Polvere scintille e capelli sul pavimento immacolato del bagno.
Questo è tutto quello che m'hai lasciato. Sei scappata, scomparsa. La linea sinuosa a cui per giorni sono rimasto aggrappato è scivolata via dalle mie mani.
E adesso?
E adesso sarà difficile, come ogni volta e come ogni volta sarà più difficile della precedente.
Difficile a trentanni, sì, proprio difficile. Mettici l'esperienza, mettici che, come dice mia madre, le migliori se le sono già prese, mettici che, soprattutto, cominci ad aver capito fin troppo bene quello che vuoi.
Va bene: sto bene anche solo. Questo lo so anche da me.
Infatti non cerco qualcuno che mi tenga compagnia, cerco qualcuno che mi completi, perdio. Cerco quella che riesca a non annoiarmi, quella che bacerò ogni volta perché avrò voglia di farlo e non per tapparle e per tapparmi la bocca.
Sai cosa me ne frega poi se è di marmo, se è un ciambellino o se è rossa, gialla o turchina.
Te ne sei andata, allora.
Quindi?
Quindi non so ancora chi sarà la donna della mia vita.
Ma, anche questa volta, una cosa l'ho imparata: avrà il tuo sorriso e avrà i tuoi occhi.
Il volto del mago
Avrò avuto dieci anni e tutto sommato ero un bambino abbastanza normale. Come a tutti i bambini normali mi piacevano da impazzire i fuochi artificiali. Fumo e odore di zolfo, un'anticamera dell'inferno nel naso e luce, uno spettacolo da paradiso, negli occhi.
I fuochi sì, ma soltanto una volta all'anno. Solita festa del solito santo patrono.
Cosa? Il nome del patrono? E io che ne so, non mi sono mai interessato gran che alla gente famosa.
Era settembre, questo sì me lo ricordo bene, perché finiva l'estate, che eravamo tutti tristi perché da lì a qualche giorno sarebbe ricominciata la scuola, e quella era l'ultima, ma veramente l'ultima, occasione per far festa.
La festa era un prato con quattro banchetti di cianfrusaglie e uno di dolci. E la festa eravamo noi: bambinetti scalmanati che correvamo rincorsi da madri che, sull'orlo di una crisi di nervi, urlavano disperate l'epica frase "non correre che poi sudi" (pensa se avessero saputo quel che costa adesso l'iscrizione in una qualunque palestra dove l'unica cosa che vai a fare è sudare, perché sì, uno prova anche a rimorchiare in palestra, ma, almeno a me, non m'è mai riuscito).
E la festa erano i fuochi aritificiali.
Era il momento che tutti aspettavamo.
Centinaia di facce, tutte uguali, con il naso all'insù e la bocca spalancata, già pronta per la cascata delle o di meraviglia.
Avrò avuto dieci anni, dicevo, e anche io ero là, seduto sul prato in mezzo alle facce tutte uguali e non so come, non so perché, per un attimo i miei occhi caddero giù, e mi accorsi che dietro quella magia c'era un mago. E questo mago era un omino basso, nervoso e vestito di scuro. E correva, come un pazzo, e dalle sue mani, ogni volta che si fermava, sprizzavano scintille.
Le sue mani: e il suo volto. Teso nello sforzo e concentrato come se stesse recitando una preghiera, che deve essere precisa, dove ogni parola deve essere quella giusta e la devi dire al momento giusto. E nero. Il suo volto era nero, ma non di quel nero senegalese che conosciamo un po' tutti, era il nero della fuliggine, del fumo, della polvere pirica penetrata ormai nella sua pelle. Era un nero da miniera, quasi.
E poi mi ricordo i tre botti di luce, che tutti conoscevamo, che tutti sapevamo essere il gran finale della nostra estate.
Quella volta i tre botti li ho sentiti ma non li ho visti, che io, ormai, guardavo soltanto il volto del mago. E lui, nella luce del gran finale, senza più fretta, finalmente fermo in mezzo al cartone sbruciacchiato e ai lapilli incandescenti che cadevano dal cielo, alzò lo sguardo e guardò noi: guardò noi e le nostre facce vestite tutte uguali e: sorrise.
Un sorriso sfinito, coperto di fumo e sudore, ma un sorriso di quelli che, oh, se ne fai uno così ad una donna, quella sicuro che si innamora.
Non sono più andato a vedere uno spettacolo di fuochi artificiali in vita mia, che io alla magia mica ci credo.
I fuochi sì, ma soltanto una volta all'anno. Solita festa del solito santo patrono.
Cosa? Il nome del patrono? E io che ne so, non mi sono mai interessato gran che alla gente famosa.
Era settembre, questo sì me lo ricordo bene, perché finiva l'estate, che eravamo tutti tristi perché da lì a qualche giorno sarebbe ricominciata la scuola, e quella era l'ultima, ma veramente l'ultima, occasione per far festa.
