davvero?
ho guardato questi occhi credibili, non in-credibili, proprio credibili, e basta. e quel cielo plumbeo. uno sguardo ipnotizzato da quel grigio che da giorni non si muove. nonostante tutto il vento. Sono lezioni di vita. Le vite quelle creative che non cercano ragioni o giustificazioni morali. Stranamente profondi quegli occhi, credibili e per questo difficilmente decifrabili. Nascondono un grande racconto, e la quotidianità costretta nel bieco cronachismo, un racconto mancato con il fascino abusato di Godot. Come un libro talmente scontato che arrivato a metà ho già la sensazione di averlo finito e ogni pagina in più è una condanna alla noia. Dallo stereo esce un david bowie giovane, fin troppo, che dice qualcosa in merito ad un uomo venuto dalle stelle e sopra di me c'è una finestra, un buco sul soffitto affacciato diritto su di un affilato cielo invernale. La confusione raggiunge un livello sconosciuto. Un abbozzo e poco più e strane confluenze. Un modo quantomeno complesso per comprendere i meccanismi fondamentali della società contemporanea. Una sofferta pratica ripetitiva affogata nell'egoismo e in questioni trascurabili descritte perlopiù in una lingua sconosciuta. Occhi stupiti di un fascino spaesato, un sorriso tirato e disarmante perché ha l'odore del finto e ti secca le parole fino giù nello stomaco. Non ho più l'autoricarica perché le parole degli altri mi interessano meno e perché mi sembrava scortese prolungare telefonate inutili soltanto per poterne fare di ancora più inutili. Si capiva. Non mi accontento di poco. Non è una critica costruttiva, è un'opinione distruttiva, ove possibile, se applicabile. Interno giorno post-atomico, ordine eccessivo, decisamente maniacale e poco coerente. Parliamone. In maniera generica, non sono sufficientemente occidentale per approfondire.
Non si abbisogna di un titolo
il fumo si alza lentamente dal posacenere, l'ennesima sigaretta spenta male e controvoglia. Giorni su giorni passati a pensare immerso in questa strana apatia dei giorni di festa, con gente lontana. Non ci sono nemmeno io.
Socchiudere la porta del mio silenzio.
guidare per un'ora sulla mia strada tortuosa in mezzo a musica vecchia e parole aduse. Ospite in una serata qualunque di persone inquietanti. I segni che rimangono addosso.
Hai un colore preferito. Era una domanda qualche anno fa. Il tuo colore preferito. Un suono il mio. E un organo. Non so dove voglio andare. Facile. Tutto questo in un sinestetico museo delle cere.
Ricordo giochi e risate.
Il lunatico è sull'erba.
Socchiudere la porta del mio silenzio.
guidare per un'ora sulla mia strada tortuosa in mezzo a musica vecchia e parole aduse. Ospite in una serata qualunque di persone inquietanti. I segni che rimangono addosso.
Hai un colore preferito. Era una domanda qualche anno fa. Il tuo colore preferito. Un suono il mio. E un organo. Non so dove voglio andare. Facile. Tutto questo in un sinestetico museo delle cere.
Ricordo giochi e risate.
Il lunatico è sull'erba.
Non ho sognato pecore elettriche
ho visto cose che voi umani.
potete comodamente guardare seduti sul vostro divano.
basta avere la tessera del videonoleggio.
e tre giorni di festa, senza un cazzo da fare.
potete comodamente guardare seduti sul vostro divano.
basta avere la tessera del videonoleggio.
e tre giorni di festa, senza un cazzo da fare.
ordine
Ho imparato la calma e la pazienza. Perché non sono mai stato bravo a capire i segni. Sarà per la mia diversità. Sarà che non sono bravo a calarmi nei panni degli altri, per quanto io ci provi. Stento a capire che i gesti degli altri non hanno lo stesso significato dei miei.
Non ho imparato a ricordarmi dei numeri di telefono perché sono più importanti i volti e le parole, mi confondono quelle strane sequenze numeriche cha vanno di pari passo con i nomi, anche quelli, i nomi, non riesco mai a ricordarli.
Non ho imparato a mentire. Mi hanno detto che la mia sincerità a volte spaventa, solito problema, non capisco perché. Sarà incoscienza la mia. Sarà che, come diceva DFW, "La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi". E qui c'entrano il mio cinismo strisciante e il mio egocentrismo eccessivo. Però lo so che c'è gente migliore di me, ma ce n'è di peggiore e di questo sono abbastanza sicuro perché li ho conosciuti.
Ho imparato a farmi bastare un sacco di cose, ma non ho mai imparato a farmi bastare il tempo. Faccio le cose con lentezza, e non è nemmeno detto che le faccia bene.
Ho imparato a farmi le domande giuste o a non farmene proprio, che forse tra tutte è la scelta più saggia nella maggioranza dei casi.
Ho imparato a mettere le cose al loro posto, nella vita e in cucina, quindi vedete di fare poco casino.
Non ho imparato a ricordarmi dei numeri di telefono perché sono più importanti i volti e le parole, mi confondono quelle strane sequenze numeriche cha vanno di pari passo con i nomi, anche quelli, i nomi, non riesco mai a ricordarli.
Non ho imparato a mentire. Mi hanno detto che la mia sincerità a volte spaventa, solito problema, non capisco perché. Sarà incoscienza la mia. Sarà che, come diceva DFW, "La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi". E qui c'entrano il mio cinismo strisciante e il mio egocentrismo eccessivo. Però lo so che c'è gente migliore di me, ma ce n'è di peggiore e di questo sono abbastanza sicuro perché li ho conosciuti.
Ho imparato a farmi bastare un sacco di cose, ma non ho mai imparato a farmi bastare il tempo. Faccio le cose con lentezza, e non è nemmeno detto che le faccia bene.
Ho imparato a farmi le domande giuste o a non farmene proprio, che forse tra tutte è la scelta più saggia nella maggioranza dei casi.
Ho imparato a mettere le cose al loro posto, nella vita e in cucina, quindi vedete di fare poco casino.
Cose di dubbio gusto
Scarpe rosa con tacco e lustrini (che fanno pendant con cappello rosa peloso). Calzini bianchi con sandalo, ma se sei tedesco e non ne puoi fare a meno neanche il ventitre gennaio, allora sei giustificato. Il tipo accanto a te al semaforo che si scaccola (e fino a qui, tanto tra un po' sarà disciplina olimpica...) e mentre lo fa ti guarda, poi guarda la caccola, e poi ti riguarda (che fai, i confronti?!). Quelli che mentre ti parlano hanno bisogno di prenderti un braccio e scuotertelo fino a procurarti traumi lacerocontusi (non è che ci sento col braccio, le vedi le orecchie, LE VEDI?!?!?). Il tipo che in treno davanti a te si toglie le scarpe e si accovaccia sul sedile, perché si sa, è vietato mettere i piedi sui sedili se hai le scarpe, ma NON è vietato gassificare gli altri occupanti lo scompartimento con l'afrore venefico dei tuoi calzini, vieppiù bucati, che non togli dal settandadue e ormai sono un ricordo, cosa ci posso fare. Le frasi a sproposito quando lo sai che hai seguito metà discorso e non c'hai capito niente ma ti dispiace non partecipare al dibattito. Il tipo che in treno, sarà che ho passato troppe ore viaggiando in treno e ne ho viste di tutti i colori, cerca disperatamente di attaccare bottone e non serve a niente rispondere in un crescendo di monosillabi mugugni e grugniti, aprire un libro e attaccare il lettore mp3, loro continuano a parlare e alla fine degenerano in quelli che ti s'attaccano al braccio. Le vecchiette che ti passano davanti quando sei in fila da due ore e un quarto facendo le indifferenti perché alle persone anziane si deve portare rispetto anche se sono dei giganteschi pezzi di merda. I ritardatari cronici, che sanno di avere un appuntamento a cinquanta metri da casa, da dodici ore, e no, proprio non ce la fanno ad essere puntuali, e arrivano con tre quarti d'ora di ritardo perché il gomito gli faceva contatto col malleolo per le cavallette o per un'altra scusa pescata a caso dal monologo di John Belushi.
Vabbè, ovvio, gli scrittori di prefazioni, loro non possono mancare, e quelli di blog, certo.
Quelli che stanno una giornata intera a pensare quali potrebbero essere cose di dubbio gusto quando avrebbero un milione di cose da fare.
Sarà che oggi sono un po' acido. Sarà che ieri ero uguale.
Vabbè, ovvio, gli scrittori di prefazioni, loro non possono mancare, e quelli di blog, certo.
Quelli che stanno una giornata intera a pensare quali potrebbero essere cose di dubbio gusto quando avrebbero un milione di cose da fare.
Sarà che oggi sono un po' acido. Sarà che ieri ero uguale.
Cipolle e libertà
ho letto un libro talmente strano che ho cercato la copertina su internet per metterla sul blog e non l'ho trovata. Avrei voluto farne una scansione, ma il libro l'ho prestato, e questa è la quinta volta che lo presto, quindi non posso. Sul sito della casa editrice c'è un cartello con su scritto "in fase di ristrutturazione" e quindi niente pagina dell'editore. Inizio a sospettare che sia una congiura.
Il libro si chiama "Cipolle e Libertà" e sono i ricordi di un metalmeccanico di nome Gelmino Ottaviani invecchiato tra la fabbrica e il sindacato e ormai alle soglie della pensione.
