Verità e invenzione in un'unica frase, il gioco come piace a me, mosse confuse e una massa informe di gesti e parole strana inconcludente, come distrattamente lenta si muove nella tua direzione.

Un gioco, forse, uno scherzo, certo.

Mi inventerei l'ennesima storia ma non sono mai stato capace di inventarle, le storie. Attaccato come un acrobata tra piccoli brandelli di verità che in sfavillante technicolor si confondono nel mio strano pastrocchio. Ritrovarli, riconoscerli è difficile, vecchi di settimane con addosso una luce che non c'era. Di cazzate ne ho fatte tante. Tante ne voglio ancora fare, nonostante la ragione.

La cazzata più grande, rincorrermi da solo, cercando di spiegare, cercando di essere amico di me stesso, nonostante lo schifo e il disprezzo. Che fatica il maldestro tentativo di convincermi che. Secondo la vecchia storia anche i bruchi più brutti diventano farfalle, e poi crepano dopo un giorno. Ce la raccontavano da bambini e noi siamo cresciuti così, convinti delle peggiori cazzate, fiduciosi, imbecilli e contenti. Siamo diventati troie pur di vivere il nostro giorno da farfalle, con un corpo brutto di bruco addosso col peso del paradosso di ali troppo esili. Fermi qui, senza nessuna possibilità. Regole non condivise e accettate.

Fare il vuoto e ripartire è, ad un certo punto, impossibile.

Sparando messaggi col telefono e la musica a tutto volume, aspettando una risposta dagli alieni, ma dov'è che sono tutti quanti?

Non mi sono bastate le tue ultime parole.

Lisboa

Sfavillante giornata d'estate, Pereira e Monteiro Rossi, un giro lungo un secolo ma è ancora colpa vostra se sono qui.

Un passo via l'altro, in faccia tutto il vento e tutto il sole, nell'ora più giusta. La Baixa vomita la sua vita nei vicoli del Chiado.

Nei tavoli consumati nei ciottoli al Cafè A Brasileira affondo lentamente in un morbido galao.

Una faccia di bronzo e un libro.

Eccolo il clichè e non me ne potrebbe fregare di meno.

Il segnalibro fermo sulla pagina stregata. Un'idea delle mie e un viaggio, ce n'ho messo di tempo, grazie per avermi aspettato.

Seduto come piace stare seduto a me, anche tu. Gambe larghe e incrociate, la schiena distesa in un arco e sentire la sedia che si piega e che geme.

Sulla pagina le tue parole che nemmeno qui si lasciano afferrare, ma non sono loro che sono venuto a cercare. La tua città, il sole contrabbandato nei vicoli, il passo lento e l'occhio veloce.

Nella meticolosa operazione di costruzione dei ricordi, il libro è chiuso come i miei occhi.

life is timeless(*)

La vecchia poltrona, la pelle ustionata dalle sigarette, affondato qui e le gambe distese. Pezzi di vecchie cene, cenere e carta straccia. Una stanza vuota. Due finestre uno schermo nero. Il casino d'inferno scaraventato nel cervello è un'isola nel silenzio. Arrampicato quassù, due piani buoni sopra la mia vita. Battito irregolare e un'improvvisa deviazione. La lingua dura che spiega chiara. Suono ripetitivo e gutturale. Un ponte sull'autostrada.

Non è facile spiegare. Un esercito poco compatto, dedito al vizio ed alle distrazioni. Lavoro di sintesi chimico e sintetico.

Una centrale elettrica sotto un cono verde.

E basta.

(*) Europe endless, Kraftwerk, 1977

credo che il secondo nome del mio vicino di casa sia Vladimiro

cercavo sensazioni extrasistole leggiucchiando in giro in questa camera surriscaldata col caldo che faceva facevo piovere madonne. L'effetto era comunque oltremare relativo. Il cielo ancora azzurro perché si sa che in questa stagione rosso di sera, bel tempo, si spara. Avevano quindi aperto la caccia a quell'uccello fastidioso che tutte le maledette mattine mi tuba sul davanzale. non che ci avessi capito un tubo. fin qui. proseguii distrattamente ad inanellare parole e frattaglie. ben presto fu un vicolo ceco, ricordo delle scorsoie vacanze estive. mi ricordai improvvisamente che non avevo mai potuto soffriggere Nina Simone né, tantomeno, mio cugino Simone. Tirai una ciabatta allo stereo che in tutta risposta si alzò il volume. Il vicino rispose allo stereo alzando uno scopettone, ma ben presto visto il mio nichilismo ossessivo e la sua omosessualità latente decise di interrare la scopa di guerra tra i glicini e il sam BUCO, o erano Silvia e rosMarino? Visto che già eravamo in peli dei gatti in questioni anagrafico-ortofrutticole passai ben presto a dargli del finocchio, gli serviva per il coniglio, mi disse. Non puntualizzai, il ricamo non è mai stato il mio forte, detto questo mi accostai al muro e suonai il campanello di casa mia dicendo, suonano alla porta devo andare, mentre già mi ero chiuso il portone alle spalle.

Presi in corsa le scale vista la mole uno scalino alla volta e venni tutto d'un fiato a raccontare questa favolosa storia.

Un volto che brucia

Rumori di ovatta in questo sarcofago rovente. Ci metto io quello che manca. Ci metto le mie parole e il mio sguardo sull'ipnotico acquitrinio. Ondivago e girovago.

Le idee come pietre appena lambite, riflessi di onde confuse e rotonde. Le idee come i capillari sui volti dei vecchi, ragnatela che rimarca il tempo passato e su ogni bivio appoggia un dubbio. Le idee come gli scarabocchi di un bambino, forme e contorni colorati e distorti. Le idee come l'acqua sul marciapiede d'estate, nelle crepe irregolari evapora e scompare.

Un passeggero seduto sul ciglio a raccattare polvere e visioni. La stessa sabbia stretta nei denti e nei pugni. Il riverbero del nuovo miraggio si staglia sul cielo e acceca e pretende. Nell'ora più calda il vento di un respiro incandescente. L'orizzonte bianco è uno specchio deformato nella calura, un nuovo viaggio e un sudario fresco di tenebre.

rimane

Mi avevi preso per quello che ero. Ti ho abbandonato per quello che sono. Bravo con le parole più che con le persone. Ho cercato in vita mia tante volte di rimediare, ma nonostante tutti gli sforzi non ci sono mai riuscito.

Di te mi hai detto tanto, io di me ho sempre parlato poco. Quello che hai conosciuto di me è quello che hai potuto intravedere riflesso nelle mie mille passioni, nei miei strani monologhi appassionati.

Forse avresti fatto meglio veramente a non fidarti di me e della mia instabilità.

Rimarrà tra di noi il guardarci ancora stupiti, come la prima volta quando i vestiti caddero soltanto dopo la luce, quando dopo ci rivestimmo in fretta per coprire l'imbarazzo. Rimarranno i miei occhi che ti guardavano nuda sbirciando sotto le coperte. Rimarranno i discorsi fatti girati di spalle per coprire un broncio o un sorriso, parlando di letteratura di politica e di sesso con quel tuo fare imbarazzato quando ti muovevi incerta tra parole soltanto accennate che riempivano di rosso il tuo viso.

Rimarrà la mia mano sinistra che forza un brivido sulla tua schiena e la nostra attrazione magnetica e sregolata.

Rimarrà l'odore della mia pelle su di te e su di me il tuo.

Ho puffato tutto!

Introspezione minimalista che c'è ben poco da vedere. fondi di caffè sigarette spente i resti della cena. Introspezione animalista che di umano c'è rimasto poco. Occhi rovesciati. La più totale inespressività quello che di esprimibile ci sarebbe è ancora là dentro dovrei cacciarlo a pedate. Comunque chi se ne frega tanto non distinguo più gli altri da me stesso. Sono totalmente inconsapevole e totalmente disinteressato. Cazzo, rilassati e datti alle considerazioni sconce. Rincorriamo tutti quello che non possiamo avere e poi stavolta c'è qualcosa di più. Gargamella con i Puffi. E dire che Birba fatta arrosto non dovrebbe avere un sapore poi così malvagio. Ma tanto sono i Puffi quelli che vogliamo. Se non ci fosse Gargamella a rincorrerli i Puffi sarebbero morti di noia dopo la prima puntata.

Ma io non sono Gargamella e tu non sei blu.
Uno delle cose se ne fa una ragione.
Spiegare tutto con Gargamella e i Puffi è, sicuramente, un'ottima soluzione.

