una luce irreale là dipinge in bianco il fianco di quella collina e offusca anche la luna... una serata che lentamente si perde nei soliti meandri e nel soffocato rumore di queste parole... una giornata che lenta mi è passata davanti... una fra tante uno fra tanti... a tenermi vivo sono a volte soltanto le mie piccole manie... succede a volte che qualcosa mi passi davanti agli occhi e che sia soltanto un momento... le frasi lasciate a metà... cancellare qualche parola nella vana speranza di dimenticarla e ritrovarla subito dopo ancora una volta ossessiva... ho trovato in quest'abbozzo di vita soltanto la via della scrittura per liberarmene... parole fissate su di un foglio gettato via come se questo fosse in grado di allontanarle di non farle più mie... e la luce diventa di un bianco sempre più feroce e non serve a niente chiudere gli occhi... mi lascio affascinare e come sempre mi piace raccogliere quello che rimane dei nostri piccoli gesti quotidiani e poi fuggire via in un altro viaggio che mi dia il tempo di pensare... cercare di scrivere e pensare alla stessa velocità... in qualunque luogo io sia... minuti ore e giorni che volano via in un soffio proteso in equilibrio precario verso la prossima cosa da fare... inviare lettere a vecchi indirizzi disabitati... una lettera vecchia di quattrocento chilometri e dodici anni scritta da una persona conosciuta per caso su di un treno... strane cose conservano i miei cassetti... strane cose ritrovo dentro di me... conoscere uno alla volta i miei strani personaggi e scovare in ognuno di loro quel pazzo che abita nel mio cervello...

vento in faccia

sono salito per la prima volta su di una moto poco più di un anno fa. Erano le tre di pomeriggio di un rovente sabato di fine agosto. La moto era una vecchia enduro bicilindrica, un giocattolino, la moto giusta per iniziare, tranne che per il cambio, roba da violinisti mi disse mio padre, se impari a cambiare con questa sulle altre moto poi non avrai problemi. Un anno fa avevo ventotto anni, da compiere, un po' tardi per iniziare ad andare in moto. Ma oh, io non ho mai avuto fretta. Sotto sotto l'idea della moto ce l'avevo sempre avuta. Poi tra altre mille cose, tra la poca voglia di fare tutta la trafila burocratica (e l'esame) per la patente, tra il tempo che mancava sempre, preso com'ero prima dall'università e poi dal lavoro tra il fatto che la motoretta in casa c'era sì, ma non era la moto "giusta"... insomma la moto era sempre rimasta soltanto un'idea. Poi un anno fa sono tornato a casa dopo dieci mesi, il mio mondo ha ripreso a girare come avrei voluto e un giorno l'amico arriva e mi dice: prendiamo la patente compriamoci una moto. Non ricordo di averci nemmeno pensato, mi ricordo di avergli risposto di sì. Una settimana dopo avevamo il foglio rosa, quel sabato sono salito per la prima volta sulla vecchia motoretta di casa. Il giorno dopo arriva uno davanti casa mia con una pachidermica Moto Guzzi e mi dice "andiamo". Camicia, scarpe da ginnastica e via, andiamo a fare un giro. Ottanta chilometri di sole curve in mezzo alle crete senesi. Poi di cose ne sono successe diverse. Mio padre, che un po' motociclista è sempre stato, se l'è comprata la moto che voleva, un'altra bicilindrica, e con quella ho iniziato anche io a macinare chilometri. Un giorno, pazzi incoscienti, ci siamo trovati in cima ad una montagna e ci siamo chiesti se con il foglio rosa saremmo potuti arrivare fin lì, probabilmente no, ormai ci eravamo, però era meglio tornare a casa. E dalla moto non sono più sceso, per tutto un inverno. Poi a marzo me la sono comprata io la moto che volevo, la mia ne ha tre di cilindri. Un'altra tedesca, sì, perché quelle sono la mia passione, ma una tedesca strana e soprattutto economica, la "bimba" ha ventanni, pochi meno di me, ma se li porta bene. E lentamente ho imparato che due ruote e il vento in faccia "sono un modo diverso di vedere la strada", quando ti accorgi che inizi a chiamare belle le strade che prima chiamavi brutte e quando inizi a guardare le carte stradali alla ricerca di una montagna da scalare del punto più alto da raggiungere che la strada è più lunga e ci sono più curve da fare.

E c'è l'altra pazzia di partire un giorno e di trovarsi dopo undici giorni sul Mar Baltico, abbastanza a nord da fartelo bastare.

E c'è quella sensazione che provi dopo aver accompagnato al casello un amico che t'è venuto a trovare, quando ti saluti senza nemmeno sfilarti il casco e gli dici "buona strada", e poi parti e vai a cercarti quella strada che hai fatto una volta tanti anni fa e te la ricordi piena di curve, e poi ad un tratto ad un bivio... un attimo di incertezza ma poi sì, quella svolta che ti porta ancora più sù, che non sai bene dove diavolo potrà sbucare ma lo sai che da qualche parte prima o poi arriverai.