Il libro l'ho conosciuto perché c'è stato uno, uno che secondo me è bravo, che qualche anno fa ne ha tirato fuori un monologo teatrale. E il monologo è un po' come il libro: seduto. Ma non nel senso che annoia, no, nel senso che è come avere uno dei nostri vecchi davanti che ti racconta la sua storia. E, a parte le cose che dice, che sono lezioni di vita, è anche questo che mi piace.
Non so se a voi è mai successo di passare un'ora o più della vostra vita seduto ad ascoltare una persona che avesse quattro volte la vostra età. Sono rare le occasioni in cui queste persone trovano la voglia di raccontare. Sarà che sono stanchi, sarà che sanno che il tempo che gli rimane è poco, sarà che in un modo o in un altro i loro racconti parlano sempre di freddo, di fame, di guerra.
E me ne ricordo soprattutto una di serate passate ad ascoltare. Era estate e faceva un caldo impossibile, l'affanno dell'afa spariva soltanto verso le due del mattino. E successe proprio verso quell'ora che ci trovammo seduti in quattro o cinque e che Sandro tutto ad un tratto iniziò a raccontare. Ottanta anni di capelli bianchi, di muscoli tirati sulle piccole ossa, di rughe sul volto di chi ha combattuto una vita tra il sole e la terra dei campi e quegli occhi azzurri e svegli che sono ancora quelli di un ragazzo di vent'anni.
Fu una notte di racconti della sua campagna, delle legnate prese dai fascisti, delle cose viste in guerra e del ritorno a piedi dalla Jugoslavia. Del freddo dell'inverno greco e di quello delle notti passate nel bosco sperando che nessuno ti venisse a cercare. Ridemmo, ridemmo fino a piangerne di certe cose che ci si dovrebbe soltanto piangere.
Poi me ne andai a casa, in bicicletta, ed era già l'alba.
Ah, sì, poi la copertina del libro l'ho trovata.
Il libro si chiama "Cipolle e Libertà" e sono i ricordi di un metalmeccanico di nome Gelmino Ottaviani invecchiato tra la fabbrica e il sindacato e ormai alle soglie della pensione.
Il libro l'ho conosciuto perché c'è stato uno, uno che secondo me è bravo, che qualche anno fa ne ha tirato fuori un monologo teatrale. E il monologo è un po' come il libro: seduto. Ma non nel senso che annoia, no, nel senso che è come avere uno dei nostri vecchi davanti che ti racconta la sua storia. E, a parte le cose che dice, che sono lezioni di vita, è anche questo che mi piace.
Non so se a voi è mai successo di passare un'ora o più della vostra vita seduto ad ascoltare una persona che avesse quattro volte la vostra età. Sono rare le occasioni in cui queste persone trovano la voglia di raccontare. Sarà che sono stanchi, sarà che sanno che il tempo che gli rimane è poco, sarà che in un modo o in un altro i loro racconti parlano sempre di freddo, di fame, di guerra.
E me ne ricordo soprattutto una di serate passate ad ascoltare. Era estate e faceva un caldo impossibile, l'affanno dell'afa spariva soltanto verso le due del mattino. E successe proprio verso quell'ora che ci trovammo seduti in quattro o cinque e che Sandro tutto ad un tratto iniziò a raccontare. Ottanta anni di capelli bianchi, di muscoli tirati sulle piccole ossa, di rughe sul volto di chi ha combattuto una vita tra il sole e la terra dei campi e quegli occhi azzurri e svegli che sono ancora quelli di un ragazzo di vent'anni.
Fu una notte di racconti della sua campagna, delle legnate prese dai fascisti, delle cose viste in guerra e del ritorno a piedi dalla Jugoslavia. Del freddo dell'inverno greco e di quello delle notti passate nel bosco sperando che nessuno ti venisse a cercare. Ridemmo, ridemmo fino a piangerne di certe cose che ci si dovrebbe soltanto piangere.
Poi me ne andai a casa, in bicicletta, ed era già l'alba.
Ah, sì, poi la copertina del libro l'ho trovata.
Fai ciao con la manina
Non sono mai stato bravo con le presentazioni e con i saluti. Con tutto quello che sta in mezzo ho sempre provato a cavarmela con risultati un po' incerti, altalenante tra sfavillanti successi e fallimenti disastrosi (leggasi figure di merda, né più né meno).
E adesso vorrei salutare un amico che parte, ma mi viene difficile. I saluti dovrebbero essere qualcosa che ti rimane, qualcosa che ti accompagna per il viaggio che farai, che sia quello dalla porta di casa al letto o quello che ti porta in un'altra città.
E invece a me piacciono le parole dette perché esistono quando le dici e poi svaniscono. Mi piacciono gli sguardi di traverso che sembrano non guardarti e invece ti stanno guardando attraverso. Mi piacciono le persone complicate e un po' anche quelle che si complicano e non per vanità o per voler essere quello che non sono, semplicemente perché anche loro in fondo in fondo non ci hanno ancora capito niente.
Mi piacciono le lunghe chiacchierate che iniziano parlando della banalità metereologica e senza nemmeno volerlo finiscono parlando di chi siamo e di chi vorremmo essere.
Mi mancano le lunghe chiacchierate con ognuno di voi. Quelle seduti in fortezza stretti nelle sciarpe e nelle giacche fino a quando il sole va giù e c'è un autobus da prendere. Quelle seduti in macchina per un nuovo viaggio. Quelle girando in tondo tra le mura e su noi stessi. Quelle seduti attorno ad un tavolo, tra i tuoi occhi sfuggenti e la mia camicia a quadri.
Per fortuna il freddo di questi giorni un po' mi aiuta, qualcuno potrà anche pensare che i miei occhi siano lucidi per la commozione e sarà soltanto il freddo, perché no, di piangerci, su queste cose, proprio non mi riesce. Non per cattiveria, perché quando qualcuno se ne va in bocca al suo destino, per quanto si potrà sentire la sua mancanza, non si può e non si deve essere tristi.
E poi gli auguri che si fanno di solito non mi sono mai piaciuti. Cosa si dice ad un amico che inizia una nuova vita, mi vengono in mente soltanto formule rituali, un po' desuete e consunte, che per quanto tu faccia risultano sempre un po' banali. Ma che, per quanto tu faccia, sono l'unica cosa che puoi dire.
E allora, ancora una volta, buon viaggio, buonanotte e buona fortuna.
E adesso vorrei salutare un amico che parte, ma mi viene difficile. I saluti dovrebbero essere qualcosa che ti rimane, qualcosa che ti accompagna per il viaggio che farai, che sia quello dalla porta di casa al letto o quello che ti porta in un'altra città.
E invece a me piacciono le parole dette perché esistono quando le dici e poi svaniscono. Mi piacciono gli sguardi di traverso che sembrano non guardarti e invece ti stanno guardando attraverso. Mi piacciono le persone complicate e un po' anche quelle che si complicano e non per vanità o per voler essere quello che non sono, semplicemente perché anche loro in fondo in fondo non ci hanno ancora capito niente.
Mi piacciono le lunghe chiacchierate che iniziano parlando della banalità metereologica e senza nemmeno volerlo finiscono parlando di chi siamo e di chi vorremmo essere.
Mi mancano le lunghe chiacchierate con ognuno di voi. Quelle seduti in fortezza stretti nelle sciarpe e nelle giacche fino a quando il sole va giù e c'è un autobus da prendere. Quelle seduti in macchina per un nuovo viaggio. Quelle girando in tondo tra le mura e su noi stessi. Quelle seduti attorno ad un tavolo, tra i tuoi occhi sfuggenti e la mia camicia a quadri.
Per fortuna il freddo di questi giorni un po' mi aiuta, qualcuno potrà anche pensare che i miei occhi siano lucidi per la commozione e sarà soltanto il freddo, perché no, di piangerci, su queste cose, proprio non mi riesce. Non per cattiveria, perché quando qualcuno se ne va in bocca al suo destino, per quanto si potrà sentire la sua mancanza, non si può e non si deve essere tristi.
E poi gli auguri che si fanno di solito non mi sono mai piaciuti. Cosa si dice ad un amico che inizia una nuova vita, mi vengono in mente soltanto formule rituali, un po' desuete e consunte, che per quanto tu faccia risultano sempre un po' banali. Ma che, per quanto tu faccia, sono l'unica cosa che puoi dire.
E allora, ancora una volta, buon viaggio, buonanotte e buona fortuna.
Favole moderne (Fedro ci fa un baffo)
Prologo (in forma dialogica):
- perché scrivi un blog?
- per aumentare in maniera indiscriminata l'entropia dell'universo.
La storia (in atto unico):
- mavaffanculo, va.
Epilogo (con morale):
un diamante è per sempre ma anche un vaffanculo dura il giusto.
- perché scrivi un blog?
- per aumentare in maniera indiscriminata l'entropia dell'universo.
La storia (in atto unico):
- mavaffanculo, va.
Epilogo (con morale):
un diamante è per sempre ma anche un vaffanculo dura il giusto.
complicazioni
Le questioni a volte si complicano. Una nuvola che trascinata dal vento s'infrange su di una collina. Si frantuma e ricomincia la pioggia. Ci vuole calma e ci vuole tempo. Piove. Piove ancora. Una vecchia giacca di cui mi fido, può piovermi addosso ma ci pensa lei, le scarpe pesanti e m'incammino. Uno squarcio e un sole rubato. Uno sguardo pieno di sfiducia, troppo nero tutto intorno. Ci sono cose che per quanto tu faccia nascono morte.