Faccina che ride: istruzioni per l'uso (valevoli con l'utilizzo di tastiera QWERTY con layout italiano)

1) Tenendo premuto il tasto per fare il maiuscolo premere quello dove c'è il punto. Si dovrebbe ottenere questo carattere ":" (due punti).
2) Premere il tasto "-" (è accanto a quello precedente) ricordandosi nel frattempo di non premere più il tasto per fare il maiuscolo.
3) Tenendo premuto nuovamente il tasto per fare il maiuscolo premere il tasto "9" si dovrebbe ottenere ")"

Risultato dell'azione e dimostrazione pratica
Passo 1) :
Passo 2) :-
Passo 3) :-)

Utilizzando opportunamente altre combinazioni di tasti è altresì possibile ottenere varie combinazioni di simboli che coadiuvano lo "scrittore" nell'esprimere lo stato d'animo o che meglio esplicano il significato di una frase. Poiché scrivendo infatti non ci è possibile far vedere il nostro volto e visto inoltre che la comunicazione non verbale è basilare per gli esseri umani (o supposti tali) è spesso utile comunicare che quello che si scrive è una "battuta" o una "frase scherzosa" proprio tramite l'utilizzo delle "faccine".

Alcuni esempi di altre combinazioni utili:
:-D = risata a bocca aperta (cosa molto divertente)
:-( = cosa che mi rattrista
:-o = bocca spalancata che indica sgomento
:-* = un bacio (molto in voga tra lettrici di Cioè e affini)
:-| = non l'ho mai capito bene ma non è una cosa positiva
:-$ = bocca storta tesa ad indicare disgusto

Si sono diffuse poi alcune interessanti varianti delle originali faccine; questo è stato certo permesso dal fatto che il cervello umano tende a riconoscere volti anche laddove non ve ne sia traccia (da qui si spiegano le mirabolanti apparizioni di Padre Pio, della Madonna etc. etc).

^_^ = risata ad occhi stretti, indica tipicamente una battuta ironica o sarcastica.
8=D = questo, che potrebbe sembrare un volto è in realtà un ottimo surrogato di una fava.

Sperando di essere stato utile porgo i miei più cordiali saluti.

Condizioni al contorno

L'avrò detto un milione di volte, essì che tanto ripetitivo, paranoico, insistente, logorroico, pignolo e soprattutto rompicoglioni, lo sono sempre stato.

L'avrò detto un milione, ripeto, di volte, che alla fine tutto dipende dal punto di vista. A voler essere un pochino più precisi, tanto per cambiare, e sfruttando le sparute nozioni di matematica che mi porto addosso, più che dal punto di vista le cose dipendono, secondo me, dalle condizioni al contorno.

Intanto: cosa diavolo è una condizione al contorno? Mica facile da spiegare, o meglio, mica facile da spiegare a gente senza una cultura matematica leggermente al di sopra della media.
Comunque ci provo, ben sapendo che finirò per incasinare tutto e per non spiegare niente.

Ci provo, comunque, dicevo: una condizione al contorno è una cosa che tra un'infinità di possibili soluzioni ti dice: ok, questa è quella giusta. Oddio, non è esattamente così, non è che ti dice "è quella giusta per tutte le stagioni" ti dice: tra tutte quelle possibili, in genere infinite, questa è quella che va d'accordo con questa condizione al contorno, e, cosa ancor più bella, capita spesso, dati un certo problema e una certa condizione al contorno, che la soluzione sia una e una sola.

Ora, dopo questo strano sproloquio: immaginatevi di applicare questo meccanismo alle cose che fate tutti i giorni, alle cose che vi vengono dette e considerate quello che state pensando, quello che vorreste fare, i vostri desideri e se vi scappa o meno la pipì, tutte come condizioni al contorno.

Quando arriva un pezzo nuovo nella vostra vita, che può essere una frase, un libro che leggete, una persona che incontrate, c'è un problema, lo si deve interpretare, si deve trovare una nuova soluzione.
Abbiamo appena detto che in genere i problemi hanno però un'infinità di soluzioni, cioè le parole e le persone un'infinità di possibili interpretazioni, ma (attenzione, questa è la chiave di volta) data una certa condizione al contorno la soluzione può essere una sola. Ma (attenzione, qui sta la fregatura) non è quella giusta, è soltanto quella determinata dal vostro modo di vedere le cose e in quel preciso istante.

Tutto questo per dire che: quello che voi ci leggete non è sempre quello che io ci scrivo, cambiano le nostre condizioni al contorno, voi non conoscete le mie e io non conosco le vostre.

Tutto questo per dire che: certe cose, date certe condizioni al contorno e una logica un po' strana (e nemmeno poi tanto), possono anche far piacere.

memoria

Il mio sguardo obliquo e poi ancora una parola scortese, nella pigrizia di un mattino di festa con ben poco da festeggiare.

Quando non passa il tempo si sconta. Non mi sono dimenticato le cose da fare ma mi sembra inutile dovermi preoccupare, arriverà qualcuno dopo di me e finirà quello che io ho soltanto abbozzato. Poggiando il piede sul mio segno, finendo di scrivere con mani piene d'inchiostro quella parola che io ho soltanto iniziato, sollevando e posando il suo sguardo su tutto quello che io ho a malapena intravisto. Assaporando in pieno quel piacere che io distrattamente ho assaggiato.

Mi chiedo chi leggerà i miei libri e ascolterà la mia musica, seguendo quello strano percorso, quella ragnatela fatta di fili di luce, fughe in avanti, improvvisi cambi di direzione, parole ubriache.

Non è poi così importante contare le volte in cui mi sono incazzato, in cui stato schifosamente me stesso o falso, splendidamente mascherato con il meglio di me.

Un brivido di gelido blu.

Il mio sguardo obliquo e poi ancora una parola scortese.

noia

Fammi male, sul tuo tempo di blues. Qualunque cosa, fammi qualunque cosa tu voglia, la tua forza il tuo fascino. Di qualunque cosa io sia capace, voglio che non sia mai abbastanza. Il piacere e il dolore così vicini, considerazioni barocche. Cosa diavolo è questo, il paradiso, no. Tutto questo è molto meno banale del paradiso. Succedono cose strane. Succedono cose mediamente divertenti. Trovo uno schema irregolare nella geometria del pavimento. Non m'aspettavo tutto questo, lo so. Vorrei essere un viaggio in metropolitana, lontano dalla luce e con il tempo della musica degli artisti di strada. La bellezza e il cinico bastardo, si può comunque tentare di metterli insieme. Voli pindarici, un sorriso di traverso che spiega tutto.

Tutto il resto, che noia, che palle.

The dark side of the moon

Non mi ricordo, ne ho già scritto? L'attacco, una risata e quell'urlo disperato. Il lato oscuro della luna, roba da togliere il fiato.

Respira, come un comandamento, come l'ultima richiesta di uno condannato. Non avere paura, questo è il tuo gioco, questo è il tuo mondo. Impara a viverci, a lottarci dentro, e t'accorgerai di com'è facile volare.

L'ossessione dei passi di corsa, un treno veloce che per quanto tu faccia è già lungo e passato.

Il dolore cacofonico del risveglio e un ritmo dispari e sbagliato. Paura, tempo, inesorabile, quasi incazzato. Il tuo pezzetto di pavimento, distenditi, la tua strada è qui e semplicemente ancora non ti ha trovato. Non importa quanto tu possa essere in ritardo, non importa quanto tempo sia passato. Sfondati i timpani, quello che c'è in mezzo tanto non l'hai mai usato. Meglio che tu corra, sotto un sole assassino, sei vecchio e la morte si avvicina, ché il tempo è finito e l'appello qui non è contemplato.
Respira ancora. Sei a casa, ma non sei al sicuro.

La morte, è la morte che bussa alla porta.

Quello che il mondo ti chiede lo sai già. Non puoi mandarli via tutti. Devi omologarti se vuoi sopravvivere. Ti sembrerà anche di aver capito, di aver vinto la sfida e saranno soltanto stronzate. Viaggia quanto vuoi ti accorgerai che, adesso, è questa la verità, o sei solo pazzo? o sei solo ubriaco?

E' stata dura fin qui, sono state dure insinuazioni. Ma adesso rilassati. Convivi con il tuo dolore, non sei poi così speciale. Io e te, di fronte, con quel poco che sappiamo. Fai quello che ti sembra giusto, bianco o nero che sia, nero, blu, colorato.

Qualunque sia il colore che ti piace c'è ancora molto da fare, c'è ancora molto da scoprire, non dimenticarti, per favore, di continuare a lottare.

C'è il lunatico sull'erba, ci sono tutti i tuoi giochi e il tuo volto schiacciato sul terreno, ma la strada è lassù, e se la saprai prendere il meglio di te e la tua peggiore malattia saranno lì ad aspettarti, sul lato oscuro della Luna.

