Fammi male, sul tuo tempo di blues. Qualunque cosa, fammi qualunque cosa tu voglia, la tua forza il tuo fascino. Di qualunque cosa io sia capace, voglio che non sia mai abbastanza. Il piacere e il dolore così vicini, considerazioni barocche. Cosa diavolo è questo, il paradiso, no. Tutto questo è molto meno banale del paradiso. Succedono cose strane. Succedono cose mediamente divertenti. Trovo uno schema irregolare nella geometria del pavimento. Non m'aspettavo tutto questo, lo so. Vorrei essere un viaggio in metropolitana, lontano dalla luce e con il tempo della musica degli artisti di strada. La bellezza e il cinico bastardo, si può comunque tentare di metterli insieme. Voli pindarici, un sorriso di traverso che spiega tutto.
Tutto il resto, che noia, che palle.
The dark side of the moon
Non mi ricordo, ne ho già scritto? L'attacco, una risata e quell'urlo disperato. Il lato oscuro della luna, roba da togliere il fiato.
Respira, come un comandamento, come l'ultima richiesta di uno condannato. Non avere paura, questo è il tuo gioco, questo è il tuo mondo. Impara a viverci, a lottarci dentro, e t'accorgerai di com'è facile volare.
L'ossessione dei passi di corsa, un treno veloce che per quanto tu faccia è già lungo e passato.
Il dolore cacofonico del risveglio e un ritmo dispari e sbagliato. Paura, tempo, inesorabile, quasi incazzato. Il tuo pezzetto di pavimento, distenditi, la tua strada è qui e semplicemente ancora non ti ha trovato. Non importa quanto tu possa essere in ritardo, non importa quanto tempo sia passato. Sfondati i timpani, quello che c'è in mezzo tanto non l'hai mai usato. Meglio che tu corra, sotto un sole assassino, sei vecchio e la morte si avvicina, ché il tempo è finito e l'appello qui non è contemplato.
Respira ancora. Sei a casa, ma non sei al sicuro.
La morte, è la morte che bussa alla porta.
Quello che il mondo ti chiede lo sai già. Non puoi mandarli via tutti. Devi omologarti se vuoi sopravvivere. Ti sembrerà anche di aver capito, di aver vinto la sfida e saranno soltanto stronzate. Viaggia quanto vuoi ti accorgerai che, adesso, è questa la verità, o sei solo pazzo? o sei solo ubriaco?
E' stata dura fin qui, sono state dure insinuazioni. Ma adesso rilassati. Convivi con il tuo dolore, non sei poi così speciale. Io e te, di fronte, con quel poco che sappiamo. Fai quello che ti sembra giusto, bianco o nero che sia, nero, blu, colorato.
Qualunque sia il colore che ti piace c'è ancora molto da fare, c'è ancora molto da scoprire, non dimenticarti, per favore, di continuare a lottare.
C'è il lunatico sull'erba, ci sono tutti i tuoi giochi e il tuo volto schiacciato sul terreno, ma la strada è lassù, e se la saprai prendere il meglio di te e la tua peggiore malattia saranno lì ad aspettarti, sul lato oscuro della Luna.
Ridi. Non potranno prenderti. Tutto quello che sei e quello che non sei, riassunto qui, stretto nelle tue mani, ladre e creatrici. Nella luce incerta di un sole sfavillante eclissato dalla tua Luna.
In realtà non c'è un lato oscuro della Luna, c'è soltanto quello che non siamo in grado di vedere.
Respira, come un comandamento, come l'ultima richiesta di uno condannato. Non avere paura, questo è il tuo gioco, questo è il tuo mondo. Impara a viverci, a lottarci dentro, e t'accorgerai di com'è facile volare.
L'ossessione dei passi di corsa, un treno veloce che per quanto tu faccia è già lungo e passato.
Il dolore cacofonico del risveglio e un ritmo dispari e sbagliato. Paura, tempo, inesorabile, quasi incazzato. Il tuo pezzetto di pavimento, distenditi, la tua strada è qui e semplicemente ancora non ti ha trovato. Non importa quanto tu possa essere in ritardo, non importa quanto tempo sia passato. Sfondati i timpani, quello che c'è in mezzo tanto non l'hai mai usato. Meglio che tu corra, sotto un sole assassino, sei vecchio e la morte si avvicina, ché il tempo è finito e l'appello qui non è contemplato.
Respira ancora. Sei a casa, ma non sei al sicuro.
La morte, è la morte che bussa alla porta.
Quello che il mondo ti chiede lo sai già. Non puoi mandarli via tutti. Devi omologarti se vuoi sopravvivere. Ti sembrerà anche di aver capito, di aver vinto la sfida e saranno soltanto stronzate. Viaggia quanto vuoi ti accorgerai che, adesso, è questa la verità, o sei solo pazzo? o sei solo ubriaco?
E' stata dura fin qui, sono state dure insinuazioni. Ma adesso rilassati. Convivi con il tuo dolore, non sei poi così speciale. Io e te, di fronte, con quel poco che sappiamo. Fai quello che ti sembra giusto, bianco o nero che sia, nero, blu, colorato.
Qualunque sia il colore che ti piace c'è ancora molto da fare, c'è ancora molto da scoprire, non dimenticarti, per favore, di continuare a lottare.
C'è il lunatico sull'erba, ci sono tutti i tuoi giochi e il tuo volto schiacciato sul terreno, ma la strada è lassù, e se la saprai prendere il meglio di te e la tua peggiore malattia saranno lì ad aspettarti, sul lato oscuro della Luna.
Ridi. Non potranno prenderti. Tutto quello che sei e quello che non sei, riassunto qui, stretto nelle tue mani, ladre e creatrici. Nella luce incerta di un sole sfavillante eclissato dalla tua Luna.
In realtà non c'è un lato oscuro della Luna, c'è soltanto quello che non siamo in grado di vedere.
Te ne stavi chiusa nel tuo duro carapace di silenzio, tentai di forzarne l'ingresso con tutte le parole che ci scambiammo. Una serata rimasta appesa ad un filo. I miei passi lenti lungo la strada, la mia casa all'alba, di nuovo. Decisi ad un tratto di abbandonare la mia prudenza. Sapevo già che avrei dovuto aver pazienza. In questa mia vita normale fatta di programmi, di progetti, di scadenze, di ordine maniacale, succede ogni tanto che io perda il senno.
