un isterico alle prese con l'anniversario del Muro
Nove undici il televisore in bianco e nero, di mio nonno, in un brutto tinello maron: Paolo Conte?
Faccio la quarta elementare e penso che da grande farò l'ingegnere.
Crolla il Muro di Berlino.
Un televisore, partecipazione e libertà.
Due anni dopo spariscono mio nonno, socialista turatiano, il televisore e l'Unione Sovietica.
Il tinello no.
Il Muro è caduto, il Comunismo è finito, il tinello resiste.
Dodici anni.
Undici nove il televisore a colori, un brutto salotto maron, ma non c'entra niente Paolo Conte.
Studio elettrotecnica perché in quarta elementare ho deciso che da grande farò l'ingegnere.
Crollano le Torri Gemelle.
Un televisore, partecipazione e lutto.
Tre anni dopo mi laureo.
Due date a rovescio e un arco tra le macerie.
La fine dell'infanzia e la fine dell'adolescenza.
Su quell'arco tra le macerie, libri tanti, idee poche, e stravolgimenti.
Ma da quell'arco almeno un insegnamento.
Che ad un certo punto i muri crollano.
Il Muro l'hanno costruito per tenere la gente dentro e le idee ferme, perché la libertà era un nemico.
Le Torri Gemelle le hanno colpite perché là dentro c'era un nemico.
I crolli accadono quando qualcuno innalza un muro di fronte al nemico.
I muri cadono, ci mettono più o meno tempo, fanno vittime, ma prima o poi i muri cadono.
Meglio non innalzarli.
Ci sono andato a Berlino e ho sentito i brividi oltrepassando un Muro di cui non rimaneva che una pietra d'inciampo. Ci sono andato a New York e ho sentito i brividi guardando il buco profondo dell'impronta delle Torri.
Diciotto anni, trenta in tutto dall'inizio della storia.
Si innalzano ancora i muri, ancora si cercano i nemici.
Cosa ho capito.
Il diverso non è un nemico, le idee non vanno fermate.
Altrimenti si innalzano i muri, altrimenti ci sono le vittime.
Poi, comunque, i muri cadono.
Meglio le ferrovie.
"gli ingegneri sono creature candide e astute allo stesso tempo: da un certo punto di vista sono gli esseri più metafisici del mondo, dall’altra se ne vergognano. Sbuffano dinanzi all’abisso e poi cercano di costruirci sopra una ferrovia."
(Edoardo Camurri, Prefazione alla traduzione italiana di Finnegans Wake di Juan Rodolfo Wilcock)
Da grande.
Ti eri scusata e avevi iniziato a parlare, in quel locale: mi avevi chiesto cosa fosse quella birra strana, acida, ti avevo interrotto, che avevo nel bicchiere.
Cioè? avevi chiesto.
Avevo cercato di spiegartelo, senza essere troppo noioso, troppo pedante.
Dopo qualche mia frase, senza senso, mi avevi interrotto tu: ma secondo te la posso bere?
Certo, io la bevo e mi piace, tanto. Dopo un primo incerto sorso grazie è buona, avevi detto, un po' sorpresa, e anch'io.
Poi avevi parlato tu, di te, della tua vita, e avevi detto tanto: t'eri confidata, come si fa a volte con gli sconosciuti sul bancone, perché ci si fida o perché non li si rivedrà mai più.
Io non avevo detto niente, a stento il mio nome, non chi ero o che ci facevo lì.
Solo di birra avevo parlato, e avevo chiuso.
Non parlo mai di me.
Le tue parole però mi avevano fatto pensare e il giorno dopo, in viaggio, mi ero detto che:
Non ti avevo nemmeno detto che da lì a due giorni i miei anni sarebbero stati quaranta e che, pur non volendo, ad un certo punto, anzi no, ad una certa età, si tirano le somme, si traccia la famosa riga e, c'è poi da vedere per quanto, ci si volta indietro.
Dentro.
Da grande.
Avrei voluto essere Hemingway, con lo sguardo lucido e la scrittura asciutta, e un gran finale col botto.
Ma con gli anni di lucido m'è venuta solo la testa, lo sguardo proprio no, e la mia scrittura poi è rimasta disorganica e scomposta, come quello che mi passa nel cervello e poco più.
Avrei voluto aver più tempo per la letteratura: tedesca, russa e americana soprattutto, e anche tutto il resto, con un libro in valigia e uno a casa che mi aspetta da tre anni sempre accanto al letto.
Avrei voluto aver più tempo e soldi per viaggiare, raccogliendo foto e trovandomi straniero.
Avrei voluto cercare sempre il bello, per lasciarmi affascinare e non andarmene mai via, finché c'è qualcosa di nuovo da scoprire.
C'è poi una lista di: ah no, questo poi l'ho fatto.
Però non mi divertono, non ce la faccio a guardare indietro troppo a lungo, è pericoloso: sto guidando.
E poi un ultimo, fondamentale, avrei dovuto:
Mettere la testa a posto.
Ma alla fine per questo c'è ancora tempo.
Cioè? avevi chiesto.
Avevo cercato di spiegartelo, senza essere troppo noioso, troppo pedante.
Dopo qualche mia frase, senza senso, mi avevi interrotto tu: ma secondo te la posso bere?
Certo, io la bevo e mi piace, tanto. Dopo un primo incerto sorso grazie è buona, avevi detto, un po' sorpresa, e anch'io.
Poi avevi parlato tu, di te, della tua vita, e avevi detto tanto: t'eri confidata, come si fa a volte con gli sconosciuti sul bancone, perché ci si fida o perché non li si rivedrà mai più.
Io non avevo detto niente, a stento il mio nome, non chi ero o che ci facevo lì.
Solo di birra avevo parlato, e avevo chiuso.
Non parlo mai di me.
Le tue parole però mi avevano fatto pensare e il giorno dopo, in viaggio, mi ero detto che:
Non ti avevo nemmeno detto che da lì a due giorni i miei anni sarebbero stati quaranta e che, pur non volendo, ad un certo punto, anzi no, ad una certa età, si tirano le somme, si traccia la famosa riga e, c'è poi da vedere per quanto, ci si volta indietro.
Dentro.
Da grande.
Avrei voluto essere Hemingway, con lo sguardo lucido e la scrittura asciutta, e un gran finale col botto.
Ma con gli anni di lucido m'è venuta solo la testa, lo sguardo proprio no, e la mia scrittura poi è rimasta disorganica e scomposta, come quello che mi passa nel cervello e poco più.
Avrei voluto aver più tempo per la letteratura: tedesca, russa e americana soprattutto, e anche tutto il resto, con un libro in valigia e uno a casa che mi aspetta da tre anni sempre accanto al letto.
Avrei voluto aver più tempo e soldi per viaggiare, raccogliendo foto e trovandomi straniero.
Avrei voluto cercare sempre il bello, per lasciarmi affascinare e non andarmene mai via, finché c'è qualcosa di nuovo da scoprire.
C'è poi una lista di: ah no, questo poi l'ho fatto.
Però non mi divertono, non ce la faccio a guardare indietro troppo a lungo, è pericoloso: sto guidando.
E poi un ultimo, fondamentale, avrei dovuto:
Mettere la testa a posto.
Ma alla fine per questo c'è ancora tempo.
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