Ridi. Non potranno prenderti. Tutto quello che sei e quello che non sei, riassunto qui, stretto nelle tue mani, ladre e creatrici. Nella luce incerta di un sole sfavillante eclissato dalla tua Luna.

In realtà non c'è un lato oscuro della Luna, c'è soltanto quello che non siamo in grado di vedere.
Te ne stavi chiusa nel tuo duro carapace di silenzio, tentai di forzarne l'ingresso con tutte le parole che ci scambiammo. Una serata rimasta appesa ad un filo. I miei passi lenti lungo la strada, la mia casa all'alba, di nuovo. Decisi ad un tratto di abbandonare la mia prudenza. Sapevo già che avrei dovuto aver pazienza. In questa mia vita normale fatta di programmi, di progetti, di scadenze, di ordine maniacale, succede ogni tanto che io perda il senno.

Non succede spesso.

Rimasi ad aspettare una risposta che tardò ad arrivare e poi non venne.

Continuai ad osservare quella corazza dura, io malato abbastanza, malato del tutto. Un lieve graffio che avevi chiamato confusione era tutto ciò che ci avevo lasciato, nell'odore forte dell'aglio, tra le parole basse per non svegliare il vicino, anche questa volta forse sarebbe stato meglio non esserci stato.

"depaiperaddegheitsovdoun" ovvero come muore un'amicizia

Oh te costaggiù, vedi un po' che c'ho lasciato nello stereo. Senti qui c'è un cd strano, c'è scritto sopra una roba tipo "depaiperaddegheitsovdoun". Toglilo toglilo, ci dovrebbe essere la custodia buttata da qualche parte tra il divano e la libreria, vedi un po' di trovarla, poi senti, io mi butto sotto la doccia che in questa mansarda fa un caldo d'inferno e sono sudato come una scimmia. Guarda che le scimmie non sudano. Va bene, le scimmie magari non sudano, ma te rompi decisamente i coglioni, dicevo, io mi scaravento sotto la doccia e vedo di tornare umano, butta su un cd, guarda un po' se trovi qualcosa sulle mensole vicino alla finestra.

Oh!

Che c'è, son sotto la doccia, non ti sento. Però mi hai risposto. Sì, perché sono un sensitivo, soprattutto con i rompicoglioni.

Ma non c'hai qualcosa di normale?
Oh! Mi senti? Dicevo sei hai qualche cd normale.

No, guarda che t'ho sentito, ma m'ero bloccato sul significato di normale... che cazzo vuol dire normale?

Maddai! Normale, no?! Ligabue, Jovanotti presempio, roba che ascoltano tutti.

Senti fai una cosa,hai presente quel cd strano che hai tolto? Quello con su scritto "depaiperaddegheitsovdoun", ecco metti quello. E alza il volume che sennò da sotto la doccia non lo sento.

Non sono morto, no, sono vivo più di quanto io non lo sia stato mai

ci son cristiani che quando li leggi ti fanno scrivere. Basta una parola, basta questo. e cazzo ti si illumina tutta una strada. E' per questo che schifosamente dico, mi manca il talento.

Non siamo morti, no. Siamo noi, vivi, più vivi di quanto non lo siamo stati mai. Strati di fatica e di sudore. Impiccati su quella splendida vita che siamo costretti a vivere. Lanciati a folle velocità tra ostacoli che anche nella migliore delle ipotesi non avevamo calcolato. E divertiti.

Avevo torto su (quasi) tutto ma le magnifiche sorti e progressive. Non venirmi a dire quello che so già, ti risponderò ridendo.

Non sono morto, perdio, sono vivo e non hai idea quanto.

Sono sedentario sì, e sono arrivato tardi e sono un utilitarista. Funzionale, sempre e solo ciò che è funzionale, concedetemelo, inguaribilmente Darwinista.

C'è gente qui che c'ha ragione. Non son tra questi.

più che l'alba

Potrei, parola che è un po' la mamma di questo blog.
E io testadicazzo ne sono il figlio malconcio e maldestro.

Potrei, dicevo, adesso essere sincero. Essere me, una volta tanto, svelarmi tra le mie parole anziché usarle come facile schermo. Sulla solita notte di bagordi di ritorno in una splendida alba ho pensato che ero felice, felice perché ti ho trovato, nonostante che tu stasera non ci fossi. Mi spiace. Non poco.

Dovrei, pensavo, essere preoccupato perché tra poche ore dovrò di fronte al mondo far finta di nulla, sostenere il mio ruolo in questo tremendo equivoco dove sembra che mi importi qualcosa di tutto il resto.

Sono quasi le sei, ancora due ore, poi saranno il caffè e la mia musica a farmi compagnia per una lunga giornata. Prima che tu possa pensare qualcosa di diverso. Sarai soprattutto tu a farmi compagnia. La mia musica mi esploderà nel cervello per tenermi sveglio e per tenermi te accanto. Se ti fa paura tutto questo, bene. Fa una tremenda paura anche a me. Volute azzurrognole di fumo confondono il tuo nome che qui non c'è, perché un nome può tradire, nel mio impaccio di turista di te.

Sincero, dicevo, ho provato a cancellarti ma è stato più forte di me. Pietre che scorrono. Lunghe inquadrature acquitrinose. Ovunque oggi ho rivisto te. Mosse attente non ne ho più e anche se le avessi non ne vorrei fare più. Mi piacerebbe una risposta. La temo questa maledetta risposta.

Un casino d'inferno, quaggiù, dove cantiamo le lodi del peccato e del nostro non essere affatto perfetti. Non mi abituo ai mezzi miracoli, figuriamoci a quelli interi. E non me ne frega niente di tutto il resto, però importa a te.

La mia macchina del caffè non fa il tuo rumore, soffia e sbuffa da ogni parte, il suo sguardo cromato su tutte le mie mattine degli ultimi vent'anni, tra poco la ritroverò lì ad aspettarmi vecchia e distrattra e anche lei mi riporterà quel tuo strano gesto e quel tuo meraviglioso modo di essere.

Buonanotte buongiorno e quello che è.

La New Age spiegata al mio cane Salsiccia

Voi, quasi tutti, siete fortunati perché siete nati o troppo tardi o troppo presto e l'ondata di new age degli anni novanta non v'ha preso in pieno come è successo a me.

Dopo che per anni tutti avevano cercato il petrolio o un sistema rapido per far soldi, legale o meno non era dato di sapere, si svegliarono tutti insieme e decisero che dovevano trovare loro stessi. Cosa ci fosse poi di così interessante in loro stessi, anche questo non è dato di sapere.

Quelli che precedentemente avevano trovato il petrolio o il modo per far soldi se ne andarono in India a cercar se stessi. Io di soldi non ne avevo (su questo sono rimasto molto fedele a me stesso) e poi, eventualmente, ho sempre creduto che avrei avuto più possibilità di trovar me stesso su di una spiaggia tropicale tra palme e cocktail serviti dentro noci di cocco da signorine seminude che non con un santone seminudo, pure lui, in qualche foresta dell'India.

Però questi tipi della new age mica eran fessi, lo sapevano anche loro che il viaggio in India era un prodotto di nicchia. Essendo loro gente che veniva dritta dritta dagli anni ottanta, loro sì che lo sapevano che quello che conta sono i soldi. Come se non bastasse sapevano anche che i soldi si fanno vendendo roba che costa poco (possibilmente niente) ma ad un sacco di gente.
Mica facile, dico io. Macché, risposero loro e se uscirono con una valangata di libri ignobili che promettevano in caratteri di scatola di svelare il trucco per arrivare all'illuminazione (pur non avendo niente a che fare con il buon vecchio Thomas Alva Edison), con sassi e sassini raccolti al fiume e spacciati per "pietre energetiche" e con altre amenità del genere.

Eh, pensai, metti il caso sia vera 'sta storia dell'illuminazione, mica posso rimanere indietro, sarà meglio leggerlo qualche libro. Però me li feci prestare i libri che mica so' fesso, non è che per arrivare all'illuminazione io volevo piastrellare d'oro la strada di qualcun altro.

Furono mesi di intense letture. Ne entrai scettico e ne uscì convinto che l'unica aura che esiste davvero è quella dei Cavalieri dello Zodiaco (soprattuto quella di Sirio che è il più simpatico, Andromeda no perché, dai, lo sanno tutti che lui è come il Teletubbies rosa) e che, nel caso avessi avuto un cane, non l'avrei dovuto chiamare "Salsiccia" onde evitare di dovergli poi pagare l'analista.

Comunque tutti quei libri a qualcosa son serviti.