Quella sensazione che provi tutte le volte che ti infili il casco, e ti viene fuori un sorriso felice.

prefazioni, centopaginemillelire e varia umanità.

stamani è così, davanti al computer, e fino qui, tutto come al solito. poi c'è anche l'IDE aperto (e qui qualche lettore nerd magari capisce e mi compatisce, ah, no, fortunatamente non è questo il mio lavoro, sì, a volte capita, ma è un caso, in realtà nella vita faccio altro, dov'è che avevo aperto questa parentesi, ahssì, ok, ora la chiudo). Ma la voglia proprio non c'è, scrivo diqquà quando dovrei scrivere dillà, ma in realtà non ho proprio niente da dire. E c'ho quelle vocine dentro, ma no, tranquilli non sono schizofrenico (affermazione da verificare, comunque), che stamani mi sembrano quegli stronzi che a volte scrivono le prefazioni dei libri, e ti rovinano tutto, o che ancora peggio fanno una disamina attenta di UNA SINGOLA FRASE di un libro di un milionequattrocentomilaVENTIDUE pagine e da lì traggono significato, significante, senso della vita e quello che mangeranno per cena, e ovviamente non ti dicono MAI a quale diavolo di pagina è, sta maledetta frase, che magari uno andrebbe a leggere, a contestualizzare, e se lo fanno il numero è ovviamente riferito a dodici edizioni fa, ad una traduzione diversa o nel migliore dei casi alla versione in lingua originale, che sì, tu ovviamente parli e leggi correntemente l'Haitiano antico e il libro se non lo leggi in lingua originale "godi solo a metà". Al che leggo tutto il libro con questo senso di spasmodica attesa, cercando quella maledetta frase, che poi arrivi e te la trovi a pagina 263 (che mi pare un numero particolarmente anonimo) in mezzo al capitolo più inutile nel paragrafo più inutile. La frase, nel suo contesto, non vuol dire nemmeno la metà delle cose che ci son scritte nella prefazione, ma a lui l'han pagato per scriverla la maledetta prefazione, mica poteva scrivere, chessò "vaffanculo và, si proprio a te, leggi il libro e non rompere le palle". Ma poi perché leggo le prefazioni, me lo sono sempre chiesto, perché alla fine le prefazioni mi stanno un po' sul culo. In genere le scrivono sti strani personaggi che non sono scrittori, che non sembrano nemmeno critici, oddio, non che io conosca il nome di un singolo critico letterario o che abbia mai letto niente di uno di loro se non qualche pagina sul sussidiario di letteratura della quinta superiore. Però se ci sono, le prefazioni intendo, le leggo sempre. Sarà che il libro me lo sono comprato, l'ho pagato TUTTO e quindi mi sento in dovere, e in diritto, di leggere anche l'impressum, la prefazione, eventuali note e la postfazione. Che poi le prefazioni ci sono solo su questi libri pretenziosi, che vogliono fare i culturali, o ancora peggio sui classici. E ci sono solo nelle edizioni di lusso. Ne ho poche di prefazioni, in effetti. Anche perché è tutta la vita che compro solo edizioni economiche che non c'ho soldi e non c'ho spazio per mettere quei mattoni cartonati che per giustificare il fatto che stai pagando un libro ottanta euro te lo scrivono in corpo centoquindici, tre caratteri tre per pagina.
Oppure le prefazioni le trovavo sui centopaginemillelire, che poi giustamente diventarono centopagineuneuro, bastardi, che all'inizio li riprezzavano 0.52 euro, poi no, poi iniziarono a schiaffarci sopra l'etichetta 1 euro e via. Che se il libro era corto dovevano pur arrivarci a centopagine e allora ripescavano vitamortemiracoli dell'autore, prefazioni scritte nel '52 da uno sconosciuto (oscuro scribacchino di un'oscura casa editrice, con l'ufficio nel terzo scantinato in fondo a destra, accanto alla sezione "libri erotici di bassa lega") per la tredicesima edizione italiana, che sai, fosse stata la prima avrebbe avuto un che di valenza storica, ma la tredicesima no, chissenefrega della tredicesima edizione di un libro di uno scrittore russo morto suicida in carcere. E invece se il libro era lungo, lì sì che era divertente, ti trovavi in mano questi librettini, da trattare con cura perché se li aprivi quel tanto di più ti si SCOSCIAVANO le pagine decollavano e non c'era più verso di leggere il libro in ordine, che poi poteva essere divertente leggerlo così, mischiando le pagine, ci sono alcuni libri che ne avrebbero guadagnato, credo. Mi sono perso, se il libro era lungo, dicevo, c'erano queste pagine scritte fitte fitte che ci perdevi la vista e ogni volta che andavi a capo ti perdevi la riga giusta, e poi le riempivano fino al bordo, SCRIVEVANO SUL FIANCO, ma centopagine erano e centopagine dovevano rimanere, fosse anche Guerra e Pace.
Chissà dove sono finiti i centopaginemillelire.

un lunedì da leoni

le serate divertenti cominciano a pagina cinquezeroc... mapporc pile dimmerd... no ottotrattinotrattino!!! cinquezerocinque di televideo, oh ecco. Vediamo, pagina tredivisotre (in alto a destra) blink blink, fuffa culturalgiornalistica, fuffa, fuffa mmmhhh spettiamo va. pagina unodivisotre blink blink, roba da casalinghe insoddisfatte, mioddio l'isola dei famosi no, la fiera del disperso (ma due minutini di affaracci vostri mai eh?!), ma quanto cazzo di tempo ci metti, ah ecco, pagina duedivisotre blink blink... ... ... i l c o d i c e d a v i n c i. andiamo oltre va che è meglio, fuffa, sto film avrà diecianni de domeniche e anche a su tempi non è che fosse bello. Bene. la serata cinematografica è da escludere, anzi no prova d'appello, raccoglitore uno raccoglitore due raccoglitore tre, macché l'ho già visti tutti e qualcheduno anche trequattrootto volte.