Ed è lì che a volte le questioni si complicano.
Il vento freddo taglia gli sguardi e gli occhi si fanno sottili e le parole lontane.
Quando sarò lontano da qui cosa mi porterò.
Riflessi e luce gialla di un tramonto soffocato tra nubi cariche di pioggia. E non so cosa ucciderà questa luce così bella, la collina o quella nuvola scura.
E tra un po' è Natale. E io mi deprimo a Natale, e divento anche un po' stronzo. Non sono capace a fare i regali e soprattutto non sono capace a fare i pacchetti. Se vi troverete in mano una scatola con intorno la carta di giornale, strappata un po' ovunque, con una quantità eccessiva di nastro adesivo, ecco, auguri.
Ed è lì che a volte le questioni si complicano.
Il vento freddo taglia gli sguardi e gli occhi si fanno sottili e le parole lontane.
Quando sarò lontano da qui cosa mi porterò.
Riflessi e luce gialla di un tramonto soffocato tra nubi cariche di pioggia. E non so cosa ucciderà questa luce così bella, la collina o quella nuvola scura.
E tra un po' è Natale. E io mi deprimo a Natale, e divento anche un po' stronzo. Non sono capace a fare i regali e soprattutto non sono capace a fare i pacchetti. Se vi troverete in mano una scatola con intorno la carta di giornale, strappata un po' ovunque, con una quantità eccessiva di nastro adesivo, ecco, auguri.
Tra un Benno e un Besta, Tom Waits e un dentista.
il rumore della pioggia sul lucernario concilia il sonno o la scrittura. Seduto per terra alla fine di una lunga giornata, pensando a come cambiano le cose e a come cambiano le persone. Un pomeriggio affannato e la strana sensazione che ho provato girovagando solo in mezzo ad una folla multiforme, scarabocchiando numerini con l'ennesima matita che mi porterò a casa, indeciso anche io tra un Benno e un Besta. Non so a voi, ma sono queste cazzate che a volte mi fanno sentire di un giorno più grande. Lo so, avrei dovuto scrivere vecchio, vecchio sì, ma non ho ancora trentanni, datemi almeno il beneficio del dubbio e anche quello, più dolce, di scegliermi le parole.
E poi la solita corsa verso casa verso altre mille cose da fare. E c'è stato un momento in cui mi sono sentito bene. Tra la pioggia e la nebbia con il termometro che scendeva sempre un po' più in giù.
Il caldo di qua dal vetro ed una inarrivabile canzone di Tom Waits. Il freddo là fuori insieme alle luci di una città riflesse in quelle lunghe scie delle piovose serate invernali.
Uno spettacolo involontario che mi ha fatto sentire in pace con il mondo, che mi ha fatto scordare la fretta, che mi ha fatto pensare che, una volta tanto, tutto il resto poteva aspettare.
Mi sono sentito, ancora una volta, inguaribilmente e dolcemente romantico.
Ero così dolce che mi si sono cariati due denti.
E poi la solita corsa verso casa verso altre mille cose da fare. E c'è stato un momento in cui mi sono sentito bene. Tra la pioggia e la nebbia con il termometro che scendeva sempre un po' più in giù.
Il caldo di qua dal vetro ed una inarrivabile canzone di Tom Waits. Il freddo là fuori insieme alle luci di una città riflesse in quelle lunghe scie delle piovose serate invernali.
Uno spettacolo involontario che mi ha fatto sentire in pace con il mondo, che mi ha fatto scordare la fretta, che mi ha fatto pensare che, una volta tanto, tutto il resto poteva aspettare.
Mi sono sentito, ancora una volta, inguaribilmente e dolcemente romantico.
Ero così dolce che mi si sono cariati due denti.
Guardando prestigiatori attraverso un vetro appannato
Un mese di pioggia e poi l'inverno.
L'inverno quello che piace a me, di quelle giornate nitide, talmente perfette che se vai sul dizionario alla parola "terso" c'è la data di oggi.
Freddo, sciarpa guanti e occhiali scuri, quelli più neri che ho, residuato bellico degli anni novanta con la loro celluloide nera e consumata. Con gli occhi nascosti dietro le lenti spesse uscire per fare due passi. Non sento freddo c'è solo il bianco del mio respiro a ricordarmi che fuori si gela.
Vetri appannati e strani riflessi, anche questi di quelli che piacciono a me, quando le cose diventano un po' indistinte e il confine tra dentro e fuori lentamente diventa meno nitido. Delineare i contorni delle cose e dargli un nome, trovarlo, prima di tutto, il nome delle cose. E ci vuole tempo, tutto il tempo necessario affinché quelle cose strane che navigano per giorni nel mio retrobottega cranico si decidano a prendere la forma delle mie parole. C'è qualcosa che ti sembra di aver capito, ma ancora ti sfugge e solo descrivendola riesci a farla tua. E ci sono immagini e frasi in rigoroso ordine sparso e spesso per ordinarle devo partire dalla fine. Perché è proprio dalla fine che spesso si parte e poi si risale, si va a ritroso, tentando di ricostruirsi un cammino che c'è stato ma di cui raramente si è coscienti. Perché a me, e forse un po' a tutti, piacciono le cose finite. Non è facile capire come una cosa è stata fatta, come le cose diventano quello che sono, ma spesso non ce n'è bisogno. Da grandi ci lasciamo affascinare ancora dai vecchi trucchi dei prestigiatori, ci piace la magia anche se sappiamo benissimo che non esiste.
L'inverno quello che piace a me, di quelle giornate nitide, talmente perfette che se vai sul dizionario alla parola "terso" c'è la data di oggi.
Freddo, sciarpa guanti e occhiali scuri, quelli più neri che ho, residuato bellico degli anni novanta con la loro celluloide nera e consumata. Con gli occhi nascosti dietro le lenti spesse uscire per fare due passi. Non sento freddo c'è solo il bianco del mio respiro a ricordarmi che fuori si gela.
Vetri appannati e strani riflessi, anche questi di quelli che piacciono a me, quando le cose diventano un po' indistinte e il confine tra dentro e fuori lentamente diventa meno nitido. Delineare i contorni delle cose e dargli un nome, trovarlo, prima di tutto, il nome delle cose. E ci vuole tempo, tutto il tempo necessario affinché quelle cose strane che navigano per giorni nel mio retrobottega cranico si decidano a prendere la forma delle mie parole. C'è qualcosa che ti sembra di aver capito, ma ancora ti sfugge e solo descrivendola riesci a farla tua. E ci sono immagini e frasi in rigoroso ordine sparso e spesso per ordinarle devo partire dalla fine. Perché è proprio dalla fine che spesso si parte e poi si risale, si va a ritroso, tentando di ricostruirsi un cammino che c'è stato ma di cui raramente si è coscienti. Perché a me, e forse un po' a tutti, piacciono le cose finite. Non è facile capire come una cosa è stata fatta, come le cose diventano quello che sono, ma spesso non ce n'è bisogno. Da grandi ci lasciamo affascinare ancora dai vecchi trucchi dei prestigiatori, ci piace la magia anche se sappiamo benissimo che non esiste.
abbaglio residuo e bruciante di giorni trascorsi troppo velocemente. Le cose che ho fatto e quelle che ho dimenticato. Nessuna analisi freudiana, semplice distrazione, che è quello che mi riesce meglio essere, distratto. Incoerente e disattento. Ostinata e perversa l'idea di avere un'agenda dove scrivere la metà delle cose da fare, quelle meno importanti, e poi non aprirla mai. Confidando allegro su di una memoria e su di un ordine mentale che non ci sono. A non avere abbastanza ore mi ero quasi assuefatto a non avere abbastanza giorni mi dovrò abituare. Una telefonata che dura più di un'ora e che viene da un anno fa, strano sì e strano anche sentirsi più grande. Tra tutti i miei dubbi su questo non ce ne sono.
Devo ancora appendere i quadri.
Devo ancora appendere i quadri.
Una giornata di ordinata follia (*)
mattino.
metto in circolo caffè al mattino (acquacaffèsigaretta), stato d'animo operativo. Colpo di tosse come una testata contro il muro. Adesso apro gli occhi. E le rotule son già perterra che ciò stopeso degli zibi zebe zubudei che ivi gravano che proprio non ce la fò.
in mezzo ci sta il lavoro.
e non c'è veramente un cazzo da dire.
sera.
metto in circolo alcol. Ora va meglio. Sua maestà il Gin tonic senza cannuccia plizzz che fa tanto checca sparata se poi bevo il cocktail con la cannuccia addio. O lo sdraiatore assoluto. "Lo bevo solo perché è alcolico" a.k.a. Negroni, direttamente nelle orecchie, che arriva prima (aricit.).
e francamente un brancamenta.
Vado a letto và, chèmmeglio. Venti pagine anche due del mattone del mese, e solo per questo mese, ma son novecento pagine mi ci vorrà tutto l'inverno, "Underworld" di Don DeLillo, che c'è scritto Sul comodino ma poi lo leggo anche nella stanza accanto. Stamani a proposito c'era una frase che m'ha fulminato (sì, anche più di così) ma non me la ricordo "nemmeno sforzandomi" (cit.).
Semmi ricordo domani ve la scrivo.