Anche io infatti ancora aspetto l'era dell'Acquario, un po' come i Testimoni di Geova aspettano la fine del mondo che arriva ogni tre anni ma poi arriva prima la smentita e il mondo non finisce più (per un attimo avete avuto paura, scommetto). Perché vale la pena aspettare l'era dell'Acquaio (no, non è un errore di battitura) quando saremo tutti più belli (dentro) più felici e interconnessi (???), non mangeremo carne, per la felicità del mio cane Salsiccia, e ascolteremo tutti trasognati rumori del bosco e canti di balene che, a mio parere, sono un altro interessante sistema per fare soldi.

Ma i diritti alle balene, almeno, glieli pagano?

tentativo bislacco e inutile di essere lirico nonostante tutto l'alcool e nonostante la mancanza di talento

Sei tu il mio caos. Sei tu la mia emozione e il mio imbarazzo più grande. Compresso nella mia religione fatta di logica e di illuminismo e travolto dalla tua improvvisa (esiste una parola, se esiste la trovo) felicità.

Sei arrivata come a mettere un punto. Un punto fermo di caos e ovvietà. Cosa mi hai fatto, cosa mi sta succedendo esattamente non lo so, ma il mio sguardo perso nel tuo e nelle tue parole è tutto quello che ho per farti capire.

Le mie parole che spesso mi hanno aiutato, nel loro trovare un senso anche se questo ruolo non era il ruolo che gli era dato, sono adesso prive di senso.

Perso, confuso. Sei una maledizione o una benedizione, questo ancora, non posso dire non l'ho capito, questo ancora non lo so.

Un'altra sera, fosse anche soltanto fatta di parole, è tutto quello che ti chiedo.

Un altro bacio non ho il coraggio e l'incoscienza di vedermelo negato.

Io, me e Tom Stoppard

Si ragionava tempo fa sul fatto che Rosencrantz e Guildestern più che essere due personaggi intercambiabili potrebbero in realtà essere due metà di un unico metapersonaggio. Questo metapersonaggio non si ricorda quale dei due personaggi in realtà lui sia esattamente e quindi cerca di capire quale sia la verità ponendosi domande. Un monologo platonico ai giorni nostri con addosso i vestiti di Shakespeare. Che poi Platone scriveva dialoghi, che poi il monologo sarebbe quasi freudiano e comunque un po' strano perché analista e paziente sarebbero schizofrenicamente riassunti in un'unica (meta)persona e, come se non bastasse, continuerebbero a scambiarsi di posto, passando dalla sedia al lettino e viceversa.

Non so Stoppard cosa ne penserebbe.

L'indagine continua in maniera un po' bislacca poi, con questioni filosofiche toccate e dibattute senza alcun ordine e senza alcuna logica, ma è l'arte che trova l'ordine laddove sembra non essercene, ecco questo sì, questo a Stoppard piacerebbe, ma proprio quelle questioni filosofiche sono a ben guardare quelle che definiscono la natura umana e, con le posizioni che assumiamo rispetto ad esse, la nostra personalità. Il dibattito tra Rosencrantz e Guildestern si ridurrebbe ancora una volta ad una riflessione autoreferenziale del nostro caro metapersonaggio che, nel rispetto di tutte le migliori tradizioni filosofiche, ad un certo punto da soggetto si fa oggetto.
Anche perché il mondo esterno non aiuta certo a capire, non si capisce nemmeno bene se esista questo mondo esterno o se sia soltanto una rappresentazione cartesiana dell'io dualista del metapersonaggio. Non ci sono prove! non c'è niente che possa in qualche modo assicurarci che tutto questo non sia soltanto una mera messa in scena.

Quel che si sa per certo è che alla fine Rosencrantz e Guildestern sono morti.

Le ciabatte di Hemingway

Diavolo! ho riletto quella lettera un milione di volte. Ancora non c'ho capito niente. Vabbè, di te c'ho sempre capito poco. Cos'è che in realtà volevi dirmi. Cos'è in realtà che stai cercando. Adoro provocare gli altri, parlare in modo che soltanto uno capisca, cercando una risposta che soltanto io possa capire. Il sottotesto, adoro il sottotesto, tutto quello che c'è di non detto, basato su di un'esperienza comune per quanto breve e frammentaria. Anche solo la scelta di una parola è illuminante perché magari quella parola me l'hai te l'ho sentita dire proprio a te. Bisogna stare attenti. Hemingway dice che i vecchi non diventano saggi, diventano attenti. Non lo so, magari lui aveva vent'anni quando scrisse questa cosa ed era molto più attento di tanti ottantenni. Io ne ho trenta di anni, ma mi perdo un sacco di pezzi per strada. Tiro su un particolare perché m'è piaciuto perché è un fenomenale esercizio di stile riassumere sei ore di chiacchiere e puttanate in un unico istante. Perché lo stile non è vano, perché l'eleganza è un'altra di quelle cose che ci distingue dalle bestie. Ma per fare questo divento ossessivo. La forzata immobilità di questi giorni mi rende nervoso, troppo tempo per pensare non più annegato nel mio consueto tram-trambusto quotidiano. Si fanno cose stupide tutti i giorni, soprattutto in quelli in cui ci si alza presto. L'importante è trovare il modo di riderci su. In ogni nostro gesto c'è un'involontaria comicità, c'è spazio per scherzarci sopra, si deve stare attenti, anche stavolta, tutto qui.

Attento, soprattutto attento a dove metti i piedi che non sempre le ciabatte le metto a posto.

mica che stavo tanto bene

Lucine che sbrillucciccano. C'è vita nelle retrovie del blog, non diversa, semmai collaterale. E' una caccia, caccia di immagini. E' una cacca, piuttosto, pestata a più riprese con attenzione e pertinacia.

Guidando con una mano sola l'altra è impegnata a pensare, poi ci sono pensieri profondi e di mani ne servono due e si rischia il frontale. Cambio cd e penso per procura. Procurato allarme, non credo che dovresti, in fondo e in fine non è successo niente. Eh. Mica che stavo tanto bene, per fortuna c'era l'omino lucido accampato dentro. Per fortuna una sega. Lucidato a cera, una lucidità esteriore. Ma se una mano pensa e l'altra guida chi diavolo sta tenendo quella sigaretta. Pensa a guidare, è meglio. Un cd un po' più banale no, roba che nemmeno nella trama di un romanzo di palude. Difficile che un morto riesca a cantare ma la tecnologia non ha limiti, un bravo manager nemmeno. Siamo tutti un po' troie alla fine, perché conviene. La questione che sia il mestiere più vecchio del mondo vista così torna di più. Capita di vendersi, per poco, perché ad un certo punto conviene. Poi trovi quello che troia non è, se te ne accorgi ti frega. Però dai, salviamo il salvabile, prima di vendersi avrà pur fatto qualcosa di buono, butta via il bambino ma non l'acqua sporca. Sono sempre pericolose le umane tendenze, ma sono anche tremendamente divertenti. Questo mi lascia un po' perplesso ma altresì convinto che il sabato sarà pur divertente ma la domenica non è poi da buttar via.

un alfiere ubriaco

Una bella serata, passata seduto un po' scomodo con quattro costole e una scapola a ricordarmi che sono un po' scemo ma che nonostante tutto sono ancora vivo.

Una bella serata passata tra parole tutt'altro che mediocri a indagare dentro a degli occhi credibili. E cazzo, c'è Godot nascosto lì dentro, non so come avessi fatto a capirlo un'era geologica fa, ma l'avevo capito, sarà il mio intuito femminile.

Lei ama te te ami me io amo un altro. Perfetto, sentiamo se il signor Un Altro vuole chiudere il cerchio, potrebbe essere divertente. Un incrocio tra un film di Nuti e Risiko. Mi addormentavo sempre giocando a Risiko.

Meglio gli scacchi, mi è sempre piaciuto giocare a scacchi, strano gioco fatto di rigore e fantasia, di indagine psicologica e attenzione. Quanto si capisce delle persone da come giocano a scacchi. Aprire in difesa, con i suoi pro e i suoi contro. Il gesto elegante dell'alfiere che si insinua in diagonale quando meno te l'aspetti. S'impara dai propri errori, troppo facile il paragone tra gli scacchi e la vita, ma non funziona, perché lì ho vinto. Si parlava di tris tempo fa, che mi piaceva per il fascino discreto della battaglia dove, ben che vada, puoi pareggiare. Ecco, è una clamorosa stronzata, pareggiare è una di quelle cose che mi fa tremendamente incazzare, a me piace vincere, anzi, stravincere, possibilmente umiliando l'avversario.

Gli scacchi, un gioco di attesa e allenamento, mentale. Come quello delle parole. Aspettando che nascano quelle giuste per metterle in fila. E' una storia lunga e complicata quella delle parole.

E' una storia molto meno complicata la mia, ma ho la testa dura come la pelle, mezzo rotto sì, ma in fondo e in fine chissenefrega è stata proprio una bella serata.