Olè.

ci vuole un'idea, magari una sola, ma un'idea.

occheeeeei, due passi no che dassolo non c'ho voglia, che quell'altro vai a capì che sta facendo a millemila chilometri da qui beato lui.

uno sguardo corre fugace in vetta all'armadio, vai, da solo, in camera, m'attacco a quella bottiglia di uischi che non è manco bono sennò col cavolo che non me l'avevano già finita, mi sbronzo. Compare una fugace versione di me reclinato nell'angolo tra termosifone e pavimento con chiazzetta di vomito e ciondolino bavoso alla bocca, non ho ben capito perché, ma sto tipo mi guarda e mi fa ciao con la manina, e sorride, il simpaticone. ... no, la sbronza triste solitaria e final meglio chennò.

leggere, dai, facciamo i culturali, un buon libro è sempre un buon libro (misero tentativo di autoconvincimento delle mie cellule neurali apatiche svogliate e anche un po' con le palle piene che è da stamani alle ottoemmezzo che lavoro).
Bene, ipotesi libro da scartare.

e allora facciamo i nerd, quello in genere mi riesce bene. qualche bel giochino di quelli pel computer, vediamo checciò installato... anche niente, saranno quattranni che non ci gioco col computer poi paraccio ormai più che un computer è una carretta, co sti ruzzini moderni tutti botte e schianti (sarebbe sTianti, ma poi magari qualcuno non capisce) ci vogliono i centri di calcolo della nasa altro che sto carcano qui.

sono alla frutta...

metto a posto i cassetti del comodino! l'ultima volta che ho pensato questa cosa sono stato colto da un colpo apoplettico ne sono quasi morto e quando mi sono risvegliato i cassetti erano ancora affranti dal loro immenso disordine (era il '95, credo).
NE VA DELLA MIA SALUTE, ho una certa età, non posso mica rischiare così. aspetterò il prossimo decennio. vocina: ma così avrai dieci anni dippiù e la tua salute sarà ancora più cagionevole. vociona (la mia): brava, voldì che la scusa sarà buona anche tra diecianni.

Mi invento un amico immaginario e ci faccio due chiacchiere! Poi penso nell'ordine:
1. Mia nonna lo fa già tutte le notti, la sento sempre e non si dicono nemmeno cose molto interessanti.
2. L'ho già fatto dai due ai sette anni, per ora penso possa bastare.

oh, non so più che pesci prendere (vedi post precedente)....

...un altro post noooooo!!! che grafomane sì ma mi devo dare un contegno che poi pensano che non ho una vita vera e passo giornate intere a scrivere e basta.

disguidi

se state facendo un cruciverba, e la domanda è "Può prendere un pesce alla volta, tre lettere" non fatevi trarre in inganno, la risposta non è ANO.

C'è un silenzio che descriverti non saprei

per chi ancora non lo sapesse, il paese dove vivo, il posto dove vado a rifugiarmi dopo tutto il frastuono, nelle mie ore più scure, è rotondo. Rotondo nel bene e nel male vi diranno quelli che come me vivono qui, niente esce e niente entra da qui. Io ne sono uscito anni fa, incoerente e con nessun senso di appartenenza, scelgo io dove e come sentirmi a casa. E poi però c'è qualcosa che mi lega a questo strano posto. Una ormai vecchia e consumata abitudine. Io e l'amico di sempre in tutte queste sere. C'è questo paese che entri e inizi a camminare. e alla fine ti ritrovi al punto di partenza. E allora viene facile in queste sere trovarsi chiamarsi e cercarsi e dirsi, andiamo a fare due passi, e sono queste brevi camminate serali dove si parla di cose serie e di cazzate ad essere il mio strano senso di appartenenza a questo luogo. Ora l'amico è lontano, ma tranquilli, torna presto, e allora stasera, serata strana serata sbagliata, i miei due passi sono andato a gustarmeli da solo. E c'erano questi vicoli queste luci gialle e queste mura strette io e il rumore dei miei passi. E c'era qualcosa a cui pensare e per cui maledirsi una volta ancora una volta di più. Gli errori si fanno, e si scontano. Si scontano nel silenzio mio e degli altri. Nelle domande che cadono nel vuoto. Quei rari momenti in cui non rispondo di me, perché sì, ho imparato ad essere controllato e programmato in tutte le mie piccole cose, ma poi arriva sempre il momento in cui non ce la faccio più e quella parte di me spinta e ricacciata nel profondo emerge improvvisa e ridivento l'incosciente pazzoide che forse sotto sotto vorrei essere. Ho imparato a vivere e meritarmi le conseguenze delle mie azioni e forse è questa una delle mie più grandi conquiste, però poi ci sono questi momenti in cui veramente vorresti tornare indietro con quel rumore cinematografico di nastro che si riavvolge e no, non farlo mai più. Faccio anche stasera la conta delle mie malattie e ne sostengo il peso, e la mia schiena si piega e mi prende quella voglia di scaraventarmi nel letto e affogarmici dentro. La difficoltà della resa e del mio campare decentemente, con uno stranamente Paolo Conte che non so perché ma vado a ripescare in queste giornate indistinte composte tra l'attesa due parole e una clamorosa cazzata. Sto lentamente sprofondando e cerco un barlume e un appiglio per non andarmene a letto triste come ne sono emerso stamani, e sì, era meglio che me ne rimanessi a letto. Se mi guardo bene dentro mi accorgo di essere fatto dalla mia memoria e dalle mie parole, mi porto dentro tutte queste immagini in un infinito collage, e parole scelte con pazienza e dedizione. E mi accorgo che anche dentro di me si entra, si inizia a camminare e alla fine ci si ritrova al punto di partenza, che anche da me, nel bene e nel male, niente entra e niente esce. Che dentro di me c'è un silenzio che descriverti non saprei.