PIESSE (anche se ormai si chiama Pizzarotti): piesse proprio nel senso di scritto dopo, infatti lo scrivo ora, non prima. C'è il riscaldamento spento, per il global warming m'hanno detto. Te fai un po' come ti pare, ma qui si gela. Viene il dubbio che piùcchealtro siano braccinicortiaffected.
(*)"quasi" cit. Bukowski
metto in circolo caffè al mattino (acquacaffèsigaretta), stato d'animo operativo. Colpo di tosse come una testata contro il muro. Adesso apro gli occhi. E le rotule son già perterra che ciò stopeso degli zibi zebe zubudei che ivi gravano che proprio non ce la fò.
in mezzo ci sta il lavoro.
e non c'è veramente un cazzo da dire.
sera.
metto in circolo alcol. Ora va meglio. Sua maestà il Gin tonic senza cannuccia plizzz che fa tanto checca sparata se poi bevo il cocktail con la cannuccia addio. O lo sdraiatore assoluto. "Lo bevo solo perché è alcolico" a.k.a. Negroni, direttamente nelle orecchie, che arriva prima (aricit.).
e francamente un brancamenta.
Vado a letto và, chèmmeglio. Venti pagine anche due del mattone del mese, e solo per questo mese, ma son novecento pagine mi ci vorrà tutto l'inverno, "Underworld" di Don DeLillo, che c'è scritto Sul comodino ma poi lo leggo anche nella stanza accanto. Stamani a proposito c'era una frase che m'ha fulminato (sì, anche più di così) ma non me la ricordo "nemmeno sforzandomi" (cit.).
Semmi ricordo domani ve la scrivo.
PIESSE (anche se ormai si chiama Pizzarotti): piesse proprio nel senso di scritto dopo, infatti lo scrivo ora, non prima. C'è il riscaldamento spento, per il global warming m'hanno detto. Te fai un po' come ti pare, ma qui si gela. Viene il dubbio che piùcchealtro siano braccinicortiaffected.
(*)"quasi" cit. Bukowski
Quattro nuove corde
Un'intera serata seduto accanto ad un violoncello a cui manca una corda.
Un musicista distratto ho pensato. Ti ha suonato e poi ti ha abbandonato a te stesso non sapendo o dimenticandosi del male che ti faceva. Appoggiato in un angolo e quella corda mancante come una piccola voragine.
Una dolce melodia ma le manca qualcosa. Non potrebbe non dovrebbe essere altrimenti.
Riflessi di luce soffusa sulle pieghe e sulle venature del legno. Ben altre luci ti saresti meritato, ma il palco è lontano, e il caso ha voluto che ti lasciassero qui a parlare con me, stasera.
Non so suonare il violoncello, mi sarebbe piaciuto, ma non ho mai imparato. Per fortuna il mondo è pieno di musicisti e ci sarà qualcuno un giorno che saprà nuovamente abbracciarti. Arriverà inaspettato e avrà con sè quattro nuove corde e non soltanto una. Una non basterebbe, non si può mettere una corda nuova incastrandola tra tre corde vecchie.
Quattro corde nuove e una musica completamente diversa.
Un musicista distratto ho pensato. Ti ha suonato e poi ti ha abbandonato a te stesso non sapendo o dimenticandosi del male che ti faceva. Appoggiato in un angolo e quella corda mancante come una piccola voragine.
Una dolce melodia ma le manca qualcosa. Non potrebbe non dovrebbe essere altrimenti.
Riflessi di luce soffusa sulle pieghe e sulle venature del legno. Ben altre luci ti saresti meritato, ma il palco è lontano, e il caso ha voluto che ti lasciassero qui a parlare con me, stasera.
Non so suonare il violoncello, mi sarebbe piaciuto, ma non ho mai imparato. Per fortuna il mondo è pieno di musicisti e ci sarà qualcuno un giorno che saprà nuovamente abbracciarti. Arriverà inaspettato e avrà con sè quattro nuove corde e non soltanto una. Una non basterebbe, non si può mettere una corda nuova incastrandola tra tre corde vecchie.
Quattro corde nuove e una musica completamente diversa.
spunti di svista
Macchie. La diversità genera macchie. A volte si riesce a percepirla anche da lontano e la curiosità innata poi fa il resto. E ci frega. Mi avvicino, ma se guardo troppo da vicino l'immagine diventa sfuocata. Sono costretto a chiudere un occhio e a vedere le cose a metà. Ho provato a chiudere gli occhi uno alla volta ma le due metà non combaciano. C'è qualcosa che manca. La percezione della profondità. Perché un occhio alla volta vediamo due dimensioni, è avere costantemente due punti di vista differenti che ci regala la terza. E' il nostro cervello che se la inventa la terza dimensione, perché altrimenti avrebbe due visioni inconciliabili e impazzirebbe. Affascinante questa cosa. E poi se ti giri intorno le dimensioni cambiano perché quello che prima era profondità si distende di fronte a te e il punto di vista cambia ancora. Non abbiamo sufficienti punti di vista per vederlo tutto il mondo.
Ma c'è sempre un occhio che comanda, ognuno ha il suo, gli oculisti ti fanno fare un gioco per scoprire qual è. Perché ne abbiamo due di punti di vista, ma alla fine uno che decide da che parte andare ci deve essere.
Poi il cervello s'inventa la quarta perché le cose cambiano e quei cambiamenti ci insegnano da piccoli che si chiamano tempo. Ma siamo bravi soltanto con le macchie. Ci accorgiamo soltanto della diversità. Osservi a lungo una cosa e ti pare che non cambi mai che quella strana quarta dimensione si dilati. Ah già, anche questo. Se le inventa la terza e la quarta, e fa un po' come gli pare, le allunga le accorcia o addirittura le fa scomparire.
Dipende, dipende dagli occhi e dal punto di vista.
Ma c'è sempre un occhio che comanda, ognuno ha il suo, gli oculisti ti fanno fare un gioco per scoprire qual è. Perché ne abbiamo due di punti di vista, ma alla fine uno che decide da che parte andare ci deve essere.
Poi il cervello s'inventa la quarta perché le cose cambiano e quei cambiamenti ci insegnano da piccoli che si chiamano tempo. Ma siamo bravi soltanto con le macchie. Ci accorgiamo soltanto della diversità. Osservi a lungo una cosa e ti pare che non cambi mai che quella strana quarta dimensione si dilati. Ah già, anche questo. Se le inventa la terza e la quarta, e fa un po' come gli pare, le allunga le accorcia o addirittura le fa scomparire.
Dipende, dipende dagli occhi e dal punto di vista.
degli scrittori appollaiati alle mie spalle
capita di rado ma capita. perché ci vuole il momento giusto, il libro giusto e lo stato d'animo giusto.
Sei lì che leggi tranquillo e ad un certo punto ti sembra che quel libro stia parlando di te. E di quello che ti sta succedendo. Ed è una sensazione strana, che per un attimo smetti di leggere e ti guardi dietro alle spalle che hai paura che ci sia lo scrittore appollaiato lì dietro che ti spia.
Per ora non ce li ho mai trovati gli scrittori appollaiati, devono essere molto bravi a nascondersi.
E poi continui a leggere e ci trovi dentro non solo te, ma anche gli altri e ti fa un effetto strano che alzeresti il telefono e li chiameresti per dirglielo, poi vabbè, ti dai dello scemo ed eviti di chiamare qualcuno in piena notte, che magari son anche deboli di cuore, per dirgli esci e vatti a comprare 'sto libro, sì, ok, le librerie alle tre del mattino sono (quasi) tutte chiuse, ma questi son particolari.
Poi quando per un attimo torni in equilibrio ci ripensi e ti accorgi di quanto deve essere bravo questo scrittore per entrarti dentro così, perché poi lo sai che non succede solo a te, e magari proprio in quel passaggio, perché alla fine nei libri sottolineamo tutti "quello che sottolineano tutti... tutto quello che comincia con Io."
Sotto sotto siamo tutti un po' uguali ma è raro trovare qualcuno che sappia isolare quei tratti comuni e che sappia scriverne mettendoteli di fronte, senza barriere che non siano quelle di una pagina bianca, e senza pudore. Perché alla fine quando leggo queste cose mi sento nudo, perché la brutale onestà di un libro scritto di quelle parole che ci puoi passare e ripassare e rimangono lì impassibili a ripeterti sempre la stessa identica verità può fare male.
E può essere un libro e può essere una canzone che c'è quella frase maledetta che tutte le volte che la senti ti arrivano due ceffoni e ti ritrovi d'improvviso con la faccia rossa e il resto della canzone scompare perché il tuo retrobottega cranico ha preso il sopravvento e s'è portato via le orecchie e tutto quello che ci sta in mezzo.
E sono questi i libri e le emozioni che mi porto appresso, che mi rimangono indelebili addosso.
Sei lì che leggi tranquillo e ad un certo punto ti sembra che quel libro stia parlando di te. E di quello che ti sta succedendo. Ed è una sensazione strana, che per un attimo smetti di leggere e ti guardi dietro alle spalle che hai paura che ci sia lo scrittore appollaiato lì dietro che ti spia.
Per ora non ce li ho mai trovati gli scrittori appollaiati, devono essere molto bravi a nascondersi.
E poi continui a leggere e ci trovi dentro non solo te, ma anche gli altri e ti fa un effetto strano che alzeresti il telefono e li chiameresti per dirglielo, poi vabbè, ti dai dello scemo ed eviti di chiamare qualcuno in piena notte, che magari son anche deboli di cuore, per dirgli esci e vatti a comprare 'sto libro, sì, ok, le librerie alle tre del mattino sono (quasi) tutte chiuse, ma questi son particolari.