Le tre variazioni

Il solito posto e il solito tavolo. Gli stessi occhi e gli stessi gesti, ripetuti e nervosi. La bustina di zucchero torturata dalle tue dita affusolate e scure.

Non volevi guardarmi negli occhi e abbassavi lo sguardo, tentando sfacciatamente di nascondere il tuo imbarazzo pur sapendo che è la chiave di volta del tuo incredibile fascino.

Sostenevo il tuo silenzio sì, ma com'era pesante.

La scelta era difficile. Tra la dolcezza del rhum e l'aspro sapore del whisky. Non sapevo ancora quale sapore avrebbe avuto quella serata.

Controllando ogni mio gesto, disperatamente mi attaccai alle mie parole e me ne volai via rifugiandomi dove più mi sento sicuro, tra le pagine dei miei libri, tra le familiari parole dei miei maestri.

Mi ascoltavi sì, ti stavo annoiando. Cercai di spiegarti, cercai di farti capire la mia vecchia idea secondo la quale le cose del mondo hanno un nome, e soltanto uno. Sanno trovarlo soltanto quelli bravi, noi persone comuni non possiamo far altro che usare le loro parole. Ti annoiasti ancora un poco di più.

Non finimmo nello stesso letto quella notte, ti salutai come altre volte avevo fatto tra i vicoli rapidi di questa città andandomene senza voltarmi.

Avevo scelto il whisky poi quella sera, Laphroaig, uno dei più aspri e fumosi, gonfio di torba e con dentro il sapore del mare.

***

Mesi, erano mesi quelli che ci avevo messo a convincerti ad uscire con me. Finalmente quella sera, spinta dalla noia o dalla compassione, mi avevi detto di sì. Alle nove, ci beviamo qualcosa, mi avevi detto. Io puntuale come al solito, tu in ritardo. Ti avevo aspettato con addosso la paura che non saresti venuta.

Eri arrivata, attaccata al telefono a parlare con chissà chi e avevi aggiunto attesa alla mia attesa, come a farmi soffrire ancora un po'.

Ci sedemmo a quel piccolo tavolo e tu scegliesti accuratamente l'angolo più lontano, come per farmi capire quali dovevano essere le distanze.

Alzai il menu fino a coprirmi gli occhi fingendo di dover fare una scelta che tu avevi già fatto per me.

Rimanemmo in silenzio per qualche minuto e tu mi guardavi con quel sorriso mellifluo. Mi aggrappai violentemente al mio bicchiere, tentando di affogarmici dentro.

Mi misi a parlare di letteratura, sperando di far colpo e tu eri più interessata a quella bustina di zucchero tra le tue dita che non alle mie parole. Tirai su un castello fatto con parole degli altri perché le mie si seccavano in gola e il tuo sguardo guardava ben oltre me.

Il tuo telefono squillò ancora, il mio tempo era scaduto, avevo perso, su tutta la linea. Sfoderai il mio sorriso migliore e ne venne fuori una smorfia sbilenca. Mi salutasti di lontano con una mano, l'altra teneva il telefono e già nascondeva il tuo sorriso.

***

In ritardo, anche questa volta. Adesso me ne vado, cazzo, sarebbe la volta buona che capisce che il mondo non è qui per lei, che il mondo non aspetta nessuno figuriamoci una stronzetta supponente.

Come se non bastasse, diluvia e le mie scarpe imbarcano acqua. TCHAFF, sì, ci mancava anche la pozzanghera.

Ma poi perché cazzo sono qui, dico io. Tanto lo so che manco stasera si tromba. Ma perché non le ho detto che avevo da fare. Potevo starmene a casa, sul divano, andavo a letto presto che sono settimane che dormo quattro ore per notte.

"Dai! andiamo a bere qualcosa, in fondo me lo devi, me lo avevi promesso". Gattamorta dei miei stivali, quante volte mi hai giocato questo scherzo? Tre? Quattro? E quella volta che tentai di baciarti?

Toh, eccola, in ritardo come al solito, e pure al telefono, ma un po' di rispetto no?!

Vabbè, andiamo dentro va, che almeno mi asciugo.

Beviamoci su qualcosa di buono, almeno la serata non l'avrò buttata del tutto. Whisky grazie, e un bicchiere di acqua a parte, non gassata.

Volevi giocare? Bene eccomi qua, conosco le regole anche io. Siamo qui perché ci piace prenderci in giro. Vedere chi il più forte, vedere chi cederà per primo.

E ora? di cosa dovrei parlare secondo te? del tempo? son tre mesi che piove, cazzo vuoi che ti dica. Di letteratura. Lo so che vuoi sentirmi parlare di letteratura, lo so che ti piace quando parlo di libri, sono bravo a giocare con le parole e a dirti quello che vuoi sentire.

So io di cosa avresti bisogno, ma sei troppo piena di te per fartelo dare.

Almeno il whisky era buono, quello non ce l'hai fatta a farlo inacidire.

dal sottosuolo

Era un uomo dotato di un talento innaturale nel distruggere le cose. Non che la cosa gli facesse particolarmente piacere, ma nemmeno gli dispiaceva. In verità credo che non si rendesse nemmeno conto di averlo, questo innaturale talento. Era sempre stato così, anche da piccolo. I giocattoli nelle sue mani semplicemente si disintegravano, da un momento all'altro, senza nessuna ragione apparente.

Gli succedeva anche con le persone, dopo poco tempo era in grado di rovinare qualsiasi rapporto. Una parola sbagliata, un gesto fatto o, e in questo il suo talento era davvero eccezionale, uno non fatto.

Aveva però imparato a raccogliere i frammenti migliori. Nel continuo scrosciare dei crolli tendeva una mano verso quelli più invisibili e belli, nella polvere impalpabile al di sopra delle macerie era come se riuscisse a tirare fuori sempre il ricordo migliore.

Spesso gli altri non capivano la sua strana serenità nei momenti peggiori. La chiamavano incoscienza, perfidia, cinismo. Questo in genere era lui a non capirlo, ma aveva imparato che erano soltanto punti di vista differenti, forse colpa di quella voglia che hanno in tanti di rendere tutto duraturo se non addirittura eterno.

A lui non importava poi molto del "duraturo" e dell'"eterno".

I programmi più a lunga scadenza che ricordava di aver fatto non andavano al di là dei tre giorni, non perché non gli sarebbe piaciuto, anzi, ma si era dovuto adattare. Quando, seppur raramente, aveva tentato di dare una lunga scadenza ai suoi progetti, se così li possiamo chiamare, qualcosa si era rotto subito dopo, come a ricordargli che lui no, lui non poteva, che a lui non era permesso.

Come tutto il resto anche la sua morte arrivò brevemente, senza alcun preavviso e senza dargli modo di fare progetti. Quando si rese conto che quella era la sua ora ne fu comunque felice. Guardando i ricordi accumulati nella sua vita senza futuro si rese conto di aver comunque vissuto e capì improvvisamente quello che voleva dire la frase che in un giorno qualunque della sua giovinezza l'aveva tanto colpito: "Vivere oltre i quarant'anni è di cattivo gusto", pensò che avrebbe dovuto approfondire il significato di quella frase, ma questo sarebbe stato un progetto a lungo termine, si disse, e tutto sommato non ne valeva la pena. Quindi preferì morire.

Ad Acapulco con un gatto nello stereo

come quando la mattina ti svegli e no, non sei ad Acapulco (che poi in questo periodo ad Acapulco ci sono strane influenze), ma che dico poi Acapulco, nemmeno a Follonica.

Piove da... boh, ho perso il conto, piove da tanto di quel tempo. Uno sguardo buttato fuori dalla solita finestra lasciata aperta a metà. Il grigio e le parole che si affollano in discesa per uscire, s'ingorgano, la porta è ben stretta, non esce niente se non qualcosa come un lamento. Oh. Picchio lo stereo cercando di farlo partire. Un altro lamento, con cosa diavolo mi sono addormentato ieri sera? gatti che si lamentano nelle orecchie e sapore di topo morto in bocca, un interessante mix zoologico, ma ho il sospetto di essere io l'animale peggiore.

Va bene, se così deve essere così sia, paranoia, manco paranoia nera, che quella potrebbe avere un fascino, paranoia grigio sudicio, di quella che non sei nemmeno troppo giù da poterci scrivere un post su.

Così malconcio che avessi un cane stamani non mi riconoscerebbe, o forse sì, che tanto tutte le mattine ho la stessa faccia a culo (no, non cambia durante la giornata). E ringrazio iddio che non ho più capelli, che almeno non posso essere spettinato.

Caffè. Eccola la prima parola di senso compiuto della giornata. Che bello riesco già a darmi uno scopo. Il primo. E l'ultimo.

relitti

A tempesta finita, ci ritrovammo aggrappati ai nostri corpi come a dei relitti. Col fiato grosso e gli occhi spalancati, portavamo ancora addosso i segni della lotta.