slight return

ancora un viaggio lontano da dove lontano da qui... luci nello specchio lente a svanire... allontanarsi immersi in questa accogliente oscurità... un sibilo dal finestrino abbassato e un soffio d'aria gelida a tenermi sveglio a ricordarmi che l'estate è finita... volute di fumo azzurrognolo giocano davanti ai miei occhi nel riflesso dei fari e poi strappate via fuori lontano... mi diverto per forza lascio le mie cose in un angolo... mi dimentico di me magari soltanto un momento... questa strada la conosco... è la strada che porta verso casa verso tutto ciò che mi è familiare e c'è qualcosa che non va...

se ne riparla

essì chessò coglione. e punto. è l'una, e fino qui non è chessò coglione per questo. ho messo su atom heart mother, quello colla mucca in copertina per intendersi. ma anche qui direte voi miei piccoli (e venticinque?) lettori, con la musica un po' stranina che ascolto non è che c'è da fare sopresa sorpresa. Emmi manca un po' il nesso causa effetto. sarà che so fesso. ecco sì, su questo mi trovo d'accordo. c'ho uno qui in cuffia che prima mi suona la pianola e poi mi mangia i cornflaiks, oddio, almeno sembra, fa colazione lui, Alan. mi mangio le mani ora, ma no nel senso delle unghie, ovvia sì mi mangio anche quelle ma ora no che mi servono per scrivere che le unghie cellò attaccate alle dita anch'io, sì ma da quello in poi di normale c'è poco. Il bello è che poi ci rimugino. checcivoifà, so fatto un po' strano comincio a pensare. M (nel senso onomatopeico di mugugno di approvazione-autoapprovazione). qui sta faccenda non è che ci sto proprio dietro dietro, anzi. non ho ben capito a che punto sono, dov'è che ero?, me sà che mi sò perso. ndodevo andà a cercare, ecco questo sì, ma è un casino. sarà meglio che vada a letto che è già venerdì da un'oretta e un quarto suppergiù e tanto stasera davvero non vado da nessuna parte che sono veramente rimasto a piedi. le capate nei muri, vedi, sbatacchiando un po' magari qualcosa si muove, torna al su' posto. no, ma poi se ne riparla, questo è sicuro come e quando non lo so, ma insomma via, prima o poi se ne riparla, quello che si dice è tutto da vedere, ma poi, se ne riparla. sì, buonanotte, ci vol coraggio a postare della roba così, domani la scancello.

la mia vita sul mio letto

ero ancora lì dentro ieri sera, ma non m'ero accorto di niente. Poi mi sono voltato e l'ho visto. Il mio letto. Niente di speciale da ventanni a questa parte e invece ieri sera sì. Questo letto doppio dove dormo sempre solo dove ho passato infinite serate con gli occhi piantati in un libro o dentro un film.
Meglio spiegare.
La mia stanza è piccola, non minuscola, anzi la mia stanza è mediamente grande ma c'è così tanta roba accatastata che di spazio veramente non ce n'è più, camera mia insomma pare una schermata di tetris. E in mezzo a tutto sta il letto. Che è un letto doppio da quando ero così basso che avrei potuto dormirci per traverso, e in effetti ci dormivo anche, per traverso. Il mio letto doppio altro non è che una rete (di quelle con le stecche altrimenti poi mi steccolo io) e un materasso (di quelli tecnologici di lattice che altrimenti... sì uguale a prima, sto invecchiando e anche da giovane la mia schiena non è che fosse da competizione), il mio letto, dicevo, giganteggia in mezzo alla stanza e occupa il mio spazio vitale, o almeno così distrattamente pensavo fino a ieri sera. Poi quando mi sono voltato e l'ho visto cosparso di oggetti, il libro migrato dal comodino, il lettore mp3, le chiavi di tutte le stanze da aprire e da chiudere il telefono un pacchetto di sigarette semivuoto l'accendino e il gatto, scendi che se ti vede la mamma rompe le palle a me e scaraventa fuori te, mi sono accorto che non occupa un bel niente. Il mio letto è il mio spazio vitale. E non è una di quelle ciance che dicono dormiamo per un terzo (anche un quinto un sesto) delle nostre vite. Sul mio letto volente o nolente, proprio per questioni di spazio, m'è sempre toccato viverci. Se avessi avuto un letto singolo avrei avuto spazio per una scrivania ma c'ho rinunciato volentieri. Su questo letto c'ho passato i pomeriggi del liceo prima delle interrogazioni a studiare capitoli e capitoli, a programmare e a studiare giorno per giorno ho imparato dopo, e nemmeno bene, su questo letto ho vissuto momenti d'amore, di quello platonico e di quello un po' meno, e di rabbia, incazzature lacrime e tutto il resto, su questo letto mi sono rotolato nelle notti insonni e in questo letto mi sono abbattutto stanco morto dopo un viaggio o ubriaco fradicio dopo una serata stonata. Su questo letto sono nati quasi tutti i fogli gialli e nascono 'ste cazzate che riverso sul blog. Qualunque emozione mi sia passata addosso almeno una volta, mi pare di ricordare, almeno una volta ero qui.
Poi l'ho guardato ancora una volta, e me ne sono andato a letto.