Non succede spesso.
Rimasi ad aspettare una risposta che tardò ad arrivare e poi non venne.
Continuai ad osservare quella corazza dura, io malato abbastanza, malato del tutto. Un lieve graffio che avevi chiamato confusione era tutto ciò che ci avevo lasciato, nell'odore forte dell'aglio, tra le parole basse per non svegliare il vicino, anche questa volta forse sarebbe stato meglio non esserci stato.
Non succede spesso.
Rimasi ad aspettare una risposta che tardò ad arrivare e poi non venne.
Continuai ad osservare quella corazza dura, io malato abbastanza, malato del tutto. Un lieve graffio che avevi chiamato confusione era tutto ciò che ci avevo lasciato, nell'odore forte dell'aglio, tra le parole basse per non svegliare il vicino, anche questa volta forse sarebbe stato meglio non esserci stato.
"depaiperaddegheitsovdoun" ovvero come muore un'amicizia
Oh te costaggiù, vedi un po' che c'ho lasciato nello stereo. Senti qui c'è un cd strano, c'è scritto sopra una roba tipo "depaiperaddegheitsovdoun". Toglilo toglilo, ci dovrebbe essere la custodia buttata da qualche parte tra il divano e la libreria, vedi un po' di trovarla, poi senti, io mi butto sotto la doccia che in questa mansarda fa un caldo d'inferno e sono sudato come una scimmia. Guarda che le scimmie non sudano. Va bene, le scimmie magari non sudano, ma te rompi decisamente i coglioni, dicevo, io mi scaravento sotto la doccia e vedo di tornare umano, butta su un cd, guarda un po' se trovi qualcosa sulle mensole vicino alla finestra.
Oh!
Che c'è, son sotto la doccia, non ti sento. Però mi hai risposto. Sì, perché sono un sensitivo, soprattutto con i rompicoglioni.
Ma non c'hai qualcosa di normale?
Oh! Mi senti? Dicevo sei hai qualche cd normale.
No, guarda che t'ho sentito, ma m'ero bloccato sul significato di normale... che cazzo vuol dire normale?
Maddai! Normale, no?! Ligabue, Jovanotti presempio, roba che ascoltano tutti.
Senti fai una cosa,hai presente quel cd strano che hai tolto? Quello con su scritto "depaiperaddegheitsovdoun", ecco metti quello. E alza il volume che sennò da sotto la doccia non lo sento.
Oh!
Che c'è, son sotto la doccia, non ti sento. Però mi hai risposto. Sì, perché sono un sensitivo, soprattutto con i rompicoglioni.
Ma non c'hai qualcosa di normale?
Oh! Mi senti? Dicevo sei hai qualche cd normale.
No, guarda che t'ho sentito, ma m'ero bloccato sul significato di normale... che cazzo vuol dire normale?
Maddai! Normale, no?! Ligabue, Jovanotti presempio, roba che ascoltano tutti.
Senti fai una cosa,hai presente quel cd strano che hai tolto? Quello con su scritto "depaiperaddegheitsovdoun", ecco metti quello. E alza il volume che sennò da sotto la doccia non lo sento.
Non sono morto, no, sono vivo più di quanto io non lo sia stato mai
ci son cristiani che quando li leggi ti fanno scrivere. Basta una parola, basta questo. e cazzo ti si illumina tutta una strada. E' per questo che schifosamente dico, mi manca il talento.
Non siamo morti, no. Siamo noi, vivi, più vivi di quanto non lo siamo stati mai. Strati di fatica e di sudore. Impiccati su quella splendida vita che siamo costretti a vivere. Lanciati a folle velocità tra ostacoli che anche nella migliore delle ipotesi non avevamo calcolato. E divertiti.
Avevo torto su (quasi) tutto ma le magnifiche sorti e progressive. Non venirmi a dire quello che so già, ti risponderò ridendo.
Non sono morto, perdio, sono vivo e non hai idea quanto.
Sono sedentario sì, e sono arrivato tardi e sono un utilitarista. Funzionale, sempre e solo ciò che è funzionale, concedetemelo, inguaribilmente Darwinista.
C'è gente qui che c'ha ragione. Non son tra questi.
Non siamo morti, no. Siamo noi, vivi, più vivi di quanto non lo siamo stati mai. Strati di fatica e di sudore. Impiccati su quella splendida vita che siamo costretti a vivere. Lanciati a folle velocità tra ostacoli che anche nella migliore delle ipotesi non avevamo calcolato. E divertiti.
Avevo torto su (quasi) tutto ma le magnifiche sorti e progressive. Non venirmi a dire quello che so già, ti risponderò ridendo.
Non sono morto, perdio, sono vivo e non hai idea quanto.
Sono sedentario sì, e sono arrivato tardi e sono un utilitarista. Funzionale, sempre e solo ciò che è funzionale, concedetemelo, inguaribilmente Darwinista.
C'è gente qui che c'ha ragione. Non son tra questi.
più che l'alba
Potrei, parola che è un po' la mamma di questo blog.
E io testadicazzo ne sono il figlio malconcio e maldestro.
Potrei, dicevo, adesso essere sincero. Essere me, una volta tanto, svelarmi tra le mie parole anziché usarle come facile schermo. Sulla solita notte di bagordi di ritorno in una splendida alba ho pensato che ero felice, felice perché ti ho trovato, nonostante che tu stasera non ci fossi. Mi spiace. Non poco.
Dovrei, pensavo, essere preoccupato perché tra poche ore dovrò di fronte al mondo far finta di nulla, sostenere il mio ruolo in questo tremendo equivoco dove sembra che mi importi qualcosa di tutto il resto.
Sono quasi le sei, ancora due ore, poi saranno il caffè e la mia musica a farmi compagnia per una lunga giornata. Prima che tu possa pensare qualcosa di diverso. Sarai soprattutto tu a farmi compagnia. La mia musica mi esploderà nel cervello per tenermi sveglio e per tenermi te accanto. Se ti fa paura tutto questo, bene. Fa una tremenda paura anche a me. Volute azzurrognole di fumo confondono il tuo nome che qui non c'è, perché un nome può tradire, nel mio impaccio di turista di te.