Poi quando per un attimo torni in equilibrio ci ripensi e ti accorgi di quanto deve essere bravo questo scrittore per entrarti dentro così, perché poi lo sai che non succede solo a te, e magari proprio in quel passaggio, perché alla fine nei libri sottolineamo tutti "quello che sottolineano tutti... tutto quello che comincia con Io."
Sotto sotto siamo tutti un po' uguali ma è raro trovare qualcuno che sappia isolare quei tratti comuni e che sappia scriverne mettendoteli di fronte, senza barriere che non siano quelle di una pagina bianca, e senza pudore. Perché alla fine quando leggo queste cose mi sento nudo, perché la brutale onestà di un libro scritto di quelle parole che ci puoi passare e ripassare e rimangono lì impassibili a ripeterti sempre la stessa identica verità può fare male.
E può essere un libro e può essere una canzone che c'è quella frase maledetta che tutte le volte che la senti ti arrivano due ceffoni e ti ritrovi d'improvviso con la faccia rossa e il resto della canzone scompare perché il tuo retrobottega cranico ha preso il sopravvento e s'è portato via le orecchie e tutto quello che ci sta in mezzo.
E sono questi i libri e le emozioni che mi porto appresso, che mi rimangono indelebili addosso.
l'autunno nel citofono
Sono entrato in una stanza e c'ho trovato il sole, anche se il calendario l'ho sfogliato quasi tutto e sopra c'è scritto due novembre, giornata tradizionalmente allegra, questo strano strascico d'estate continua a rimbalzare su queste sue personalissime montagne russe e non si decide ad andar via.
E mi piace andare ancora in giro con le maniche della camicia rivoltate all'insù ma anche a me mancano un po' i miei riti invernali.
La sciarpa e i guanti. Le castagne e quella bottiglia di vino rosso che è così buono che quasi ti dispiace mandarlo giù. La nebbia che riempie il mio risveglio e la vallata del mio mattino.
Ci vuole pazienza, forse. Le cose cambiano, prima o poi l'inverno arriva.
E mi piace andare ancora in giro con le maniche della camicia rivoltate all'insù ma anche a me mancano un po' i miei riti invernali.
La sciarpa e i guanti. Le castagne e quella bottiglia di vino rosso che è così buono che quasi ti dispiace mandarlo giù. La nebbia che riempie il mio risveglio e la vallata del mio mattino.
Ci vuole pazienza, forse. Le cose cambiano, prima o poi l'inverno arriva.
l'abisso dritto negli occhi
il rumore della pioggia sul vetro della finestra aperta come l'ultima ferita, tornato qui a trovare e ascoltare la mia solitudine cercata e ricostruita. Seduto sull'orlo, guardare per anni dritto negli occhi l'abisso degli altri e trovarmi con un abisso scavato dentro di me. Gocce che si infrangono in cerchi perfetti soltanto per un istante e poi lente scivolano giù e lentamente dietro questo vetro i volti prendono forme nuove e distorte. Mi stringo su di me affondando. La calma e l'equilibrio in esercizio quotidiano fatto di gesti e di parole. Abbandonare dirupi scoscesi e tornare alle mie colline a morbidi passaggi. Ho tenuto insieme i cocci degli altri e ho lasciato in disordine i miei, frammenti grigi e colorati. Abbracciami e vieni con me, non posso dire dove porta la mia strada, non ho ancora capito dove sono stato prima di arrivare qui, ma il viaggio non è stato poi così lungo. Sfumano i miei gesti a tratti irrequieti stretti tra le mie mani e nell'affanno di una lunga giornata. Nel sole traditore del mattino nell'aria fresca della pioggia della notte con i pugni stretti nelle tasche con gli occhi sull'orizzonte breve che lascia fuori le nuvole che troverò fuori da qui. Ieri notte vedevo soltanto poche luci diradate ma sapevo farmele bastare. Il vento porta con sè le foglie secche di questa stagione morta di una breve agonia. Inseguire una foglia che si ferma vicina soltanto un momento. E' una strana questione di prospettiva e di punto di fuga. Del punto oltre il quale ognuno di noi è costretto a fuggire perché c'è sempre la paura e la cognizione del dolore. Il mestiere del punto di vista, non pretendere che siano gli altri a difendersi perché potrebbero non esserne capaci, entrare sempre chiedendo permesso. Sono stato tante volte ospite nell'intimità degli altri ed è successo raramente che mi sentissi a casa.
una porta chiusa e il lato oscuro della luna
Cosa ci ricordiamo dei giorni importanti. Spesso ci ricordiamo la data e qualche momento. Io di oggi mi ricorderò il momento in cui sono rimasto solo qui, mi sono seduto e ho acceso lo stereo. The dark side of the moon, non poteva essere altrimenti, il buio, il silenzio e poi lento con il suo battito l'inizio di questo cd che ho ascoltato centinaia di volte, e in ogni giorno importante. In questa casa ancora semivuota che lentamente ho iniziato a riempire, come quella stanza che ho sentito figlia e adesso sento mamma. E questi giorni sono stati belli, nonostante tutta la fatica, anche perché le cose che lentamente ho portato qui sono le cose che lentamente ho accumulato nel corso di questo abbozzo di vita. E come mi ero ripromesso pochi giorni fa, alcune cose le ho lasciate, altre ho deciso di conservarle. Preferisco viaggiare leggero, chè spero che la strada da fare sia ancora molta.
E' stata un'emozione strana quella che ho sentito poche ore fa entrando ancora una volta nella mia vecchia stanza, per raccogliere le ultime cose e per salutarla, accendendo la luce e spegnendola uscendo senza voltarmi indietro un'ultima volta. Vado a casa ho detto uscendo, non mi è venuto naturale no, non ancora. Ma è stata un bella emozione, perché alla fine di quello che sono diventato in quella stanza non sono poi così deluso, perché di quello che mi aspetta adesso che ne sono uscito sento di non dover avere troppa paura.
E' stata un'emozione strana quella che ho sentito poche ore fa entrando ancora una volta nella mia vecchia stanza, per raccogliere le ultime cose e per salutarla, accendendo la luce e spegnendola uscendo senza voltarmi indietro un'ultima volta. Vado a casa ho detto uscendo, non mi è venuto naturale no, non ancora. Ma è stata un bella emozione, perché alla fine di quello che sono diventato in quella stanza non sono poi così deluso, perché di quello che mi aspetta adesso che ne sono uscito sento di non dover avere troppa paura.
se non ti importa di quello che mi accade
la mia ora, stavolta sì. stamani quando sono partito ancora un viaggio, ancora tu. nebbia e avvisaglie d'inverno. emergevano a tratti fari di automobili di viaggiatori con gli occhi stanchi e le facce tristi. un sorriso stampato sul mio volto. osservare il mondo che mi circonda scoprirlo nuovo ogni giorno un po' di più. e c'è uno sguardo e c'è un sorriso. applausi che vengono dal niente. ce ne sarebbero di cose da scrivere di colline che emergono lente sulla luce radente dell'alba delle curve della mia vita. il mio sguardo semplice e lineare sorvolando lieve un mondo che lento ridiventa mio. ad un tratto uscire dal mare di nebbia che per una volta non di un faro ma del sole... e il suono dolce di un pianoforte... lo sciogliersi delle nuvole al sole l'arrendersi della foschia del mattino all'azzurro del cielo. vorrei saper emozionare vorrei sapermi dare più... e in un mattino qualunque segni e sintomi.... una centoventisette bianca che emerge dalla nebbia guidata da un vecchio signore... immaginare per un momento che il loro viaggio sia iniziato almeno tre decenni fa... trovarsi sulla stessa strada per caso e per fortuna... il sole che sorge lentamente e un tuffo al cuore... guardarti dritto negli occhi e arrampicarmi su questa vertigine perché mi dimentico di me e mi lascio travolgere... e tutto questo mi piace... sono parole e scoperte... sono un assoluto principiante e mi lascio trasportare... e ancora non so se saranno le tue labbra a indicarmi la via... niente da spartire prendersi come si è... una serata con un buon libro e buon bicchiere di vino da assaporare lento prima di andare a dormire... ma tu no... non conosci le emozioni lente e sai essere soltanto improvvisa... riscopro la mia imprevedibilità e accolgo la tua... buonanotte dall'orlo di questo mondo a cui disperatamente e felicemente mi sono riscoperto aggrappato. buonanotte e buon viaggio.