infinite jest letto al mio gatto

Una di quelle giornate dove niente desta il mio interesse. Mi sento distante. Un cielo grigio su quest'aria fredda in un preludio d'inverno, ma non è questo no. Ci sono giornate così e basta. C'è un libro aperto su di una pagina a caso. Leggo frasi dense come le nuvole che sbircio fuori dalla finestra che lascia entrare uno spiraglio di penombra. Cerco di immergermi nel profumo dolce della mia vaniglia confuso tra mille altri odori. Il respiro più rarefatto ad ogni passo divagando e affogandomi in questra aspra e difficile ironia. Oggi non so oggi non posso scrivere di altro. E il libro che sto sfogliando è sempre il solito e cerco di convincermi che tutto questo è realmente stato, come se fosse l'ultimo segno tangibile di esistenza. Come è possibile sopravvivere a quest'eclettismo esasperato senza banalizzare nulla. Con mano leggera tratteggiare a tinte forti una linea e inseguirla attraverso le persone e le idee. Sopravvivere: avrebbe forse apprezzato questo cupo sarcasmo. Maledetto lui lasciarci da soli qui a districarci in questo labirinto. Non una guida, questo no, ma uno che la sapeva lunga, uno dei rari personaggi capace di spiegarti il chiaroscuro e di farti rimanere lì a pensare. Uno che non ti fa respirare per ventipaginesenzamancounpunto e poi (che rumore fa uno quando inspira profondamente?) ti svegli di soprassalto e torni indietro perché sei stordito perché hai letto tutto ma non hai ancora capito. Leggo qualche paragrafo a bassa voce al gatto. Sembra interessato, o forse infastidito perché disturbo il suo sonnecchiare, forse mi ha soltanto preso per scemo. E poi apro l'ultima pagina, che vuol dire poco perché la vera fine del libro è impossibile trovarla perché anche se ci fosse sarebbe persa e frantumata in ogni pagina. Mi torna in mente quando lessi quell'ultima pagina e mi sentii orfano. Chiusi il libro con un misto di soddisfazione e tristezza. Ero su di un aereo e pensai che non avrei potuto trovare un nonluogo migliore.

DFW

Oggi è una giornata triste.

Lo scherzo è finito, David Foster Wallace s'è impiccato.

Non trovo parole per descrivere come mi sento, è strano provare una cosa così per una persona mai vista e mai conosciuta se non dai suoi libri. Come per Mario Rigoni Stern qualche mese fa.

"La gigantesca Signora di Liberty Island nel porto di New New York ha il sole come corona e sotto una delle sue braccia di ferro tiene una cosa che assomiglia a un immenso album di foto, e l'altra mano tiene sollevato in alto un prodotto. Il prodotto viene cambiato ogni primo gennaio da alcuni uomini coraggiosi con tanto di scarpe chiodate e gru."

Ciao David, la verità ha finito con te, la verità ti ha reso libero.

una storia

[Lenta dissolvenza su, esterno giorno] Un vecchio manicomio. Vecchio e fatiscente. La storia potrebbe iniziare in un imprecisato giorno di settembre, ah sì, piove ma non fa freddo, alla fine è ancora settembre. Sono le otto e mezzo del mattino, più o meno, e ci sono questi strani personaggi che uno ad uno arrivano guardandosi circospetti, anzi no, forse solo curiosi, intorno. C'è la scritta "OSPEDALE PSICHIATRICO" in quelle vecchie lettere di terracotta blu, sbiadite e sbeccolate dal tempo [primo piano che lento si allarga]. C'è un malandato palazzone dietro l'arco sotto la scritta. Un po' più sotto due persone che, a distanza, parlano [siamo troppo lontani, le parole non si sentono]. Si vede, si capisce che si sono appena incontrate, che non si conoscono. [l'inquadratura si stringe] Che il caso ha voluto che quel giorno fossero lì più o meno nello stesso momento entrambi senza ombrello. [in un piano sequenza alla Welles ci avviciniamo, essì che sono proprio bagnati] Chi è arrivato per primo nessuno se lo ricorda, [camera tre quarti dal basso] mi sembra che tu fossi qui, no, io sono arrivato e tu già c'eri, ma anche tu cerchi..., sì ma sai dov'è di preciso? ah no! è la prima volta che ci metto piede qui, beh tanto è presto magari aspettiamo che smetta di piovere e poi chiediamo.
[camera indietro, parole che diventano indistinte] Adesso dietro l'arco si vede una città, siamo dall'altra parte, siamo dentro al manicomio. Le due persone sono ancora sotto l'arco, ne sono arrivate altre, piove ancora e piove per tutti. Le due persone si sono un po' strette per far spazio e continuano a parlare. Si vede che non si danno fastidio, che anche più vicini stanno bene lo stesso, anzi lui le sfiora una mano per caso, ah! non ve l'avevo detto? i due personaggi sono un lui e una lei, e lei non si tira indietro. [lenta dissolvenza in chiusura]
Non è una storia d'amore. E' la storia di un'amicizia iniziata come al solito per caso e durata dieci anni nonostante tutto nonostante che le strade si siano divise e che i chilometri siano tanti. Sì, qualche attimo di debolezza ci sarà, ma il bello sarà che non si baceranno mai, nemmeno in un pomeriggio dolce e lunghissimo a casa di lei, seduti su di un letto a chiacchierare, nemmeno anni dopo quando si ritroveranno ancora per caso ancora una volta e si rimetteranno a parlare come se si fossero salutati il giorno prima o come non si fossero salutati mai.
- Stasera pensavo di darmi fuoco alle dita dei piedi. Te che fai, vieni?
- Si torna presto?