Sincero, dicevo, ho provato a cancellarti ma è stato più forte di me. Pietre che scorrono. Lunghe inquadrature acquitrinose. Ovunque oggi ho rivisto te. Mosse attente non ne ho più e anche se le avessi non ne vorrei fare più. Mi piacerebbe una risposta. La temo questa maledetta risposta.
Un casino d'inferno, quaggiù, dove cantiamo le lodi del peccato e del nostro non essere affatto perfetti. Non mi abituo ai mezzi miracoli, figuriamoci a quelli interi. E non me ne frega niente di tutto il resto, però importa a te.
La mia macchina del caffè non fa il tuo rumore, soffia e sbuffa da ogni parte, il suo sguardo cromato su tutte le mie mattine degli ultimi vent'anni, tra poco la ritroverò lì ad aspettarmi vecchia e distrattra e anche lei mi riporterà quel tuo strano gesto e quel tuo meraviglioso modo di essere.
Buonanotte buongiorno e quello che è.
E io testadicazzo ne sono il figlio malconcio e maldestro.
Potrei, dicevo, adesso essere sincero. Essere me, una volta tanto, svelarmi tra le mie parole anziché usarle come facile schermo. Sulla solita notte di bagordi di ritorno in una splendida alba ho pensato che ero felice, felice perché ti ho trovato, nonostante che tu stasera non ci fossi. Mi spiace. Non poco.
Dovrei, pensavo, essere preoccupato perché tra poche ore dovrò di fronte al mondo far finta di nulla, sostenere il mio ruolo in questo tremendo equivoco dove sembra che mi importi qualcosa di tutto il resto.
Sono quasi le sei, ancora due ore, poi saranno il caffè e la mia musica a farmi compagnia per una lunga giornata. Prima che tu possa pensare qualcosa di diverso. Sarai soprattutto tu a farmi compagnia. La mia musica mi esploderà nel cervello per tenermi sveglio e per tenermi te accanto. Se ti fa paura tutto questo, bene. Fa una tremenda paura anche a me. Volute azzurrognole di fumo confondono il tuo nome che qui non c'è, perché un nome può tradire, nel mio impaccio di turista di te.
Sincero, dicevo, ho provato a cancellarti ma è stato più forte di me. Pietre che scorrono. Lunghe inquadrature acquitrinose. Ovunque oggi ho rivisto te. Mosse attente non ne ho più e anche se le avessi non ne vorrei fare più. Mi piacerebbe una risposta. La temo questa maledetta risposta.
Un casino d'inferno, quaggiù, dove cantiamo le lodi del peccato e del nostro non essere affatto perfetti. Non mi abituo ai mezzi miracoli, figuriamoci a quelli interi. E non me ne frega niente di tutto il resto, però importa a te.
La mia macchina del caffè non fa il tuo rumore, soffia e sbuffa da ogni parte, il suo sguardo cromato su tutte le mie mattine degli ultimi vent'anni, tra poco la ritroverò lì ad aspettarmi vecchia e distrattra e anche lei mi riporterà quel tuo strano gesto e quel tuo meraviglioso modo di essere.
Buonanotte buongiorno e quello che è.
La New Age spiegata al mio cane Salsiccia
Voi, quasi tutti, siete fortunati perché siete nati o troppo tardi o troppo presto e l'ondata di new age degli anni novanta non v'ha preso in pieno come è successo a me.
Dopo che per anni tutti avevano cercato il petrolio o un sistema rapido per far soldi, legale o meno non era dato di sapere, si svegliarono tutti insieme e decisero che dovevano trovare loro stessi. Cosa ci fosse poi di così interessante in loro stessi, anche questo non è dato di sapere.
Quelli che precedentemente avevano trovato il petrolio o il modo per far soldi se ne andarono in India a cercar se stessi. Io di soldi non ne avevo (su questo sono rimasto molto fedele a me stesso) e poi, eventualmente, ho sempre creduto che avrei avuto più possibilità di trovar me stesso su di una spiaggia tropicale tra palme e cocktail serviti dentro noci di cocco da signorine seminude che non con un santone seminudo, pure lui, in qualche foresta dell'India.
Però questi tipi della new age mica eran fessi, lo sapevano anche loro che il viaggio in India era un prodotto di nicchia. Essendo loro gente che veniva dritta dritta dagli anni ottanta, loro sì che lo sapevano che quello che conta sono i soldi. Come se non bastasse sapevano anche che i soldi si fanno vendendo roba che costa poco (possibilmente niente) ma ad un sacco di gente.
Mica facile, dico io. Macché, risposero loro e se uscirono con una valangata di libri ignobili che promettevano in caratteri di scatola di svelare il trucco per arrivare all'illuminazione (pur non avendo niente a che fare con il buon vecchio Thomas Alva Edison), con sassi e sassini raccolti al fiume e spacciati per "pietre energetiche" e con altre amenità del genere.
Eh, pensai, metti il caso sia vera 'sta storia dell'illuminazione, mica posso rimanere indietro, sarà meglio leggerlo qualche libro. Però me li feci prestare i libri che mica so' fesso, non è che per arrivare all'illuminazione io volevo piastrellare d'oro la strada di qualcun altro.
Furono mesi di intense letture. Ne entrai scettico e ne uscì convinto che l'unica aura che esiste davvero è quella dei Cavalieri dello Zodiaco (soprattuto quella di Sirio che è il più simpatico, Andromeda no perché, dai, lo sanno tutti che lui è come il Teletubbies rosa) e che, nel caso avessi avuto un cane, non l'avrei dovuto chiamare "Salsiccia" onde evitare di dovergli poi pagare l'analista.
Comunque tutti quei libri a qualcosa son serviti.
Anche io infatti ancora aspetto l'era dell'Acquario, un po' come i Testimoni di Geova aspettano la fine del mondo che arriva ogni tre anni ma poi arriva prima la smentita e il mondo non finisce più (per un attimo avete avuto paura, scommetto). Perché vale la pena aspettare l'era dell'Acquaio (no, non è un errore di battitura) quando saremo tutti più belli (dentro) più felici e interconnessi (???), non mangeremo carne, per la felicità del mio cane Salsiccia, e ascolteremo tutti trasognati rumori del bosco e canti di balene che, a mio parere, sono un altro interessante sistema per fare soldi.