sputi
Un cd polveroso comprato dieci anni fa a Parigi. Viene da lontano e inizia lentamente, un po' come tutte le cose importanti che quando te ne accorgi è spesso troppo tardi. Siamo irrimediabilmente distratti. Rimango appeso qui tra questa luce e queste note a riflettere con calma e attenzione sulle mie giornate e a riscoprire dentro di me un sorriso lieve. Trovo i miei segni nelle mie parole che verrò a rileggere domani, nelle mie parole che stanotte tenterò di dimenticare, come ho sempre fatto. Una delle mie stagioni. E questa musica che da anni mi porto attaccata addosso. La fatica strana di questi giorni. Ho scritto e cancellato così tante volte che il mio foglio inizia a farsi più sottile e lo spazio è quasi finito. Sogni diversi e segni distratti. Sputi. Sputo via l'amaro che trovo attaccato alle mie labbra al mattino, perché ho deciso, ho deciso che c'è altro e si può e si deve. Incontri le persone e gli regali qualcosa di tuo, fosse anche la più stupida delle emozioni, la più infantile delle passioni. Rivoltando il mondo come le mie cose in questi giorni di fremente abbandono, ritrovo pezzi di me che ho sparso in giro, ritrovo i frammenti che ho rubato dagli altri. Ripercorrere lentamente o di corsa anni accumulati e abbandonati insieme a tutte le cianfrusaglie. E allora, anche se vorresti una borsa più grande, anche se di borse ne hai già due, capisci che è venuto il momento di buttare qualcosa e lo fai. Un buon viandante vorrebbe portare tutto con sè, ma sa benissimo che è meglio viaggiare leggeri. Nella vita mancano spesso i finali, ci sono soltanto dissolvenze, ma per quanto possano essere lente prima o poi quello che stiamo guardando è uno schermo nero e vediamo luci soltanto perché stavamo guardando il sole. Mi alzo e me ne vado, lo spettacolo valeva i soldi del biglietto ma adesso è finito.
frena. togli una marcia. respira. e poi giù e l'asfalto è vicino, vicino che se potessi staccare una mano gli lasceresti una carezza. un arco di compasso tra due linee bianche con gli alberi e un dirupo poco più in là. è una danza ed è un gioco. è tracciare la linea migliore è andare sempre un poco più giù. è sentire il rombo del motore e il sibilo del vento nella strada che si dimena abbracciarla e dimenarti anche tu. è sentirsi liberi.
tienti stretto quel manubrio. stringi le gambe sposta il tuo peso accelera e tirala su. che c'è la prossima curva. e un'altra storia da raccontare.
tienti stretto quel manubrio. stringi le gambe sposta il tuo peso accelera e tirala su. che c'è la prossima curva. e un'altra storia da raccontare.
psicopatologia quotidiana
quattro mura i Beatles e l'ora giusta. si potrebbe anche scrivere un post, pensavo tornando a casa. poi pensi anche no e come al solito apri l'editor di testo (sfondo nero, caratteri verdi, oddio quanto sono nerd) e infili parole una dietro l'altra per dire niente. la coerenza è una interessante forma di pigrizia. perché alla fine di tante giornate non rimane che scrivere. scrivere di rischi che avrei potuto correre e che saggiamente o meno ho evitato. dei rischi che mi sono preso. delle cose che ho detto. sorridendo. delle cose che dico, improvvisamente serio.
non so bene cosa sto cercando, prendo tutto da tutti sperando che qualcosa. ma stasera proprio non ce la faccio a prendermi sul serio. fortunatamente. non lo avrei mai detto. fortunatamente. è uno scambio, è un articolato gioco delle parti, ognuno si prenda il suo ruolo mi dissero. ma perché mi sono sempre chiesto io. perché dovrei avere soltanto un ruolo, o comunque perché dovrei tenermi sempre il mio.
come quegli attori che hanno paura delle etichette, che sei un attore comico o che fai solo piangere, non è che ho paura delle etichette è proprio che mi annoio, è che ho voglia di cambiare, che poi sì sono sempre io, e sono due lettere e un milione di momenti diversi e se mi va di ridere rido, altrimenti sto zitto, e non venitemi a chiedere perché, sono pigro e di spiegare e di spiegarmi proprio non ne ho voglia. Che poi si capisce. Fin troppo. vado in giro e la gente mi urla dietro tana! t'ho visto sai! perché no non si possono essere quattro persone diverse perché altrimenti gli altri rimangono sconvolti perché hanno bisogno delle loro certezze. E le mie di certezze dove le mettiamo? non lo so, ma tranquilli prendono poco posto, mettetevele un po' dove vi pare.
Ma che cazzo ridi? mi racconto le barzellette da solo! e sono così bravo che mi ci viene anche da ridere, e dire che le so già tutte.
Sarà che si comincia con i Beatles e si finisce sempre con i Pink Floyd.
non so bene cosa sto cercando, prendo tutto da tutti sperando che qualcosa. ma stasera proprio non ce la faccio a prendermi sul serio. fortunatamente. non lo avrei mai detto. fortunatamente. è uno scambio, è un articolato gioco delle parti, ognuno si prenda il suo ruolo mi dissero. ma perché mi sono sempre chiesto io. perché dovrei avere soltanto un ruolo, o comunque perché dovrei tenermi sempre il mio.
come quegli attori che hanno paura delle etichette, che sei un attore comico o che fai solo piangere, non è che ho paura delle etichette è proprio che mi annoio, è che ho voglia di cambiare, che poi sì sono sempre io, e sono due lettere e un milione di momenti diversi e se mi va di ridere rido, altrimenti sto zitto, e non venitemi a chiedere perché, sono pigro e di spiegare e di spiegarmi proprio non ne ho voglia. Che poi si capisce. Fin troppo. vado in giro e la gente mi urla dietro tana! t'ho visto sai! perché no non si possono essere quattro persone diverse perché altrimenti gli altri rimangono sconvolti perché hanno bisogno delle loro certezze. E le mie di certezze dove le mettiamo? non lo so, ma tranquilli prendono poco posto, mettetevele un po' dove vi pare.
Ma che cazzo ridi? mi racconto le barzellette da solo! e sono così bravo che mi ci viene anche da ridere, e dire che le so già tutte.
Sarà che si comincia con i Beatles e si finisce sempre con i Pink Floyd.
la stanza scura
Luce rosso sangue rappresa sul muro. Non c'è consolazione stasera, nè tranquillità.
Un vecchio cd senza nome con due lettere graffiate via nella mia calligrafia spigolosa degli appunti distratti. Iniziali di un nome. Iniziali di chi.
Ci trovo dentro grumi densi di nero e indelicati sprazzi di luce.
La spengo questa luce.
Esco.
La musica la porto con me.
Un vecchio cd senza nome con due lettere graffiate via nella mia calligrafia spigolosa degli appunti distratti. Iniziali di un nome. Iniziali di chi.
Ci trovo dentro grumi densi di nero e indelicati sprazzi di luce.
La spengo questa luce.
Esco.
La musica la porto con me.
una giornata che faccio a schiaffi con i miei mulini, tutto il giorno, che ci litigo, che mi imbestialisco, che le provo tutte, ma proprio tutte, comprese le macumbe, i riti scaramantici e le telefonate a quelle donnine buffe che ti fanno i tarocchi in televisione.
Ma niente.
Mi prende per il culo, e non è un sospetto, è proprio così, sono proprio sicuro.
Pazienza.
Ma niente.
Mi prende per il culo, e non è un sospetto, è proprio così, sono proprio sicuro.
Pazienza.
due librerie e un divano
una setata morbida come a volte succede. intorno ad un a tavolo seduti a chiacchierare di tutto e soprattutto di niente. poi arrivi qui la mezzanotte è appena passata la notte sarebbe ancora giovane ma la voglia di uscire non c'è non c'è voglia di far niente e non è un male ed è giusto che sia così. alla fine di una giornata importante, importante sì perché oggi mi sono comprato due librerie e un divano, in quest'ordine. tra un po' tolgo le tende e vado a vivere da solo. poco lontano da qui, ma queste mura che mi hanno visto passare da trenta centimentri ad un metro e ottantaquattro (dieci anni fa alla visita militare, da quel giorno in poi nessuno mi ha più misurato) non saranno più mie non saranno più il posto che chiamo casa. E sono momenti importanti, cazzo se sono momenti importanti.
Una libreria dicevo, la prima cosa, quando ho iniziato a pensare al trasloco la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i miei libri, poi i cd, e poi lo stereo. il mio comodino, ma quello lo sapevo che mi avrebbe seguito, e il mio letto. le poche cose giuste. non è tanto il luogo dove siamo che ci fa sentire a casa, pensavo, sono le cose, materiali o no, che ci sono successe che ci hanno segnato che lentamente ci hanno aiutato ad essere quello che siamo. E allora i miei libri i miei quadri figli dei miei viaggi la mia musica sono la prima cosa che porto con me. sono quanto mi basta sono tutto quello che mi serve, musica una penna e un foglio giallo (punto).
E un divano. Pensato intorno al caminetto che c'è già, un divano con la chaise longue, che erano anni che volevo un divano con la chaise longue, e saranno serate intense quelle che mi passerò su quel divano che potrò chiamare mio. Sarà che sotto sotto sono un romanticone ma immaginarmi davanti al fuoco con lo stereo accesso e la luce spenta sdraiato sul mio divano già mi mette di buon umore. Sento il sapore della mia libertà e della mia vita che prende una forma che m'assomiglia e m'accorgo di starci bene dentro, m'accorgo che in mezzo a tutto questo casino qualcosa di buono alla fine sto riuscendo a metterlo insieme.
Ah! ovviamente. Le serate davanti al fuoco sono mie, ma tutte le altre, quelle serate che i vicini alla fine bussano alla parete con qualunque oggetto gli passi tra le mani, che alla fine piangono che alla fine chiamano i carabinieri e ci portano tutti dentro, sono e saranno anche le vostre, siete tutti invitati.
A presto.