La festa era un prato con quattro banchetti di cianfrusaglie e uno di dolci. E la festa eravamo noi: bambinetti scalmanati che correvamo rincorsi da madri che, sull'orlo di una crisi di nervi, urlavano disperate l'epica frase "non correre che poi sudi" (pensa se avessero saputo quel che costa adesso l'iscrizione in una qualunque palestra dove l'unica cosa che vai a fare è sudare, perché sì, uno prova anche a rimorchiare in palestra, ma, almeno a me, non m'è mai riuscito).
E la festa erano i fuochi aritificiali.
Era il momento che tutti aspettavamo.
Centinaia di facce, tutte uguali, con il naso all'insù e la bocca spalancata, già pronta per la cascata delle o di meraviglia.
Avrò avuto dieci anni, dicevo, e anche io ero là, seduto sul prato in mezzo alle facce tutte uguali e non so come, non so perché, per un attimo i miei occhi caddero giù, e mi accorsi che dietro quella magia c'era un mago. E questo mago era un omino basso, nervoso e vestito di scuro. E correva, come un pazzo, e dalle sue mani, ogni volta che si fermava, sprizzavano scintille.
Le sue mani: e il suo volto. Teso nello sforzo e concentrato come se stesse recitando una preghiera, che deve essere precisa, dove ogni parola deve essere quella giusta e la devi dire al momento giusto. E nero. Il suo volto era nero, ma non di quel nero senegalese che conosciamo un po' tutti, era il nero della fuliggine, del fumo, della polvere pirica penetrata ormai nella sua pelle. Era un nero da miniera, quasi.
E poi mi ricordo i tre botti di luce, che tutti conoscevamo, che tutti sapevamo essere il gran finale della nostra estate.
Quella volta i tre botti li ho sentiti ma non li ho visti, che io, ormai, guardavo soltanto il volto del mago. E lui, nella luce del gran finale, senza più fretta, finalmente fermo in mezzo al cartone sbruciacchiato e ai lapilli incandescenti che cadevano dal cielo, alzò lo sguardo e guardò noi: guardò noi e le nostre facce vestite tutte uguali e: sorrise.
Un sorriso sfinito, coperto di fumo e sudore, ma un sorriso di quelli che, oh, se ne fai uno così ad una donna, quella sicuro che si innamora.
Non sono più andato a vedere uno spettacolo di fuochi artificiali in vita mia, che io alla magia mica ci credo.
e pensare che non ti piaceva De Andrè
ma che fai mi leggi nel pensiero? mi avevi detto. No, semplicemente parlo di me. Ti avevo risposto. Eppure sei capace di dire le cose nel momento esatto in cui io le sto pensando...
Ma non era così. Era soltanto il nostro modo, molto simile, di vedere le parole. Una sorta di intelligenza astratta, fatta di immagini e colori più che di suoni e significati.
Ci univa la passione smodata per la lettura e per l'arte.
E ci univano quei tuoi occhi scuri. I miei li avevi definiti furbi, mi era sembrato esagerato, a dire la verità. Piccoli e sfuggenti, ti avevo risposto, mentre lo sguardo mi cadeva ancora sul tuo seno, e tu: sorridevi.
Che poi, discutevamo per ore. Mai d'accordo su nulla, anzi, eravamo capaci di incazzarci sui nostri punti di vista stranamente simili e irriducibilmente inconciliabili e andare avanti a discutere, a ripeterci, fino a stancarci, i nostri reciproci torti. Ne uscivamo quasi convinti delle posizioni dell'altro ma mai, mai, disposti ad ammetterlo.
Testoni, testardi, orgogliosi.
Non ti eri accorta, quella sera, che m'eri sembrata uno strano riassunto di tutte le donne della mia vita. E nemmeno io. Soltanto quando mi misi a scrivere, giorni dopo, me ne accorsi. Parlavo di te e parlavo di tutte.
C'eravamo trovati come per caso e come per caso ci perdemmo, senza mai esserci avvicinati abbastanza, senza esserci mai nemmeno sfiorati.
Ma non era così. Era soltanto il nostro modo, molto simile, di vedere le parole. Una sorta di intelligenza astratta, fatta di immagini e colori più che di suoni e significati.
Ci univa la passione smodata per la lettura e per l'arte.
E ci univano quei tuoi occhi scuri. I miei li avevi definiti furbi, mi era sembrato esagerato, a dire la verità. Piccoli e sfuggenti, ti avevo risposto, mentre lo sguardo mi cadeva ancora sul tuo seno, e tu: sorridevi.
Che poi, discutevamo per ore. Mai d'accordo su nulla, anzi, eravamo capaci di incazzarci sui nostri punti di vista stranamente simili e irriducibilmente inconciliabili e andare avanti a discutere, a ripeterci, fino a stancarci, i nostri reciproci torti. Ne uscivamo quasi convinti delle posizioni dell'altro ma mai, mai, disposti ad ammetterlo.
Testoni, testardi, orgogliosi.
Non ti eri accorta, quella sera, che m'eri sembrata uno strano riassunto di tutte le donne della mia vita. E nemmeno io. Soltanto quando mi misi a scrivere, giorni dopo, me ne accorsi. Parlavo di te e parlavo di tutte.
C'eravamo trovati come per caso e come per caso ci perdemmo, senza mai esserci avvicinati abbastanza, senza esserci mai nemmeno sfiorati.
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