Ma i diritti alle balene, almeno, glieli pagano?
Dopo che per anni tutti avevano cercato il petrolio o un sistema rapido per far soldi, legale o meno non era dato di sapere, si svegliarono tutti insieme e decisero che dovevano trovare loro stessi. Cosa ci fosse poi di così interessante in loro stessi, anche questo non è dato di sapere.
Quelli che precedentemente avevano trovato il petrolio o il modo per far soldi se ne andarono in India a cercar se stessi. Io di soldi non ne avevo (su questo sono rimasto molto fedele a me stesso) e poi, eventualmente, ho sempre creduto che avrei avuto più possibilità di trovar me stesso su di una spiaggia tropicale tra palme e cocktail serviti dentro noci di cocco da signorine seminude che non con un santone seminudo, pure lui, in qualche foresta dell'India.
Però questi tipi della new age mica eran fessi, lo sapevano anche loro che il viaggio in India era un prodotto di nicchia. Essendo loro gente che veniva dritta dritta dagli anni ottanta, loro sì che lo sapevano che quello che conta sono i soldi. Come se non bastasse sapevano anche che i soldi si fanno vendendo roba che costa poco (possibilmente niente) ma ad un sacco di gente.
Mica facile, dico io. Macché, risposero loro e se uscirono con una valangata di libri ignobili che promettevano in caratteri di scatola di svelare il trucco per arrivare all'illuminazione (pur non avendo niente a che fare con il buon vecchio Thomas Alva Edison), con sassi e sassini raccolti al fiume e spacciati per "pietre energetiche" e con altre amenità del genere.
Eh, pensai, metti il caso sia vera 'sta storia dell'illuminazione, mica posso rimanere indietro, sarà meglio leggerlo qualche libro. Però me li feci prestare i libri che mica so' fesso, non è che per arrivare all'illuminazione io volevo piastrellare d'oro la strada di qualcun altro.
Furono mesi di intense letture. Ne entrai scettico e ne uscì convinto che l'unica aura che esiste davvero è quella dei Cavalieri dello Zodiaco (soprattuto quella di Sirio che è il più simpatico, Andromeda no perché, dai, lo sanno tutti che lui è come il Teletubbies rosa) e che, nel caso avessi avuto un cane, non l'avrei dovuto chiamare "Salsiccia" onde evitare di dovergli poi pagare l'analista.
Comunque tutti quei libri a qualcosa son serviti.
Anche io infatti ancora aspetto l'era dell'Acquario, un po' come i Testimoni di Geova aspettano la fine del mondo che arriva ogni tre anni ma poi arriva prima la smentita e il mondo non finisce più (per un attimo avete avuto paura, scommetto). Perché vale la pena aspettare l'era dell'Acquaio (no, non è un errore di battitura) quando saremo tutti più belli (dentro) più felici e interconnessi (???), non mangeremo carne, per la felicità del mio cane Salsiccia, e ascolteremo tutti trasognati rumori del bosco e canti di balene che, a mio parere, sono un altro interessante sistema per fare soldi.
Ma i diritti alle balene, almeno, glieli pagano?
tentativo bislacco e inutile di essere lirico nonostante tutto l'alcool e nonostante la mancanza di talento
Sei tu il mio caos. Sei tu la mia emozione e il mio imbarazzo più grande. Compresso nella mia religione fatta di logica e di illuminismo e travolto dalla tua improvvisa (esiste una parola, se esiste la trovo) felicità.
Sei arrivata come a mettere un punto. Un punto fermo di caos e ovvietà. Cosa mi hai fatto, cosa mi sta succedendo esattamente non lo so, ma il mio sguardo perso nel tuo e nelle tue parole è tutto quello che ho per farti capire.
Le mie parole che spesso mi hanno aiutato, nel loro trovare un senso anche se questo ruolo non era il ruolo che gli era dato, sono adesso prive di senso.
Perso, confuso. Sei una maledizione o una benedizione, questo ancora, non posso dire non l'ho capito, questo ancora non lo so.
Un'altra sera, fosse anche soltanto fatta di parole, è tutto quello che ti chiedo.
Un altro bacio non ho il coraggio e l'incoscienza di vedermelo negato.
Sei arrivata come a mettere un punto. Un punto fermo di caos e ovvietà. Cosa mi hai fatto, cosa mi sta succedendo esattamente non lo so, ma il mio sguardo perso nel tuo e nelle tue parole è tutto quello che ho per farti capire.
Le mie parole che spesso mi hanno aiutato, nel loro trovare un senso anche se questo ruolo non era il ruolo che gli era dato, sono adesso prive di senso.
Perso, confuso. Sei una maledizione o una benedizione, questo ancora, non posso dire non l'ho capito, questo ancora non lo so.
Un'altra sera, fosse anche soltanto fatta di parole, è tutto quello che ti chiedo.
Un altro bacio non ho il coraggio e l'incoscienza di vedermelo negato.
Io, me e Tom Stoppard
Si ragionava tempo fa sul fatto che Rosencrantz e Guildestern più che essere due personaggi intercambiabili potrebbero in realtà essere due metà di un unico metapersonaggio. Questo metapersonaggio non si ricorda quale dei due personaggi in realtà lui sia esattamente e quindi cerca di capire quale sia la verità ponendosi domande. Un monologo platonico ai giorni nostri con addosso i vestiti di Shakespeare. Che poi Platone scriveva dialoghi, che poi il monologo sarebbe quasi freudiano e comunque un po' strano perché analista e paziente sarebbero schizofrenicamente riassunti in un'unica (meta)persona e, come se non bastasse, continuerebbero a scambiarsi di posto, passando dalla sedia al lettino e viceversa.
Non so Stoppard cosa ne penserebbe.