Una libreria dicevo, la prima cosa, quando ho iniziato a pensare al trasloco la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i miei libri, poi i cd, e poi lo stereo. il mio comodino, ma quello lo sapevo che mi avrebbe seguito, e il mio letto. le poche cose giuste. non è tanto il luogo dove siamo che ci fa sentire a casa, pensavo, sono le cose, materiali o no, che ci sono successe che ci hanno segnato che lentamente ci hanno aiutato ad essere quello che siamo. E allora i miei libri i miei quadri figli dei miei viaggi la mia musica sono la prima cosa che porto con me. sono quanto mi basta sono tutto quello che mi serve, musica una penna e un foglio giallo (punto).
E un divano. Pensato intorno al caminetto che c'è già, un divano con la chaise longue, che erano anni che volevo un divano con la chaise longue, e saranno serate intense quelle che mi passerò su quel divano che potrò chiamare mio. Sarà che sotto sotto sono un romanticone ma immaginarmi davanti al fuoco con lo stereo accesso e la luce spenta sdraiato sul mio divano già mi mette di buon umore. Sento il sapore della mia libertà e della mia vita che prende una forma che m'assomiglia e m'accorgo di starci bene dentro, m'accorgo che in mezzo a tutto questo casino qualcosa di buono alla fine sto riuscendo a metterlo insieme.
Ah! ovviamente. Le serate davanti al fuoco sono mie, ma tutte le altre, quelle serate che i vicini alla fine bussano alla parete con qualunque oggetto gli passi tra le mani, che alla fine piangono che alla fine chiamano i carabinieri e ci portano tutti dentro, sono e saranno anche le vostre, siete tutti invitati.
A presto.
Comodino, T.V.T.T.B!!!
Ho messo a posto i cassetti del comodino. Ora penserete che lo faccio spesso. E invece no, non lo faccio mai, e ve lo avevo detto. In verità ho messo a posto soltanto il primo (sono tre in tutto) ma è quello che considero più importante quindi la cosa è comunque un evento.
E' pieno di fogli gialli il mio comodino, questo l'ho sempre saputo, ma mi ero dimenticato che li conservo ordinatamente piegati in otto, tutti uguali che sembrano piegati a macchina, e tenuti insieme con un elastico. Sono un maniaco, lo so, ora lo sapete anche voi. Dentro una scatola nera sul fondo del mio cassetto, tutti lì, e tutti iniziano nello stesso modo, con la data e l'ora precisa al minuto, sono un maniaco, appunto. E non vi dico l'impressione che fa leggersi le cazzate datate millenovecentonovantasei.
La cosa divertente è che sono gli sfoghi stupidi e banalotti di un coglione di adolescente che non ha mai avuto problemi in vita sua e allora ha deciso di inventarseli i problemi, tutte puttanate per fortuna.
La cosa veramente preoccupante è che quello che scrivo adesso... è uguale.
Vabbè lasciamo perdere quest'aspetto, è meglio.
Poi ho letto anche qualche lettera che invece di non aver mai spedito ho veramente ricevuto. E quello che c'è scritto non ve lo dico, sono fatti miei. Ma una mi ha fatto tenerezza. E' una lettera del millenovecentonovantasei, anche questa, mi viene il sospetto che prima di allora non sapessi nè leggere nè scrivere. Sulla busta c'è il mio nome, è scritto con quei caratteri paffuti che usavamo da piccoli per fare le scritte nei diari, quei caratteri paffuti veramente anni ottanta, di quando ancora il concetto di font, di corpo del carattere, se non addirittura di wordart, ci erano completamente sconosciuti. E poi sulla busta c'è questo T.V.T.T.B. in delle belle lettere in stampatello, circondato da un sacco di cuoricini.
Non c'è niente da fare, è talmente kitsch che mi ci viene da ridere.
Mi sono improvvisamente ricordato perché ci lasciammo.
Non apprezzava il mio sarcasmo.
E' pieno di fogli gialli il mio comodino, questo l'ho sempre saputo, ma mi ero dimenticato che li conservo ordinatamente piegati in otto, tutti uguali che sembrano piegati a macchina, e tenuti insieme con un elastico. Sono un maniaco, lo so, ora lo sapete anche voi. Dentro una scatola nera sul fondo del mio cassetto, tutti lì, e tutti iniziano nello stesso modo, con la data e l'ora precisa al minuto, sono un maniaco, appunto. E non vi dico l'impressione che fa leggersi le cazzate datate millenovecentonovantasei.
La cosa divertente è che sono gli sfoghi stupidi e banalotti di un coglione di adolescente che non ha mai avuto problemi in vita sua e allora ha deciso di inventarseli i problemi, tutte puttanate per fortuna.
La cosa veramente preoccupante è che quello che scrivo adesso... è uguale.
Vabbè lasciamo perdere quest'aspetto, è meglio.
Poi ho letto anche qualche lettera che invece di non aver mai spedito ho veramente ricevuto. E quello che c'è scritto non ve lo dico, sono fatti miei. Ma una mi ha fatto tenerezza. E' una lettera del millenovecentonovantasei, anche questa, mi viene il sospetto che prima di allora non sapessi nè leggere nè scrivere. Sulla busta c'è il mio nome, è scritto con quei caratteri paffuti che usavamo da piccoli per fare le scritte nei diari, quei caratteri paffuti veramente anni ottanta, di quando ancora il concetto di font, di corpo del carattere, se non addirittura di wordart, ci erano completamente sconosciuti. E poi sulla busta c'è questo T.V.T.T.B. in delle belle lettere in stampatello, circondato da un sacco di cuoricini.
Non c'è niente da fare, è talmente kitsch che mi ci viene da ridere.
Mi sono improvvisamente ricordato perché ci lasciammo.
Non apprezzava il mio sarcasmo.
fotogramma
Mi sono chiesto a volte come nascano alcune inquadrature, quelle che le guardi una volta e poi te le ricordi tutta la vita, che magari è soltanto un fotogramma ma proprio non te lo puoi dimenticare. Sarà che ho una memoria strana, che mi fa ricordare alcuni momenti, fotografie rubate, immagini nitide che non se ne vanno, che non invecchiano, mai.
Una risposta precisa non sono mai riuscito a darmela. Anche perché credo che ognuno segua il suo percorso, fatto di lunghe ore passate a pensare o magari di illuminazioni improvvise, fatte di quella cosa che generalmente si chiama ispirazione.
Un piano strettissimo su di un pennello, nuovo. E poi lentamente una mano e un braccio disteso lungo il fianco. Una schiena larga e una camicia ampia, di quelle comode di quelle estive, il colore è un celeste slavato di mille lavaggi, una di quelle camicie che anche quando cadono a pezzi non ce la fai a buttarle via perché hanno troppa storia dentro.
E poi mi fermo qui, su di un piano americano fatto un po' male, che taglia via la testa. Un altro braccio steso e un secchio, anzi no, non un secchio, una latta di vernice nera, di quelle con il manico fatto di filo di ferro che si piega sotto il peso della vernice e che taglia le mani. Il sole riflesso sulla latta inonda la camera di luce soltanto per un momento e poi l'inquadratura si allarga.
Uomo di spalle, camicia, pennello, vernice. Un muro.
Un muro bianco di quelli con l'intonaco irregolare che a toccarlo senti mille piccoli avvallamenti e quelle punte che ti si conficcano nelle mani. L'uomo lo sa, lo ha già fatto, che se preme la sua mano sul muro per un po' ci rimane il segno, tanti puntini arrossati che poi lenti guariscono e scompaiono, ma stavolta no, il muro serve per un altra cosa.
Il muro è molto più alto dell'uomo. Naso all'insù, pennello, vernice.
Il muro finisce, è soltanto un muro, non c'è una casa dietro al muro. Dietro al muro c'è il mare, di un azzurro perfetto, e le onde. Le onde che sono linee bianche che entrano nel muro.
L'uomo apre la latta di vernice e il nero è lucido e l'uomo si specchia sulle piccole onde dentro alla latta e socchiude gli occhi perché nella vernice entra il sole.
Il pennello s'immerge nella vernice e torna su per respirare, la vernice continua a colare in un filo sempre più sottile che lentamente diventa una goccia e scompare.
Lasciare un segno, ma di disegnare non è mai stato capace, scriverci qualcosa ecco, questo sì. Ma le parole giuste non le ha mai sapute trovare.
Una risposta precisa non sono mai riuscito a darmela. Anche perché credo che ognuno segua il suo percorso, fatto di lunghe ore passate a pensare o magari di illuminazioni improvvise, fatte di quella cosa che generalmente si chiama ispirazione.
Un piano strettissimo su di un pennello, nuovo. E poi lentamente una mano e un braccio disteso lungo il fianco. Una schiena larga e una camicia ampia, di quelle comode di quelle estive, il colore è un celeste slavato di mille lavaggi, una di quelle camicie che anche quando cadono a pezzi non ce la fai a buttarle via perché hanno troppa storia dentro.
E poi mi fermo qui, su di un piano americano fatto un po' male, che taglia via la testa. Un altro braccio steso e un secchio, anzi no, non un secchio, una latta di vernice nera, di quelle con il manico fatto di filo di ferro che si piega sotto il peso della vernice e che taglia le mani. Il sole riflesso sulla latta inonda la camera di luce soltanto per un momento e poi l'inquadratura si allarga.
Uomo di spalle, camicia, pennello, vernice. Un muro.
Un muro bianco di quelli con l'intonaco irregolare che a toccarlo senti mille piccoli avvallamenti e quelle punte che ti si conficcano nelle mani. L'uomo lo sa, lo ha già fatto, che se preme la sua mano sul muro per un po' ci rimane il segno, tanti puntini arrossati che poi lenti guariscono e scompaiono, ma stavolta no, il muro serve per un altra cosa.