la Centoventisette rossa

mi ricordo la centoventisette rossa di mio nonno. Me la ricordo soprattutto d'estate estratta chirurgicamente dal fondo del garage dove stava rintanata. Mi ricordo i sedili di plastica nera e i miei pantaloni corti con la mia pelle che ci rimaneva appiccicata e il calore infernale di quegli interni economici irrimediabilmente anni settanta. Erano brevi viaggi quelli che facevo con lui, non gli era mai piaciuto guidare e non aveva nemmeno mai imparato. Non andava lontano e ci andava a piedi. Da casa al bar dove giocava a carte. Lunghe partite sonnolente per ingannare i pomeriggi estivi e la pensione. Assomiglio molto a mio nonno. E' capitato che i pochi sopravvissuti che lo hanno conosciuto da giovane mi riconoscessero senza avermi mai visto "ma te sei il nipote di", sì, sono proprio io.

E poi c'è un ricordo vivido vecchio di quasi vent'anni. Mi ricordo l'unica lacrima di mio padre.

Mio nonno è morto all'inizio di ottobre, tra poco più di un mese saranno diciassette anni. Faceva freddo e al funerale mi ricordo di aver visto lacrime e respiri.

Facemmo io e mio padre un ultimo viaggio con la centoventisette rossa, in un'altra giornata fredda la portammo a mia zia e la lasciammo lì, rintanata in un altro garage, di un'altra città, della città che forse mio nonno aveva amato di più oltre al posto dov'era nato.

Questa è la mia malattia.

me ne sono andato all'improvviso, come improvvise sono sempre state tutte le scelte della mia vita, o almeno così sembrano agli altri. Non parlo di cose a metà e questo lo sai fin troppo bene e lo hai subito fin troppo spesso. Quasi sempre tutte le mie cose hanno un inizio e una fine, chiari e netti. Il mio essere burbero e la mia distanza prossemica sono le manifestazioni più esteriori della mia intima fragilità, ma credo che questo tu lo sappia. Per anni mi sono reso forte nell'essere un punto fermo per te, tante volte mi hai privato di questo, per anni la tua forza interiore è stata un esempio per me e quando di rado ti è mancata ho cercato con tutto me stesso di esserci e di darti forza, e mi porto dentro questa cosa come il gesto d'amore più bello che io abbia mai fatto per te. La distanza che si era creata tra di noi, ad un certo punto, per me, è diventata troppa, mi sono accorto che non credevo più che ci saremmo riavvicinati, che stando ancora con te mi sarei e ti avrei solo fatto del male. E tutto questo non è successo all'improvviso, ci sono voluti mesi, o almeno ci sono voluti mesi a me per capirlo. Non ne ho parlato, non ne ero cosciente. Un insieme di cose. Il tuo non farmi sentire adeguato, la tua visione del mondo che così spesso, nonostante le tue parole, sembrava non comprendere me o comunque le mie opinioni. So di essere estremamente fragile, per questo le persone a cui mi "concedo", anche se questa parola mi fa ridere, sono pochissime; vivo nella costante paura di essere ferito, non sono abituato a scoprirmi se non quando mi sento veramente al sicuro, ho bisogno di conoscere bene chi ho davanti prima di parlarci, per questo odio a morte il telefono, perché le persone le capisco quando gli guardo il volto e le mani.
Questa è la mia malattia.
Non credo sia contagiosa.

un piede in terra e l'altro in cielo

notte cattiva notte ossessiva ascoltando fabrizio aspettando un avvento... riscoprire me stesso riscoprire tutto quello che sono... uno scambio breve e interrotto... parole parole indistinte brevi e fugaci... chi sei tu chi sono io... con la paura di essere andato troppo oltre con la paura di aver fatto un passo di più... i miei sogni e i miei delitti così simili e così vicini da confondersi... non pensare a quello che sarà domani o tra tre giorni lasciare che la fantasia e la realtà facciano il loro corso dopo l'ennesima serata alcoolica dopo l'ennesima serata catartica perdersi e ritrovarsi in questo continuo abbandono... guardare attonito il fondo dell'ultimo bicchiere navigarci dentro in questo mare di me... nebbia insistente farsi strada verso la luce verso di là... un riflettore di là mette un mare nella nebbia... pretendere la perfezione e trovarla negli altri quale dolore... emozioni e brividi fatti di parole riscoperte dopo anni... c'è un modo soltanto di dire le cose e ogni mille anni c'è un uomo che sa trovarlo e ce lo regala... tra le mie distrazioni e il mio mondo onirico e sconvolto... incertezze e chiaroscuri nel mio mondo in bianco e nero... scoprirsi insicuro e bambino a trentanni d'età... piacevole scoperta... un pianoforte disegna note pulite si stagliano su questa morbida oscurità... raccolto qui in un caldo respiro accarezzando un sorriso... luce vivida racconta ombre malferme su quella parete laggiù... i contorni si perdono le figure si confondono inseguire un profilo... gli occhi e la mente tesi in un ultimo sforzo... raccontare storie che non si sono mai vissute l'ultima la più grande menzogna... sentirsi comparse in questa perversa messinscena... non c'è spazio per me non c'è spazio per noi... ci siamo conosciuti troppo tardi fino a poco tempo fa non esistevo non ero io... giorni che scorrono inesorabili percepire tutto questo come ineluttabile... di cosa si vive e di cosa si muore... dimenarsi tristi con le nostre piccole speranze da qui all'eternità e ritrovarsi all'improvviso in un'alba quando il sole ha ancora un piede in terra e l'altro in cielo... quel momento e la sua sensazione di chiaroscuro il giorno che arriva in punta di piedi... il pensiero corre veloce a domani quando tutto questo sarà finito quando tutto questo sarà ancora un ricordo di me che ti ho incontrato ma che non ti ho conosciuto mai... aspetto trepidante il prossimo inverno i suoi cristalli di ghiaccio l'aria tagliente lucente affilata... i volti coperti e le nuvole bianche...