L'indagine continua in maniera un po' bislacca poi, con questioni filosofiche toccate e dibattute senza alcun ordine e senza alcuna logica, ma è l'arte che trova l'ordine laddove sembra non essercene, ecco questo sì, questo a Stoppard piacerebbe, ma proprio quelle questioni filosofiche sono a ben guardare quelle che definiscono la natura umana e, con le posizioni che assumiamo rispetto ad esse, la nostra personalità. Il dibattito tra Rosencrantz e Guildestern si ridurrebbe ancora una volta ad una riflessione autoreferenziale del nostro caro metapersonaggio che, nel rispetto di tutte le migliori tradizioni filosofiche, ad un certo punto da soggetto si fa oggetto.
Anche perché il mondo esterno non aiuta certo a capire, non si capisce nemmeno bene se esista questo mondo esterno o se sia soltanto una rappresentazione cartesiana dell'io dualista del metapersonaggio. Non ci sono prove! non c'è niente che possa in qualche modo assicurarci che tutto questo non sia soltanto una mera messa in scena.
Quel che si sa per certo è che alla fine Rosencrantz e Guildestern sono morti.
Non so Stoppard cosa ne penserebbe.
L'indagine continua in maniera un po' bislacca poi, con questioni filosofiche toccate e dibattute senza alcun ordine e senza alcuna logica, ma è l'arte che trova l'ordine laddove sembra non essercene, ecco questo sì, questo a Stoppard piacerebbe, ma proprio quelle questioni filosofiche sono a ben guardare quelle che definiscono la natura umana e, con le posizioni che assumiamo rispetto ad esse, la nostra personalità. Il dibattito tra Rosencrantz e Guildestern si ridurrebbe ancora una volta ad una riflessione autoreferenziale del nostro caro metapersonaggio che, nel rispetto di tutte le migliori tradizioni filosofiche, ad un certo punto da soggetto si fa oggetto.
Anche perché il mondo esterno non aiuta certo a capire, non si capisce nemmeno bene se esista questo mondo esterno o se sia soltanto una rappresentazione cartesiana dell'io dualista del metapersonaggio. Non ci sono prove! non c'è niente che possa in qualche modo assicurarci che tutto questo non sia soltanto una mera messa in scena.
Quel che si sa per certo è che alla fine Rosencrantz e Guildestern sono morti.
Le ciabatte di Hemingway
Diavolo! ho riletto quella lettera un milione di volte. Ancora non c'ho capito niente. Vabbè, di te c'ho sempre capito poco. Cos'è che in realtà volevi dirmi. Cos'è in realtà che stai cercando. Adoro provocare gli altri, parlare in modo che soltanto uno capisca, cercando una risposta che soltanto io possa capire. Il sottotesto, adoro il sottotesto, tutto quello che c'è di non detto, basato su di un'esperienza comune per quanto breve e frammentaria. Anche solo la scelta di una parola è illuminante perché magari quella parola me l'hai te l'ho sentita dire proprio a te. Bisogna stare attenti. Hemingway dice che i vecchi non diventano saggi, diventano attenti. Non lo so, magari lui aveva vent'anni quando scrisse questa cosa ed era molto più attento di tanti ottantenni. Io ne ho trenta di anni, ma mi perdo un sacco di pezzi per strada. Tiro su un particolare perché m'è piaciuto perché è un fenomenale esercizio di stile riassumere sei ore di chiacchiere e puttanate in un unico istante. Perché lo stile non è vano, perché l'eleganza è un'altra di quelle cose che ci distingue dalle bestie. Ma per fare questo divento ossessivo. La forzata immobilità di questi giorni mi rende nervoso, troppo tempo per pensare non più annegato nel mio consueto tram-trambusto quotidiano. Si fanno cose stupide tutti i giorni, soprattutto in quelli in cui ci si alza presto. L'importante è trovare il modo di riderci su. In ogni nostro gesto c'è un'involontaria comicità, c'è spazio per scherzarci sopra, si deve stare attenti, anche stavolta, tutto qui.
Attento, soprattutto attento a dove metti i piedi che non sempre le ciabatte le metto a posto.
Attento, soprattutto attento a dove metti i piedi che non sempre le ciabatte le metto a posto.
mica che stavo tanto bene
Lucine che sbrillucciccano. C'è vita nelle retrovie del blog, non diversa, semmai collaterale. E' una caccia, caccia di immagini. E' una cacca, piuttosto, pestata a più riprese con attenzione e pertinacia.
Guidando con una mano sola l'altra è impegnata a pensare, poi ci sono pensieri profondi e di mani ne servono due e si rischia il frontale. Cambio cd e penso per procura. Procurato allarme, non credo che dovresti, in fondo e in fine non è successo niente. Eh. Mica che stavo tanto bene, per fortuna c'era l'omino lucido accampato dentro. Per fortuna una sega. Lucidato a cera, una lucidità esteriore. Ma se una mano pensa e l'altra guida chi diavolo sta tenendo quella sigaretta. Pensa a guidare, è meglio. Un cd un po' più banale no, roba che nemmeno nella trama di un romanzo di palude. Difficile che un morto riesca a cantare ma la tecnologia non ha limiti, un bravo manager nemmeno. Siamo tutti un po' troie alla fine, perché conviene. La questione che sia il mestiere più vecchio del mondo vista così torna di più. Capita di vendersi, per poco, perché ad un certo punto conviene. Poi trovi quello che troia non è, se te ne accorgi ti frega. Però dai, salviamo il salvabile, prima di vendersi avrà pur fatto qualcosa di buono, butta via il bambino ma non l'acqua sporca. Sono sempre pericolose le umane tendenze, ma sono anche tremendamente divertenti. Questo mi lascia un po' perplesso ma altresì convinto che il sabato sarà pur divertente ma la domenica non è poi da buttar via.