Riempimmo il nostro buio con le nostre parole. Sottovoce, dopo tutto il frastuono c'era come il bisogno di non disturbare il silenzio.

Le mie mani giocavano con le ombre sul muro, guardavo il tuo corpo disteso e la curva morbida del tuo seno nella penombra di quel lungo pomeriggio.

Presto me ne sarei andato, lo sapevamo entrambi, troppo instabili per resisterci, troppo instabili per restarci addosso, ma in quel momento non era poi così importante.

Di passaggio, per riempire il buco di buio che ognuno di noi ha nella propria testa. Barattammo il calore di uno sconosciuto con quello più familiare del bicchiere.

Ti accompagnai alla porta, sapevi che non mi avresti più visto, sapevo che non mi avresti più cercato. Ci andava bene così.

Conservo di quel pomeriggio questo ricordo come un barocco souvenir.

ma invece di ringraziarlo si arrabbia moltissimo

Erano due ore che la ascoltavo sciorinare luoghi comuni e frasi fatte. Ne avevo le palle piene, ma la prospettiva di svuotarle quelle palle mi teneva lì, con gli occhi appiccicati su quelle tette baldanzose e su quel culo che nemmeno il Canova. Sorrisetto di circostanza, il calice con il vino, le solite puttanate. Nel frattempo cercavo di divagare, ero al limite. Già un paio di volte mi ero trattenuto a stento dal ribaltare il tavolo, rovesciarglielo in testa e poi scoparla, lì, sul pavimento, contro il muro o in un altro posto qualunque.

Poi ci fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Sai, fino a qualche anno fa suonavo il clarinetto.

(lo so io che clarinetto ti farei suonare)
ahsssì?

Certo certo, ma poi sai, gli impegni, l'Università, insomma questa vita frenetica...

(no, ma scusa, hai trentuno anni, non hai un lavoro, studi scienza delle comunicazioni e sei fuori corso a qualche anno luce da una mesta laurea con il minimo dei voti, mi spieghi il significato di "frenetica"?!?)
e dimmi dimmi, eri brava?

beh, un po', mi proposero anche di incidere un disco.

(sì, anche io una volta ho inciso un disco, con una chiave, ma poi lo stereo saltava e non si sentiva più molto bene)
e perché non lo hai fatto?

Oh beh... perché per me la musica è una cosa molto personale e non mi andava che tutti mi potessero ascoltare senza che io lo sapessi. Ma tanto è acqua passata, anche perché non volevo fare la musicista, sai, io vorrei fare la scrittrice...

(già, l'ultimo libro che hai letto si intitolava "I tre piccoli porcellini" e ci mettesti otto mesi a leggerlo, nonostante tutte le figure)
hai già scritto qualcosa? posso leggerlo?

non lo so... sai anche questa è una cosa molto privata... ma sì, tu mi ispiri fiducia, tieni, è la trama.

"la protagonista a causa di un incidente era sulla sedia a rotelle, e l'incontro con il "lui" avviene durante una gara podistica dove partecipano anche persone con handicap, vedi la protagonista.
La scena dell'incontro si svolge così: quando manca poco al traguardo e "lei" ce la sta mettendo tutta per arrivare all'improvviso si sente spingere la sedia a rotelle e così tagliare il traguardo insieme, ma invece di ringraziarlo si arrabbia moltissimo, per lei arrivare era dimostrare a se stessa di essere ancora capace di vincere delle sfide ma lui a rovinato tutto! così è l'inizio."

(FA CACARE, E' INDECENTE...)
FA CACARE, E' INDECENTE...

MA COME TI PERMETTI?!?

ed è pure pieno di errori, i tempi dei verbi non tornano, c'è anche una "ha" senz'acca, roba che ti dovrebbero rispedire in terza elementare.

E IO CHE PENSAVO CHE TU FOSSI UN TIPO SENSIBILE!!!

e io che pensavo che stasera scopavo...

Se ne andò, sbattendo la porta.

Mi sdraiai sul divano, mi feci una sega. Peccato però, che tette, e che culo.

5.30am

Demolizione attenta dei mondi altrui. Mi sono svegliato stamani sotto il cielo ancora nero. S'è incendiato, ha bruciato fino a diventare cenere. S'è spento nel grigio cemento e la musica andava, le ruote giravano e accorciavano distanze. Gli oggetti sono più vicini di quello che sembrano.

Le persone?

Ci sto scomodo qua dentro, sono insofferente ma non ho un cazzo di voglia di cambiare.

All'alba il conto dei caffè era già a tre, cinque quello delle sigarette. Sono io che ho bruciato il cielo, il fumo azzurrognolo riempiva la stanza. La tenda tirata perché il sole non potesse ancora entrare. Acqua gelida sul viso, adesso è veramente ora di andare.

Uscendo prendi la spazzatura, sono mesi che l'accumulo, inizia a puzzare.

Il letto l'ho lasciato distorto com'era quando mi sono svegliato. Disfatto dalla lotta e dal sonno pesante. Se dormissi potrei anche sognare, ma ogni volta è soltanto una resa.

Inizio a diventare cattivo, duro, opaco.

art for humans' sake

Un ideale artistico che sia qualcosa di più che il semplice solleticare la nostra parte lucertolesca. Una ridefinizione complessiva del concetto di bello. La furibonda sintesi del modo di pensare del proprio tempo. Raccogliere su di una tela, su di un pezzo di carta o di cartone, sul cemento o tra le linee dritte di un pentagramma un'idea nuova, deviata e deviante dalla via maestra.

Rendere nuovo e stupefacente l'ovvio. Non importa se potevano farlo tutti, dopo. E' proprio questo che rende grandi solo alcuni. Non me ne frega niente se è un concetto elitario, se è per pochi. Se non lo capisci vuol dire che non te lo meriti e hai il diritto di morire ignorante.

Voglio sentirmi deriso e irriso da chi ne sa più di me. C'è gente che non ha bisogno di essere umile, che non deve essere umile. Voglio essere truffato e rendermi conto di quanto sono imbecille.

Non voglio piccole dosi, voglio sentirmi straniero.

In tutto questo, in ogni piccola parte, voglio tenere il mio cervello acceso, sintonizzato sul meglio di me.

Tutto questo stamani tra le sette e cinquanta e le otto meno cinque, seduto sul cesso. Fuori, tempo fa, c'era il mattino.

Torba e Tabacco

Con quell'uomo ho in comune il whisky e le sigarette.

Troppo dell'uno e troppe delle altre, io e lui.

Il talento quello no, perché io non l'ho mai avuto. Sono un lettore compulsivo prima che uno scrittore compulsivo. Quasi coetanei da quanto ho capito. Le cose non si possono spiegare, certe cose le devi capire. Se non sei capace fattene una ragione e arrenditi e, soprattutto, non venire a rompere le palle a noi che non siamo qui per tirarci dietro questa folla oscena. E' già troppo il peso è già abbastanza la nausea con cui combatto al mattino, non ho bisogno di aggiungere altro allo schifo dei miei risvegli.

Nonostante tutto questo ho un'etica. Distorta e malata, perversa è forse la parola più adatta, ma ce l'ho un'etica.

Sono feroce però tra i risvolti della mia etica. Non sono obiettivo e nemmeno neutrale. Non c'entra niente dio e nemmeno il diavolo, non ho amicizie così altolocate.

Sono ben poche le cose che ci separano dagli animali. Elementi di distinzione che, evidentemente, non tutti hanno ben chiari.

Ancora meno sono le cose che ci accomunano a qualcun altro.
Tra cui, le più importanti, la torba e il tabacco.

Mi stavo dimenticando di Carmelo

è tardi, dovrei essere a letto da un pezzo. Mi prendo un momento, costretto a rubarlo alle poche ore di sonno. Anche questa volta. Mi sto complicando un po'. Si conoscono soggetti ben strani, più complicati di questo divano ikea (comodo però, eh). Col cazzo che basta una brugola. Datemi una brugola e vi solleverò il mondo, attenendomi pedissequamente alle istruzioni. Al più avviterò un paio di viti. Poi non è che uno si deve chiedere perché va di moda la televisione. Bruno Vespa fa tendenza. Mi farò crescere due nei. Magari fosse vintage, o almeno retrò, a me pare tutto vecchio. Vi appalto il blog, dategli un'imbiancata. Torno quando avete finito. Lasciate le finestre aperte. L'allarme non c'è, niente di valore. Annodato. Tanto le cose me le dimentico e finisce sempre che non torno più. Il gusto di fare due parole, farle proprio. Un quadro una canzone. Una biblioteca intera, quella di Borges. Un quadro di Mondrian. Righe diritte colori puri. Uno strappo nel colore per passare tra il dentro e il fuori per andare un poco più in là. Io tagli non ne ho. Non sono l'unico che vede certe cose. Illuminazioni. Un volto strano. Più anni della tua biografia e meno di quelli di cui ti senti il peso addosso. Vorrei una mente lucida. Ho una testa senza capelli. Mi sono chiesto spesso se una parola abbia mai avuto lo stesso significato. Ho pensato spesso che sarebbe bello se quello che io vedo blu tu lo vedessi giallo. Sarebbe poi soltanto una questione di convenzioni. Voglio chiamare un colore Carmelo. Mi sa di rossoquasifucsia. Il kitsch è Rosa Confetto. E la finocchiona è radicale.