una vecchia sedia comoda

notte velata da una strana inquietudine preludio d'insonnia seduto qui a scrivere cercando rifugio nella musica e nelle parole. quante cose viste fatte dette scritte alla ricerca di risposte sapendo che in fondo è meglio dimenticare le domande. in queste occasioni notturne il mio è un vorticoso ricadere nella mia malinconia. una vecchia sedia comoda e una luce puntata sulle mie mani. osservare i piccoli particolari spesso mi sfugge la visione d'insieme ma mi piace quando il quadro tutto ad un tratto si ricompone e la realtà mi esplode davanti. fare finta di niente sì ma è così difficile è così facile tradirsi basta una parola un gesto uno sguardo. piccole ovvietà. cercare per una volta di essere lineare cercare di spiegare. ma continuo come sempre ad innamorarmi soltanto dei particolari di quelle piccole cose che deviano dalla via maestra di quelle piccole cose che ci rendono diversi e memorabili. riascoltare il vecchio cappellaio pazzo e le sue risate era tanto tempo che non succedeva. è un brivido fatto di emozioni e di ricordi polverosi quello che mi scuote la schiena. brivido di interminabili viaggi e di albe fredde lucenti. è passato tanto tempo sono cambiate tante cose. ma come allora e come ha scritto il grande vecchio mi basta un'illusione per farmi coraggio. suoni lontani echi profonde rintocchi in queste notti con gli occhi piantati sul soffitto a non saper vivere il mio silenzio in questo luogo che pure sento mio. in quest'affascinante mucchio di colori costruito un frammento alla volta. in quanti luoghi mi sono sentito a casa. un telefono che squilla in piena notte in questa casa stranamente silenziosa. parole che fluiscono via leggere dolci assonnate tra uno sbadiglio un sorriso e una dolce buonanotte

emozioni viola

e va bene allora. assolato afoso pomeriggio finestate gocce che cadono tanta è l'umidità perché no ho pensato provarci una volta ancora e abbandonare lo schema abbandonarsi una volta di più. ciarpame carabattole ammucchiate qui mettere ordine e farlo togliendo buttare via quello che non serve più questo mi serve questo potrebbe questo forse no ma forse anche sì. tutto ancora qui. non riesco a liberarmi di niente. oddio proprio di niente niente no. creazione impeto della creazione solo e quando alcool domina. interessante interessante sì. barlumi e ghirigori striduli non un clarino no. scie rosse un'altra sigaretta accesa. scrivere come catarsi scrivere per capirsi. lanciare via fogli gialli e pagine bianche. barlumi dell'ultima sigaretta accesa. lampi rossi scie qua e là. ascoltare e cercare di capire difficile parlare con me ogni parola vivisezionata scomposta analizzata. niente al caso perché per tutto c'è un motivo spinto dalla razionalità che corre veloce fin troppo e diventa quello che non dovrebbe essere costruire un castello in aria uno ancora uno di più. la punteggiatura no proprio non mi si addice. i miei maestri che compaiono e torna in mente una vecchia rosa confetto e citazioni ebbra di parole e di me. dal clown fino alla memoria del sottosuolo la distanza è così breve. intonare un requiem per tutti i nostri sogni è un mestiere che altri hanno fatto così bene. illusioni e disincanto intreccio indissolubile. un quadro pieno di ricordi e frammenti appeso di là tra un quadro e una foto di un milione di anni fa. musica a casaccio non ci dice proprio niente ma come un cielo pieno di stelle e io disteso là sotto a raccoglierlo tutto. alzare ancora il volume nel frastuono della mia mente. coprire i rumori stordire il brusio di fondo. attonito stordito frastornato. qui tutto parla di me di mille maschere e di duemila identità sceglierne una come una maglietta qualunque in un mattino qualunque. alzarsi e andarsene. strane interessanti prospettive delirio scomposto sfinito raccolto e spedito. un'emozione viola d'inquietudine serale malcelata scomposta s'abbatte violenta sugli occhi spalancati sul buio. tra un'ora fuori di qui un altro me quello che sono lo lascio qui.