Guidando con una mano sola l'altra è impegnata a pensare, poi ci sono pensieri profondi e di mani ne servono due e si rischia il frontale. Cambio cd e penso per procura. Procurato allarme, non credo che dovresti, in fondo e in fine non è successo niente. Eh. Mica che stavo tanto bene, per fortuna c'era l'omino lucido accampato dentro. Per fortuna una sega. Lucidato a cera, una lucidità esteriore. Ma se una mano pensa e l'altra guida chi diavolo sta tenendo quella sigaretta. Pensa a guidare, è meglio. Un cd un po' più banale no, roba che nemmeno nella trama di un romanzo di palude. Difficile che un morto riesca a cantare ma la tecnologia non ha limiti, un bravo manager nemmeno. Siamo tutti un po' troie alla fine, perché conviene. La questione che sia il mestiere più vecchio del mondo vista così torna di più. Capita di vendersi, per poco, perché ad un certo punto conviene. Poi trovi quello che troia non è, se te ne accorgi ti frega. Però dai, salviamo il salvabile, prima di vendersi avrà pur fatto qualcosa di buono, butta via il bambino ma non l'acqua sporca. Sono sempre pericolose le umane tendenze, ma sono anche tremendamente divertenti. Questo mi lascia un po' perplesso ma altresì convinto che il sabato sarà pur divertente ma la domenica non è poi da buttar via.
un alfiere ubriaco
Una bella serata, passata seduto un po' scomodo con quattro costole e una scapola a ricordarmi che sono un po' scemo ma che nonostante tutto sono ancora vivo.
Una bella serata passata tra parole tutt'altro che mediocri a indagare dentro a degli occhi credibili. E cazzo, c'è Godot nascosto lì dentro, non so come avessi fatto a capirlo un'era geologica fa, ma l'avevo capito, sarà il mio intuito femminile.
Lei ama te te ami me io amo un altro. Perfetto, sentiamo se il signor Un Altro vuole chiudere il cerchio, potrebbe essere divertente. Un incrocio tra un film di Nuti e Risiko. Mi addormentavo sempre giocando a Risiko.
Meglio gli scacchi, mi è sempre piaciuto giocare a scacchi, strano gioco fatto di rigore e fantasia, di indagine psicologica e attenzione. Quanto si capisce delle persone da come giocano a scacchi. Aprire in difesa, con i suoi pro e i suoi contro. Il gesto elegante dell'alfiere che si insinua in diagonale quando meno te l'aspetti. S'impara dai propri errori, troppo facile il paragone tra gli scacchi e la vita, ma non funziona, perché lì ho vinto. Si parlava di tris tempo fa, che mi piaceva per il fascino discreto della battaglia dove, ben che vada, puoi pareggiare. Ecco, è una clamorosa stronzata, pareggiare è una di quelle cose che mi fa tremendamente incazzare, a me piace vincere, anzi, stravincere, possibilmente umiliando l'avversario.
Gli scacchi, un gioco di attesa e allenamento, mentale. Come quello delle parole. Aspettando che nascano quelle giuste per metterle in fila. E' una storia lunga e complicata quella delle parole.
E' una storia molto meno complicata la mia, ma ho la testa dura come la pelle, mezzo rotto sì, ma in fondo e in fine chissenefrega è stata proprio una bella serata.
Una bella serata passata tra parole tutt'altro che mediocri a indagare dentro a degli occhi credibili. E cazzo, c'è Godot nascosto lì dentro, non so come avessi fatto a capirlo un'era geologica fa, ma l'avevo capito, sarà il mio intuito femminile.
Lei ama te te ami me io amo un altro. Perfetto, sentiamo se il signor Un Altro vuole chiudere il cerchio, potrebbe essere divertente. Un incrocio tra un film di Nuti e Risiko. Mi addormentavo sempre giocando a Risiko.
Meglio gli scacchi, mi è sempre piaciuto giocare a scacchi, strano gioco fatto di rigore e fantasia, di indagine psicologica e attenzione. Quanto si capisce delle persone da come giocano a scacchi. Aprire in difesa, con i suoi pro e i suoi contro. Il gesto elegante dell'alfiere che si insinua in diagonale quando meno te l'aspetti. S'impara dai propri errori, troppo facile il paragone tra gli scacchi e la vita, ma non funziona, perché lì ho vinto. Si parlava di tris tempo fa, che mi piaceva per il fascino discreto della battaglia dove, ben che vada, puoi pareggiare. Ecco, è una clamorosa stronzata, pareggiare è una di quelle cose che mi fa tremendamente incazzare, a me piace vincere, anzi, stravincere, possibilmente umiliando l'avversario.
Gli scacchi, un gioco di attesa e allenamento, mentale. Come quello delle parole. Aspettando che nascano quelle giuste per metterle in fila. E' una storia lunga e complicata quella delle parole.
E' una storia molto meno complicata la mia, ma ho la testa dura come la pelle, mezzo rotto sì, ma in fondo e in fine chissenefrega è stata proprio una bella serata.
Le tre variazioni
Il solito posto e il solito tavolo. Gli stessi occhi e gli stessi gesti, ripetuti e nervosi. La bustina di zucchero torturata dalle tue dita affusolate e scure.
Non volevi guardarmi negli occhi e abbassavi lo sguardo, tentando sfacciatamente di nascondere il tuo imbarazzo pur sapendo che è la chiave di volta del tuo incredibile fascino.
Sostenevo il tuo silenzio sì, ma com'era pesante.
La scelta era difficile. Tra la dolcezza del rhum e l'aspro sapore del whisky. Non sapevo ancora quale sapore avrebbe avuto quella serata.
Controllando ogni mio gesto, disperatamente mi attaccai alle mie parole e me ne volai via rifugiandomi dove più mi sento sicuro, tra le pagine dei miei libri, tra le familiari parole dei miei maestri.
Mi ascoltavi sì, ti stavo annoiando. Cercai di spiegarti, cercai di farti capire la mia vecchia idea secondo la quale le cose del mondo hanno un nome, e soltanto uno. Sanno trovarlo soltanto quelli bravi, noi persone comuni non possiamo far altro che usare le loro parole. Ti annoiasti ancora un poco di più.
Non finimmo nello stesso letto quella notte, ti salutai come altre volte avevo fatto tra i vicoli rapidi di questa città andandomene senza voltarmi.
Avevo scelto il whisky poi quella sera, Laphroaig, uno dei più aspri e fumosi, gonfio di torba e con dentro il sapore del mare.
***
Mesi, erano mesi quelli che ci avevo messo a convincerti ad uscire con me. Finalmente quella sera, spinta dalla noia o dalla compassione, mi avevi detto di sì. Alle nove, ci beviamo qualcosa, mi avevi detto. Io puntuale come al solito, tu in ritardo. Ti avevo aspettato con addosso la paura che non saresti venuta.