Si scrive Froid ma si legge Fruà(*)

ho fatto un sogno strano. C'erano un autobus, una moto d'epoca, di quelle vecchie, piccole e col manubrio stretto, ma con l'avviamento elettrico e io andavo in giro senza casco, mi appoggiavo sul serbatoio ed era stranamente caldo. Un autista che prima se ne andava e poi moriva, s'impiccava. C'ero io, c'era mia madre e una casa che non era una casa in un paese che non conosco. Una strada sterrata e una salita. C'era mio padre ma soltanto una volta. Un sacco di altre persone ma non ricordo il volto di nessuno, solo quello dell'autista, che è uno che conosco.

(*)cit. G. Marx (quello di Dylan Dog)

Se mi chiami e ti risponde un gatto di nome Vladimiro, lascia pure un messaggio

c'ho il computer coi criceti e i criceti sembrano essere stanchi. Vorrei vedere te se lavorassi al crico. Se ti perdi compra un tom tom, e vedrai che ci entrano, basta spingere abbastanza, al più staranno un po' stretti. Spinga signora spinga che di criceti ce ne sono ancora. Svolta diquì svolta dillà, ma ndo cazzo stai a annà con la voce dei Chipmunks, odio al quadrato. Strullo, strullallero strullallà. Se non stai interpretando a dovere dovresti fare come il mio gatto e andare da Stanislavskij, perché l'importante è calarsi nella parte, che fornisce corde e moschettoni per pescare pescettoni, ma questa parte fa acqua da tutte le parti e qualunque cosa scriverò la trascriverò contro di me e contro il muro del tribunale. Imputato per atti vandalici. Che cazzo c'entra ora l'Impero Romano, che poi il Medio Evo mi stava anche abbondantemente sulle palle. Ti sei perso, ti serve un caffè. In endovenosa, o sublinguale, o l'altra strada veloce, no, non è orale, hai sbagliato ma grazie lo stesso per aver partecipato al nostro gioco, hai perso la faccia, ti servirà quantomeno uno specchio per poterla ritrovare. Lo specchio sul soffitto della camera da letto nella migliore tradizione cinematografica italiana. Ti brucerei sul tempo se soltanto riuscissi a trovare un orologio abbastanza ampio da poter essere usato come pira. No, non Giorgio. Se mi dai del pazzo ti posso dire che è un completino e da qui si potrebbe nuovamente decollare ma sarebbe un peccato doverti tagliare la testa. Il danno è limitato. Et voilà.

spara

mi trovo bene con la pagina nera davanti, una pagina vuota e degli appunti da prendere. Sono domande a cui devo rispondere. Non ci sono sguardi da incrociare. Soltanto a tratti afferro il senso della mia solitudine. Un soprammobile di cristallo tenuto troppo stretto. Non abbandono la mia prudenza per un motivo qualunque. Trovarsi e riconoscersi. Feroce egoismo che chiede senza avere niente da dare. Amaro e disincantato, si prende gioco di sé, degli altri. Non importa di chi è la colpa, qualcuno deve pagare. Immagini fisse, nitide o meno poco importa. C'è qualcosa che mi attrae ma in queste foto non c'è. Non tutte le espressioni si possono catturare. I demoni non si lasciano prendere e non ci sono parole da mettere. Prima o poi tutti presentano il conto. Non ho niente da chiedere, prendo soltanto quello che mi vuoi dare.

altre cose da dire.

scuri i tuoi occhi come i miei non lo sono stati mai. Gesti plateali e un sorriso disperato. Non mi ricordo molto bene. Sfocato, distorto nel vetro pesante della bottiglia. Uno strappo profondo dentro di me. Il mio sguardo attonito e una stretta soffocante. Un vano tentativo di ricostruire. Dove da qui. Il suono angosciante di un lenzuolo lacerato con i denti sono bende legate strette sulle ferite. Il suono angosciante del tuo sorriso cade veloce dentro di me. Come da qui. Una parola confusa tra altre più banali e più mediocri di te. Perché qui. Non ho punti interrogativi da mettere, non ho risposte da dare. Cose che non sono capace di capire. La coltre nera della noia domina il piccolo mondo. Unghie dure e spezzate sporche di terra e di sangue. Lunghi segni sulla pelle, è molto peggio di quello che potrebbe sembrare.

Danza macabra e oscena. Sì, questo sono proprio io.
Lo sguardo fisso e gli occhiali scuri, sotto la visiera.

Devi concentrarti fino a non sentire il rumore, fino a trovare il silenzio strano dei motociclisti, che è fatto di motore e di vento.

Occhi fissi sulla strada, sulle sue pieghe che tra poco dovrai copiare. Non c'è tempo per pensare.

Respira e rilassati. I muscoli non devono essere tesi.

La passione ti porta in posti stupendi dove non avresti mai pensato di poter arrivare.

Parlano poco i motociclisti, è un mondo fatto di piccoli gesti. Due dita o l'ammiccamento di un faro. Anche con i piedi per terra, qualche cenno e il sorriso di chi sa, perché questa strana gente non ha bisogno di parlarne, perché questa strana passione è difficile descriverla a parole.

Voglio far correre l'asfalto sotto di me e andare a sfiorarlo in equilibrio precario, passare sul bordo sottile non sapendo se c'è ancora il sole dietro alla prossima curva.

Tana per l'inglese.

Son cose che capitano. Un giorno ti svegli e t'accorgi che qualcuno ti guarda, da lontano. Da Londra, per essere precisi.

E allora stai lì a ragionare per un po', perché ti sembra strano, perché non hai capito.

Pensi ad un vecchio amico, e ti sembra strano.

Poi pensi alla sorella del vecchio amico e al suo fresco trasloco e BAM! ti si accendono tutte le lucine, tutte insieme, roba da doversi mettere gli occhiali da sole.

E' un piacere averti qui, la porta è sempre aperta, sei sempre la benvenuta.

(Sta su, che versi)

Comunque non parlo di:

Televisione, perché non la guardo e non perché voglio fare lo snob. Non sono uno di quelli che dice di non guardare la televisione e poi si fa in vena tutti i reality show che nostra signora dell'etere mette in onda. Mi drogavo coi telefilm, ora ho smesso pure con quelli. E me li scaricavo, con buona pace di diritti d'autore e guardia di finanza, per pura pigrizia e per poterli guardare come e quando volevo io, secondo la ben nota legge della "dittatura del tasto pausa che ora devo andare in bagno".

Facebook, anche se sì, ho anche io un profilo facebook. Monotematico, per un solo motivo, con un unico scopo. Sapete qual è, non fate i finti tonti. Non è che son qui a far ballare la scimmia, son qui perché Darwin c'ha ragione. Ma i post che parlano di/a/da/in/con/su/per/tra/fra facebook non mi piacciono. Mi sembrerebbe di andare a teatro e parlare per due ore dell'ultimo film, magari dei Vanzina, che ho visto al cinema.

Politica, ne parlo fin troppo nel mondo reale, e di blog politici ne è pieno il mondo e, soprattutto, le mie palle.

Sesso, non avrei niente da dire se non le quattro minchiate che mi posso inventare una volta l'anno quando mi sveglio di notte, all'improvviso e tutto bagnato.

E poi:

Non uso né caratteri né colori strani, che è faticoso per gli occhi, sono vecchio e ci devo stare attento a queste cose.

Non metto immagini nei post, sono stato tentato a volte, ed è anche possibile che prima o poi capiti, tanto si sa, la coerenza non è esattamente il mio forte, ma non mi ci piacciono le immagini nei post, in linea generale.

E scrivo di tutto, fatti salvi i casi di cui ai paragrafi precedenti, scrivo come mi pare, tutto pulitino o alla cazzo di cane a seconda di come mi gira, mi invento il 98% di quello che scrivo, lo scrivo quando mi pare e dove mi pare, anche in bagno sì, tanto c'ho il wifi.