ultimo treno

ritrovare passo e respiro... scene di vecchi film in biancoenero montate a casaccio un ballo silenzioso lungo e sensuale come di queste notti da solo quassù quaggiù incima alla montagna in fondo alla tana... viaggi pomeridiani libri immagini un cane andaluso... tra un quadro di Schiele e uno di Picasso... Guernica si scioglie dal cubismo a Dalì... sparire per un po' senza volerlo ma senza saperlo evitare... alla ricerca anche io di tempo... soltanto la notte... si riempie la testa di musica e andare avanti forza dei nervi... ancora un giro sulla giostra a folle velocità... sincronie elettroniche... un bacio lungo una vita sogni brevi come batter di ciglia... orchestre improvvisate si aggirano... un'unica canzone in loop allo sfinimento... mi dispiace la distanza mi dispiace le poche parole... incontri fugaci parole sbiadite tornare orfano ancora alla pagina bianca... non riuscire a spiegare non riuscire a raccontare la propria storia... a quest'ora della notte partono gli ultimi treni pieni di quei volti stanchi che non dormiranno e arriveranno domani ancora più stanchi ma se avranno il coraggio e la fantasia di rimanere svegli avranno un nuovo viaggio da raccontare... è bello andare alla stazione a vedere gli ultimi treni partire... prenderne uno da soli senza sapere dov'è che porta... che non è questo che conta... dov'ero finito... mi inerpico sulla mia via elettronica come vuole la tradizione... questa notte elettronica un po' per te un po' per me stranamente allegra perlomeno stravagante è come sempre l'inizio e la fine di un racconto... cerco di stringere le corde allentate... bello ricominciare bello ritrovare gli amici faticoso sì ma che c'importa... ognuno un desiderio partire rimanere fermarsi ad ascoltare immaginare magari insieme... è la passione che ci muove... triste sarebbe la storia senza la passione per quello che faccio... e trovarla la passione ogni mattina su ogni volto... fuochi d'artificio scintille risate e lacrime non sarei niente senza tutto questo discutere arrabbiarsi e ridere insieme... fermarsi ad ascoltare fermarsi a parlare prima o poi troveremo il tempo l'abbiamo sempre trovato... testardi irriducibili... stanotte mi sembra di capire... e quel barlume il tempo e la voglia che si accende non si accende sulla pagina bianca... dolcemente ancorato qui... graffiare via parole scarne emozione di cui non so privarmi... in questo delirio onirico e malconcio... in questo polveroso ripostiglio d'umanità...

quattromila chilometri e berlino e il mar baltico

sono partito carico come un mulo il sette di agosto alle sei e mezzo del mattino... io e il mio migliore amico... l'unica idea era quella di andare a nord... le uniche tappe già sicure Lubiana la prima sera e Berlino prima o poi... è stato un viaggio come ho sempre voluto farli... attraversando con una moto ed una tenda tutta la "mia" Mitteleuropa... ogni posto che ho toccato era carico di storia e di passione... Lubiana Vienna Praga Berlino... vedendo città e posti che da anni sognavo... che non mi hanno deluso... di Berlino mi sono perdutamente innamorato come fino ad adesso mi era capitato soltanto in alcuni luoghi della "mia" Spagna... sono arrivato carico di aspettative e di cose lette imparate immaginate soltanto dai libri... mi sono trovato sbattuto e smarrito in una città che dalla sua vita di confine ha saputo imparare a non averne... ogni angolo è una scoperta... ogni luogo ha una sua identità frutto della sovrapposizione e dell'intreccio di mille identità differenti... una città grandiosa e sobria... dove possono convivere palazzi di vetro e di marmo... lo spazio... Berlino è una città che domina lo spazio e le passioni e ne trae la propria vitalità... conscia nel bene e nel male del proprio passato e protesa con tranquilla placidità verso il proprio futuro.

poi una mattina ci siamo svegliati a Berlino... ci siamo detti... andiamo a vedere di che colore è il Mar Baltico... altri due o trecento chilometri lanciati verso nord in una pianura silenziosa e sterminata... fermi lungo una strada qualunque del nord della Germania ad aspettare che non passasse nessuno... in silenzio a guardarci intorno... e poi ripartire senza dire una parola... siamo arrivati a Stralsund... ho visto il Mar Baltico e lì abbiamo capito che il viaggio era finito... eravamo abbastanza a nord da farcelo bastare... erano le cinque di pomeriggio di uno stralunato ventoso diciassette di agosto... le nostre moto per la prima volta da undici giorni si sono dirette a sud... siamo passati per Rostock... e poi giù una lunghissima picchiata fino a Monaco... ottocento chilometri in una notte perversa e bellissima... ridendo alle soste con il fornelletto e la moka a farci il caffè nelle aree di servizio perché quello tedesco no proprio non ci piace... e poi alle tre del mattino a Monaco senza sapere cosa fare e dove andare fino a trovarci in un letto di un albergo di infima categoria... Monaco sì... vista così di sfuggita in un giorno soltanto... ormai eravamo sulla via di casa... e poi ancora qui... dopo quattromila chilometri quattrocento foto e un milione di ricordi... e Berlino e il Mar Baltico.

tutto qui... un viaggio che dentro di me ha messo un punto alla parola fine che avevo scritto qualche mese fa... un viaggio che mi ha fatto capire nel silenzio dei lunghi chilometri fatti in moto tante cose... che mi ha fatto capire che adesso sono adatto a stare da solo... ho riconquistato e riempito tutti i miei spazi...