Eri arrivata, attaccata al telefono a parlare con chissà chi e avevi aggiunto attesa alla mia attesa, come a farmi soffrire ancora un po'.
Ci sedemmo a quel piccolo tavolo e tu scegliesti accuratamente l'angolo più lontano, come per farmi capire quali dovevano essere le distanze.
Alzai il menu fino a coprirmi gli occhi fingendo di dover fare una scelta che tu avevi già fatto per me.
Rimanemmo in silenzio per qualche minuto e tu mi guardavi con quel sorriso mellifluo. Mi aggrappai violentemente al mio bicchiere, tentando di affogarmici dentro.
Mi misi a parlare di letteratura, sperando di far colpo e tu eri più interessata a quella bustina di zucchero tra le tue dita che non alle mie parole. Tirai su un castello fatto con parole degli altri perché le mie si seccavano in gola e il tuo sguardo guardava ben oltre me.
Il tuo telefono squillò ancora, il mio tempo era scaduto, avevo perso, su tutta la linea. Sfoderai il mio sorriso migliore e ne venne fuori una smorfia sbilenca. Mi salutasti di lontano con una mano, l'altra teneva il telefono e già nascondeva il tuo sorriso.
***
In ritardo, anche questa volta. Adesso me ne vado, cazzo, sarebbe la volta buona che capisce che il mondo non è qui per lei, che il mondo non aspetta nessuno figuriamoci una stronzetta supponente.
Come se non bastasse, diluvia e le mie scarpe imbarcano acqua. TCHAFF, sì, ci mancava anche la pozzanghera.
Ma poi perché cazzo sono qui, dico io. Tanto lo so che manco stasera si tromba. Ma perché non le ho detto che avevo da fare. Potevo starmene a casa, sul divano, andavo a letto presto che sono settimane che dormo quattro ore per notte.
"Dai! andiamo a bere qualcosa, in fondo me lo devi, me lo avevi promesso". Gattamorta dei miei stivali, quante volte mi hai giocato questo scherzo? Tre? Quattro? E quella volta che tentai di baciarti?
Toh, eccola, in ritardo come al solito, e pure al telefono, ma un po' di rispetto no?!
Vabbè, andiamo dentro va, che almeno mi asciugo.
Beviamoci su qualcosa di buono, almeno la serata non l'avrò buttata del tutto. Whisky grazie, e un bicchiere di acqua a parte, non gassata.
Volevi giocare? Bene eccomi qua, conosco le regole anche io. Siamo qui perché ci piace prenderci in giro. Vedere chi il più forte, vedere chi cederà per primo.
E ora? di cosa dovrei parlare secondo te? del tempo? son tre mesi che piove, cazzo vuoi che ti dica. Di letteratura. Lo so che vuoi sentirmi parlare di letteratura, lo so che ti piace quando parlo di libri, sono bravo a giocare con le parole e a dirti quello che vuoi sentire.
So io di cosa avresti bisogno, ma sei troppo piena di te per fartelo dare.
Almeno il whisky era buono, quello non ce l'hai fatta a farlo inacidire.
Non volevi guardarmi negli occhi e abbassavi lo sguardo, tentando sfacciatamente di nascondere il tuo imbarazzo pur sapendo che è la chiave di volta del tuo incredibile fascino.
Sostenevo il tuo silenzio sì, ma com'era pesante.
La scelta era difficile. Tra la dolcezza del rhum e l'aspro sapore del whisky. Non sapevo ancora quale sapore avrebbe avuto quella serata.
Controllando ogni mio gesto, disperatamente mi attaccai alle mie parole e me ne volai via rifugiandomi dove più mi sento sicuro, tra le pagine dei miei libri, tra le familiari parole dei miei maestri.
Mi ascoltavi sì, ti stavo annoiando. Cercai di spiegarti, cercai di farti capire la mia vecchia idea secondo la quale le cose del mondo hanno un nome, e soltanto uno. Sanno trovarlo soltanto quelli bravi, noi persone comuni non possiamo far altro che usare le loro parole. Ti annoiasti ancora un poco di più.
Non finimmo nello stesso letto quella notte, ti salutai come altre volte avevo fatto tra i vicoli rapidi di questa città andandomene senza voltarmi.
Avevo scelto il whisky poi quella sera, Laphroaig, uno dei più aspri e fumosi, gonfio di torba e con dentro il sapore del mare.
***
Mesi, erano mesi quelli che ci avevo messo a convincerti ad uscire con me. Finalmente quella sera, spinta dalla noia o dalla compassione, mi avevi detto di sì. Alle nove, ci beviamo qualcosa, mi avevi detto. Io puntuale come al solito, tu in ritardo. Ti avevo aspettato con addosso la paura che non saresti venuta.
Eri arrivata, attaccata al telefono a parlare con chissà chi e avevi aggiunto attesa alla mia attesa, come a farmi soffrire ancora un po'.
Ci sedemmo a quel piccolo tavolo e tu scegliesti accuratamente l'angolo più lontano, come per farmi capire quali dovevano essere le distanze.
Alzai il menu fino a coprirmi gli occhi fingendo di dover fare una scelta che tu avevi già fatto per me.
Rimanemmo in silenzio per qualche minuto e tu mi guardavi con quel sorriso mellifluo. Mi aggrappai violentemente al mio bicchiere, tentando di affogarmici dentro.
Mi misi a parlare di letteratura, sperando di far colpo e tu eri più interessata a quella bustina di zucchero tra le tue dita che non alle mie parole. Tirai su un castello fatto con parole degli altri perché le mie si seccavano in gola e il tuo sguardo guardava ben oltre me.
Il tuo telefono squillò ancora, il mio tempo era scaduto, avevo perso, su tutta la linea. Sfoderai il mio sorriso migliore e ne venne fuori una smorfia sbilenca. Mi salutasti di lontano con una mano, l'altra teneva il telefono e già nascondeva il tuo sorriso.
