Finale

Ero in giro con questo tipo, per dovere, non per diletto.

Ad ogni piè sospinto peggiorava.
Ero appena partito e già non mi quadrava.

Andiamo al mare, dissi, lavoriamo, e poi facciamo un tuffo.
Non so nuotare, rispose, e poi il mare non mi piace.

Vabbè, pensai, càpita, è giusto, il mare mica piace a tutti.

Poi lo guardai, lo guardai meglio.
Non era brutto, no, ma sciatto.

Vabbè, pensai, non ci tiene, non ci guarda, magari, giustamente, gli interessa altro.

Un viaggio in auto, abbastanza lungo.
Non disse una parola, non guardò dal finestrino, guardò sempre dritto, avanti, come un cretino.

Ci provai, giuro, a buttare due parole.
Rispondeva a mugugni e parole sole.

Il panorama, la musica, la vita, le donne.
Niente pareva interessarlo.
All'ultima domanda, esplicita ben oltre, rispose che:
oltre alla sua macchina e al suo orto non gli piaceva altro.

Ma, cazzo, mi azzardai a dire, il mondo intorno, l'hai mica visto?

Una volta andai ad Ancona,
ma non mi piacque.
Fu la definitiva lapide,
e dopo,
tutto tacque.


Tempesta

C'era odore d'acqua nell'aria, quella notte.
Odore d'acqua portata dal vento:

non ricordo com'era iniziata esattamente,
ma adesso parlavamo: parlavamo tanto.
O meglio.
Io parlavo: libresco, cervellotico, logorroico e pedante.
Tu ascoltavi: ascoltavi i miei deliri, anche quando mi perdevo dietro a un pezzo vecchio di trent'anni.

Giocavamo, ed era pericoloso, ma divertente.
Approfittavamo delle nostre rispettive vanità:
io ricordandoti quanto tu fossi bella,
tu ricordandomi quanto io fossi interessante.
Giocavamo, ed era pericoloso, ed eccitante.

Poi una sera, non t'aspettavo, ma t'aveva mollato, lo stronzo, e bussasti alla mia porta.
Entrasti in casa mia come una furia:
delusa, amareggiata, impetuosa e incazzata.

Io buttato sul mio divano, tu un poco più distante,
finimmo quella sera col parlare a lungo, come sempre:
di te, di lui, del futuro e delle cazzate dei vent'anni.
Parlammo dei segni addosso, di chi se li fa dentro, di chi indosso.
Divagammo, finalmente, dai massimi sistemi e tornasti a ridere delle mie battute sconce.
Mi dicesti che parlare con me era come confessarsi, anzi, meglio:
senza le preghiere e senza la morale in fondo.

Ma nel frattempo cercavi vendetta, avevi sete di sangue.
Me ne accorsi, ero pur sempre un uomo:
ci provai, era evidente, cercai di portarti a letto.
Te ne accorgesti, anche tu, eri pur sempre donna:
ti piacque quel gioco, ma rimanesti distante.

Lottai, con tutte le mie armi: parlai dei tuoi occhi, dei tuoi capelli, delle tue gambe.
Abusai ancora della tua vanità e, lentamente, ti stavo accerchiando.
Vidi qualche segno di cedimento, poi me ne uscii con quella frase:

quando parlo con te non andrei mai a letto

Cogliesti l'occasione, ti alzasti rapida, devo dormire, dicesti, è tardi.
Te ne andasti.

Rimasero il tuo profumo e un rumore sullo sfondo.
Il rumore che lascia una tempesta,
dopo che è passata, quando è distante.

Perfect sense (*)

Confondendo cose e ascoltando canzoni.
Un giorno più vicino al giorno della fine.

Il segno delle vene e l'ombra delle mani.
Schermo la luce sotto una fumosa cortina blu, ma non riesco ancora a vederti, distesa tra le anse delle mie onde.
Un gioco in piena luce senza sapere qual è il tuo colore.
Tentato dal rallentare il ritmo, ma incapace di farlo.


Ed è ora.
Le linee convergono tutte dove sei tu.
Chi prima di me ti ha scritto cose così.


Chiudi la porta e butta via la chiave.
Ricordati di me come di un folle, come di un sogno e come di un incubo.
Come il fragore di un tuono in un orecchio.


C'è qualcuno nella mia testa e non sono io.
Una notizia che non vuoi leggere.
Qualcuno che non vuoi incontrare e contro cui non vuoi combattere.


Vattene, poi, cambia l'ombra nella luce, se ne hai voglia, se ne hai il coraggio.
E poi voltati, indietro e dentro, e apriti e chiediti cosa diavolo sta succedendo.
Riesci a vederlo? Tutto ha un senso, espresso nelle parole, tutto ha un senso.


(*) Roger Waters, Amused to death, 1992

Risposte

Pratico risposte complesse, mai sconti.
Conti precisi, piuttosto, del dare e dell'avere, e dei bicchieri di vino.
Metafore ardite, tra declivi di boschi e poltrone di velluto, come altri, prima e migliori di me.

Capelli neri e sguardi ossessivi.
Cose interessanti da dire? Che cazzo me ne frega, certo che sì.

Poche parole, ma pesate, in alberghi di pessima categoria.

Tenere un diario è un'attività nient'affatto remunerativa e tutt'altro che produttiva.
Mi guardo addosso con gli occhi di un altro, mediamente più sobrio, e sempre mi chiedo perché.

Accessibile a tutti e conosciuto da pochi.
Nessun vezzo, è semplicemente e, solo, così.

Che palle.
Ti diverti?