Indovinate dove sono adesso.

c'è Mondrian nel mio bagno

se ne potrebbe riparlare in un altro momento? mica per altro ma quando mi parli sento come un rumore insistente di sciacquoni. Intasati per giunta, sono sicuro. Perché fanno wosh wosh poi stallano (nel senso di fermarsi non nel senso delle mucche) e poi fanno gluuu-wooooshhh con quel che di risucchio triste solitario e final. E non ho capito, non sono sicuro, ma forse 'sto rumore è l'aria che quando apri bocca ti entra dalle orecchie a causa della depressione causata dal sottovuoto spinto che c'hai costì dentro. Ma dico io, se non hai niente di intelligente da dire, zittati.

Adesso devo andare, tra l'altro, che mi è arrivato un sms e m'hanno invitato ad uscire. Chi era? che ne so, c'era scritto "numero privato" non è che sono stato ad indagare. Magari è una maniaca che mi piglia mi stordisce e poi mi stupra in un vicolo (se stai leggendo, non c'è bisogno che tu mi stordisca, stuprami tutto, che mi piace). Cosa? Cos'è questo odore? Ah, no, tranquilla, ho solo scorreggiato. Sai com'è a pranzo ho mangiato pesante, poi sono uscito in terrazza in mutande e il freddo deve avermi fatto male al pancino. Fa davvero così schifo? Se devi vomitare il bagno è di là, ma stai attenta, che ho appena pulito. No, mi dispiace non ho lamette in bagno, uso il rasoio elettrico, ma tranquilla dai, i peli superflui non mi danno fastidio (si capisce che sto dicendo una cazzata, vero?). Ah no?! volevi suicidarti... capisco, e proprio nel mio bagno? è tutto bianco e blu il mio bagno, se mi ci spargi il sangue poi sembra un quadro di Mondrian. Senti, se ti lascio lì a marcire hai intenzione di diventare gialla o verde? come che me ne frega? Il giallo andrebbe bene, ma il verde nei quadri di Mondrian mi pare di non ricordarlo. Non sai chi è Mondrian? Questo è un problema tuo, non è che sono qui per farti un corso accelerato di storia dell'arte, son qui per scoparti, che, non l'avevi capito?

Sì lo so, ho un ego eccessivamente sviluppato blah blah blah.

Sono felice che tu sappia il significato della parola ego, francamente non me l'aspettavo, dove l'hai imparata, sull'incarto dell'ovino kinder? sì lo so che le frasi ebeti e zuccherose si trovano nei baci perugina ma non pensavo te ne avessero mai regalati. E comunque non è il mio ego ad essere ipertrofico, sei te che non capisci un cazzo. E se anche non fosse così, non è che posso stare qui a ragionarci su, c'ho da uscire t'ho detto, ti vuoi rivestire?

ti ho telefonato e mi ha risposto un gatto di nome Vladimiro, credo che tu mi tradisca

Scendo un treno salgo una macchina. Vado, che ho fretta. Era una notte buia e tempestata. Ma prima le donne, i vecchi e i bambini. MORIREMO TUTTI (ma a stento). Ho trentanni avevo ancora una vita attaccata alle palle. Un gatto. MEOWFFFFF. Tripudio colonnello. IN PIEDI, APPLAUSI. Se dio esistesse sarebbe ingegnere, infatti guarda che casino. Se c'è scritto tirare è inutile usare il bazooka. Non pretendere che il figlio ti esca dalla bocca (era mica entrato di lì?). L'acqua è alle cavigliere (ortopediche), è arrivata l'alluvione, siamo al secondo piano. La situazione di certo promette bene. Se ti sporchi le mutande puoi CERTO sostenere che è stata una "falsa partenza". Più di un ottimo motivo per andare in vacanza. Posto con tette e culi al vento, please. Se ti cavo un occhio diventi un pirata o ti devo anche tagliare una mano/gamba/arto a scelta del contribuente? E' bello far l'amore con la testa in giù. NON FACEVA COSI' la CaNzOnE. Ti va il sangue alla testa, ti esce dalle orecchie, sembri un putto con due fontanelle. Insieme a quel tappo di cerume col DNA dei dinosauri. Cerumik Park. Uno due tre cinque sette undici tredici diciassette diciannove. Non ho dimenticato nessuno, credo. Se ti prendo a VANGATE sulla collottola potresti ritenerti in qualche modo offeso? Ho degli organi interni di cui stento a capire il perché. Ma a domanda non rispondono se non la lingua. Ma perché sempre al mare, anche la montagna al suo perché, in alcune vallate anche il suo perché perché perché. E' una questione di rimbalzi. La parola magica è accendisigari. O ATTACCAPANNI. Mi hanno scomunicato (era l'ora) non sono stati così simpatici da farlo con uno stelefono. Giovini di belle speranze. Il mio gatto mi guarda in cagnesco in perfetta tradizione Kostantin Sergeevič Stanislavskij (l'ho trovato su uichipedia). MEOWFFFFF.

me ne vado in libreria

unciò voglia via. Ci provo, unnè mica che unci provo. èssolo che apro e chiudo i programmini sul computer, provo a far qualcosa emmi passa la voglia. Sarà che è venerdì, sarà che stamani ero immezzo a 'na via (letteralmente) ma tutto è andato come doveva andare, oddio via, qualche bestemmina ci s'è appiccicata, soprattuto all'inizio, ma poi tutto andava e i leddini pippolavano e le scrittine nei computer eran quelle che dovevano essere. E noi s'era tutti gai e ridenti. E ora qui e aspetto, crivellandomi abbondantemente i coglioni e saltellando da una cosa all'altra, che sian le sei e che la mia coscienza (ah ah) mi dica che posso levar le tende. E ciavrei voglia d'andar in libreria, perché è un po' che non mi compro un libro. E a me comprare i libri mi fa un po' l'effetto che fa a una donna il comprassi un par di scarpe nove. Oddio, qualche differenza c'è. A me se il libro è l'ultimo modello unnè che m'interessi parecchio, anzi, i libri che van di moda in genere li scarto a priori perché IO non mi confondo con la massa (ah ah, vorrei però ricordare che fumo, bevo caffè, mi faccio la birra in casa e lastbatnotlist c'ho anche il profilo su faccialibro, con buona pace dell'amico D.).

E girellare tra gli scaffali di una libreria come un topo di biblioteca disperato, con questa faccia con quel color verdeneon che mi viene fuori quando anche l'ultimo rimasuglio di abbronzatura (casuale, che ammè il sole mi dà di molta noia) se ne va, e quindi sta faccia con quel colorito giallognolo-spento che mi porto addosso da settembre (giorno più giorno meno) a luglio inoltrato, (si avvertono i sig.ri lettori, ventitre al massimo per esser sicuramente da meno di vari miei, più illustri di me, predecessori, che sta frase, dicevo, cominciava con "girellare tra gli scaffali...", ve l'ho detto che sennò unvi torna il discorso) mi garba. Ci perdo le ore in libreria, ritrovo vecchi amici, no, non altri disperati come me, libri che ho già letto, che magari si son dati una rinfrescatina e han cambiato copertina per veder di vendere qualche copia in più. Mi piace riaprirli a caso e provare a leggere, provare a ricordarmi chi ero e che diavolo pensavo quando lessi quel libro lì. Mai, mai una volta che mi ricordi un cavolo. Ma sono rincoglionito e poi ne ho letti diversi di libri in vita mia, mica mi posso ricordare tutto. La mia memoria funziona benissimo solo per le nozioni completamente inutili (con buona pace dell'amico L.).

E poi magari trovo un libro che mi c'entra l'occhio, o l'ultimo di uno di quei due barra tre autori viventi che leggo, e poi, regolarmente, non lo compro. Perché a me coi libri mi capita come con le donne, c'ho bisogno di tempo per capire se potrebbero piacermi davvero, magari ripasso, li riguardo, ci ripenso, insomma, a me la quarta di copertina non mi basta. Fatemi leggere almeno due tre pagine prima di decidere. I libri non si comprano mica a caso.

Ma con i libri è più facile, ci son le recensioni online, gli amici. Con le donne la questione è più complicata, le recensioni online non le trovi, e se le trovi, insomma... vedi un po' te su che sito sei capitato... gli amici a volte sì, un consiglio te lo possono dare, magari anche per esperienza diretta, ma sai un libro bene o male lo scaraventi via e ciao, una donna che fai? non la puoi scaraventar via, mica la puoi percuotere a mezzo candelabro (grazie, "amico" 30M), ci devi stare un po' attento, che poi si sa, le donne son congegni delicatini. Ce ne sono addirittura di più complicate di qualche libro che m'è capitato di leggere.

Mi sono sempre piaciuti i libri complicati.

Oh! son le sei... buon fine settimana, me ne vado in libreria.