***
In ritardo, anche questa volta. Adesso me ne vado, cazzo, sarebbe la volta buona che capisce che il mondo non è qui per lei, che il mondo non aspetta nessuno figuriamoci una stronzetta supponente.
Come se non bastasse, diluvia e le mie scarpe imbarcano acqua. TCHAFF, sì, ci mancava anche la pozzanghera.
Ma poi perché cazzo sono qui, dico io. Tanto lo so che manco stasera si tromba. Ma perché non le ho detto che avevo da fare. Potevo starmene a casa, sul divano, andavo a letto presto che sono settimane che dormo quattro ore per notte.
"Dai! andiamo a bere qualcosa, in fondo me lo devi, me lo avevi promesso". Gattamorta dei miei stivali, quante volte mi hai giocato questo scherzo? Tre? Quattro? E quella volta che tentai di baciarti?
Toh, eccola, in ritardo come al solito, e pure al telefono, ma un po' di rispetto no?!
Vabbè, andiamo dentro va, che almeno mi asciugo.
Beviamoci su qualcosa di buono, almeno la serata non l'avrò buttata del tutto. Whisky grazie, e un bicchiere di acqua a parte, non gassata.
Volevi giocare? Bene eccomi qua, conosco le regole anche io. Siamo qui perché ci piace prenderci in giro. Vedere chi il più forte, vedere chi cederà per primo.
E ora? di cosa dovrei parlare secondo te? del tempo? son tre mesi che piove, cazzo vuoi che ti dica. Di letteratura. Lo so che vuoi sentirmi parlare di letteratura, lo so che ti piace quando parlo di libri, sono bravo a giocare con le parole e a dirti quello che vuoi sentire.
So io di cosa avresti bisogno, ma sei troppo piena di te per fartelo dare.
Almeno il whisky era buono, quello non ce l'hai fatta a farlo inacidire.
dal sottosuolo
Era un uomo dotato di un talento innaturale nel distruggere le cose. Non che la cosa gli facesse particolarmente piacere, ma nemmeno gli dispiaceva. In verità credo che non si rendesse nemmeno conto di averlo, questo innaturale talento. Era sempre stato così, anche da piccolo. I giocattoli nelle sue mani semplicemente si disintegravano, da un momento all'altro, senza nessuna ragione apparente.
Gli succedeva anche con le persone, dopo poco tempo era in grado di rovinare qualsiasi rapporto. Una parola sbagliata, un gesto fatto o, e in questo il suo talento era davvero eccezionale, uno non fatto.
Aveva però imparato a raccogliere i frammenti migliori. Nel continuo scrosciare dei crolli tendeva una mano verso quelli più invisibili e belli, nella polvere impalpabile al di sopra delle macerie era come se riuscisse a tirare fuori sempre il ricordo migliore.
Spesso gli altri non capivano la sua strana serenità nei momenti peggiori. La chiamavano incoscienza, perfidia, cinismo. Questo in genere era lui a non capirlo, ma aveva imparato che erano soltanto punti di vista differenti, forse colpa di quella voglia che hanno in tanti di rendere tutto duraturo se non addirittura eterno.
A lui non importava poi molto del "duraturo" e dell'"eterno".
I programmi più a lunga scadenza che ricordava di aver fatto non andavano al di là dei tre giorni, non perché non gli sarebbe piaciuto, anzi, ma si era dovuto adattare. Quando, seppur raramente, aveva tentato di dare una lunga scadenza ai suoi progetti, se così li possiamo chiamare, qualcosa si era rotto subito dopo, come a ricordargli che lui no, lui non poteva, che a lui non era permesso.
Come tutto il resto anche la sua morte arrivò brevemente, senza alcun preavviso e senza dargli modo di fare progetti. Quando si rese conto che quella era la sua ora ne fu comunque felice. Guardando i ricordi accumulati nella sua vita senza futuro si rese conto di aver comunque vissuto e capì improvvisamente quello che voleva dire la frase che in un giorno qualunque della sua giovinezza l'aveva tanto colpito: "Vivere oltre i quarant'anni è di cattivo gusto", pensò che avrebbe dovuto approfondire il significato di quella frase, ma questo sarebbe stato un progetto a lungo termine, si disse, e tutto sommato non ne valeva la pena. Quindi preferì morire.
Gli succedeva anche con le persone, dopo poco tempo era in grado di rovinare qualsiasi rapporto. Una parola sbagliata, un gesto fatto o, e in questo il suo talento era davvero eccezionale, uno non fatto.
Aveva però imparato a raccogliere i frammenti migliori. Nel continuo scrosciare dei crolli tendeva una mano verso quelli più invisibili e belli, nella polvere impalpabile al di sopra delle macerie era come se riuscisse a tirare fuori sempre il ricordo migliore.
Spesso gli altri non capivano la sua strana serenità nei momenti peggiori. La chiamavano incoscienza, perfidia, cinismo. Questo in genere era lui a non capirlo, ma aveva imparato che erano soltanto punti di vista differenti, forse colpa di quella voglia che hanno in tanti di rendere tutto duraturo se non addirittura eterno.
A lui non importava poi molto del "duraturo" e dell'"eterno".
I programmi più a lunga scadenza che ricordava di aver fatto non andavano al di là dei tre giorni, non perché non gli sarebbe piaciuto, anzi, ma si era dovuto adattare. Quando, seppur raramente, aveva tentato di dare una lunga scadenza ai suoi progetti, se così li possiamo chiamare, qualcosa si era rotto subito dopo, come a ricordargli che lui no, lui non poteva, che a lui non era permesso.
Come tutto il resto anche la sua morte arrivò brevemente, senza alcun preavviso e senza dargli modo di fare progetti. Quando si rese conto che quella era la sua ora ne fu comunque felice. Guardando i ricordi accumulati nella sua vita senza futuro si rese conto di aver comunque vissuto e capì improvvisamente quello che voleva dire la frase che in un giorno qualunque della sua giovinezza l'aveva tanto colpito: "Vivere oltre i quarant'anni è di cattivo gusto", pensò che avrebbe dovuto approfondire il significato di quella frase, ma questo sarebbe stato un progetto a lungo termine, si disse, e tutto sommato non ne valeva la pena. Quindi preferì morire.
Iscriviti a:
Post (Atom)