Il muro è molto più alto dell'uomo. Naso all'insù, pennello, vernice.
Il muro finisce, è soltanto un muro, non c'è una casa dietro al muro. Dietro al muro c'è il mare, di un azzurro perfetto, e le onde. Le onde che sono linee bianche che entrano nel muro.
L'uomo apre la latta di vernice e il nero è lucido e l'uomo si specchia sulle piccole onde dentro alla latta e socchiude gli occhi perché nella vernice entra il sole.
Il pennello s'immerge nella vernice e torna su per respirare, la vernice continua a colare in un filo sempre più sottile che lentamente diventa una goccia e scompare.
Lasciare un segno, ma di disegnare non è mai stato capace, scriverci qualcosa ecco, questo sì. Ma le parole giuste non le ha mai sapute trovare.
alba
ancora una notte malata tra la mia musica chilometri e gomme che urlano maltrattate... ancora qui ancora nella tana... velocità folli in strade illegali.. perché prendere la strada dritta e sicura non fa per me non fa per me... angoli della mia vita tra una curva e l'altra niente è più lo stesso già domani domani... guardare la fine di un altro bicchiere tra amici vecchi e amici appena conosciuti... due chiacchiere sconosciute... riconoscere facce nuove e dimenticarsi di vecchi occhi... e alla fine di un viaggio c'è sempre un viaggio da ricominciare.. come questa strada che quando finisce ti mette malinconia e tristezza perché se durasse da qui all'eternità facendo fischiare le gomme e con il volante tra due dita e l'ennesima sigaretta... un miraggio tra le tue labbra scivolando leggero... il colore del tramonto all'orizzonte sulla mia strada... perdere il controllo soltanto per un momento... da qui partire ancora una volta e qui tornare sempre... le mie notti perse nell'aria gelida ricordando distratto il calore diurno di pomeriggi stanchi e assolati... lontano qui nella mia torre... non lasciarsi capire perché tutto questo è fin troppo complicato... folle corsa tra me e gli altri nascondersi perché la peggiore fatica è quella di svelarsi... sarà qualcuno non ora non qui tra le mie foto e i miei occhi... senza farmi notare... le mie parole lanciate nel nulla e che qualcuno le raccolga... non so chi non so come... non sto aspettando nessuno sto cercando me stesso... lasciato in un angolo in questa stanza vuota... immagini faticose tra una festa e una tempesta... chi legge queste parole chi raccoglie questi segni... chiunque verrà nel suo e nel mio silenzio potrà essere il benvenuto... è sufficiente che non si prenda sul serio... è sufficiente non chiedere niente... è un cammino quello che condividiamo... è un lungo cammino quello che potremmo e dovremmo fare insieme senza chiederci niente... dandoci tutto quello che possiamo... passando tra un posto e l'altro.. tra una persona e l'altra... raccogliendo le nostre piccole umanità... spaventato e sfinito...
la danza del clown nudo
vorrei scriverti una lunga lettera... così inizia una delle mie lettere più belle... una nuova sera lungo il solito nastro d'asfalto la stessa linea bianca dritta fino a casa... asfalto lucido di pioggia cielo freddo e una miriade di stelle.... sono le tre di una notte dolce e sola come tante delle mie notti... mi lascio prendere e portare via dalle mie piccole manie... la danza del clown nudo... sotto le luci in mezzo al palco... partire da lì partire da te... arrivare disfatto sfinito alle tre del mattino le cuffie e la musica al solito volume da schiamazzi notturni... i pink floyd a tenermi la solita compagnia... delirio sommesso scomposto e sfinito... e tutto dovrebbe avere un senso ma non sono questi i giorni per trovarlo non sono questi i giorni per inventarsene uno... non riesco a vedere... anche se tutto questo raccolto nella coppa lucente delle mie mani dovrebbe averlo un senso... l'ultimo alito della mia resistenza... cambiano le cose cambiano le persone... ma si riconoscono i tratti fondamentali a distanza di anni... fare due passi parlare finché c'è luce vaghi ricordi di cose scritte in mesi lontani... parlare anche quando la luce lenta scompare e nel mio lunghissimo tramonto ritrovare me ritrovare tutto quello che mi sembra adesso smarrito... un'estrema difesa del mio mondo fatto di abitudini di necessità... i miei piccoli fallimenti... le mie grandi delusioni mascherate nascoste e seppellite... un'interminabile serie di immagini e di parole confuse e sovrapposte... riflessi nell'acqua in uno specchio... cosa c'è soltanto un passo più in là.. i vostri volti e i vostri occhi guardarci dentro e cercare di affondarmici per capire e per capirvi... un amico giallo l'altro blu... la gabbia è sempre quella... prigionieri in una folle corsa... potrebbe ancora essere una serata interessante... fiera tra un banco di dolciumi e l'altro intravedere il proprio destino... mi muovo verso un'altra destinazione verso un luogo ancora lontano da qui... voci deformate nel falsetto delle emozioni... raccogliere le parole sbagliate incrociare uno sguardo per un momento soltanto.. salutare e salutarsi... affondare lento... scomparire in un giro di basso su tre note di organo... incamminarsi un passo dopo l'altro tra una bugia e la finzione... quando ormai tutti se ne sono andati... quando non c'è rimasto niente ancora da raccogliere soltanto rifiuti e bicchieri vuoti... le mie notti sono scure e vuote di sogni... mi sveglio ogni mattina in un breve sussulto e non ricordo cosa di me è stato nella notte appena trascorsa... è una fortuna... uccidere i propri sogni nel torpore di ogni mattino nella luce affilata che penetra da una finestra socchiusa... poco lontano ma lontano da qui...
due somme e un contachilometri
ci sono quei giorni che volente o nolente tracci una riga e tiri giù due somme. A volte il caso a volte il calendario, ma prima o poi capita a tutti. E se lo fai perché una volta l'anno giri un numerino come fosse quello del contachilometri ti può andar bene e ti può andar male; nel senso che sotto sotto siamo tutti un po' lunatici, capita a tutti di svegliarsi una mattina e di aver voglia soltanto di tirare le coperte mezzo metro più in su. Se fai le somme in una di quelle giornate, non c'è niente da fare, i conti sono sempre in rosso. Poi invece ti capita che sei lì a fare i conti nella giornata giusta, che sei stanco sì, che hai mille cose da fare, anche, ma che alla fine tutto scorre come dovrebbe. E allora ogni tanto ce la fai anche a tirarti su di morale. E ripensi a tutta la strada fatta da quando hai girato l'ultima volta il numerino sul contachilometri, a quello che hai visto alle persone che hai incontrato a quello che eri e quello che sei diventato.
Questi numerini che mi hanno ipnotizzato una notte intera su di un nastro d'asfalto lungo tutta la Germania. Ci siamo fatti compagnia per ore, io, loro e i fari di chi condivideva la mia strada, fosse per qualche centinaio di metri o per qualche centinaio di chilometri. E giravano velocissimi questi numerini e mi trovavo da un momento all'altro dal buio di un bosco alle luci di una città tra discese e salite con gli occhi sull'orizzonte dipinto dai fari guardando la prossima curva con le braccia stanche e la moto pesante di me di chilometri di bagagli.
E veloce è corso via quest'anno, pieno di salite e di discese, attraversando posti stupendi e con tante persone meravigliose, per una serata o per qualcosa di più, scambiando due parole o regalandosi molto di più.
Tutto sommato. Quest'anno chiudo in attivo.
Grazie.
Ah! quasi dimenticavo, auguri.
Questi numerini che mi hanno ipnotizzato una notte intera su di un nastro d'asfalto lungo tutta la Germania. Ci siamo fatti compagnia per ore, io, loro e i fari di chi condivideva la mia strada, fosse per qualche centinaio di metri o per qualche centinaio di chilometri. E giravano velocissimi questi numerini e mi trovavo da un momento all'altro dal buio di un bosco alle luci di una città tra discese e salite con gli occhi sull'orizzonte dipinto dai fari guardando la prossima curva con le braccia stanche e la moto pesante di me di chilometri di bagagli.
E veloce è corso via quest'anno, pieno di salite e di discese, attraversando posti stupendi e con tante persone meravigliose, per una serata o per qualcosa di più, scambiando due parole o regalandosi molto di più.
Tutto sommato. Quest'anno chiudo in attivo.
Grazie.
Ah! quasi dimenticavo, auguri.
una luce irreale là dipinge in bianco il fianco di quella collina e offusca anche la luna... una serata che lentamente si perde nei soliti meandri e nel soffocato rumore di queste parole... una giornata che lenta mi è passata davanti... una fra tante uno fra tanti... a tenermi vivo sono a volte soltanto le mie piccole manie... succede a volte che qualcosa mi passi davanti agli occhi e che sia soltanto un momento... le frasi lasciate a metà... cancellare qualche parola nella vana speranza di dimenticarla e ritrovarla subito dopo ancora una volta ossessiva... ho trovato in quest'abbozzo di vita soltanto la via della scrittura per liberarmene... parole fissate su di un foglio gettato via come se questo fosse in grado di allontanarle di non farle più mie... e la luce diventa di un bianco sempre più feroce e non serve a niente chiudere gli occhi... mi lascio affascinare e come sempre mi piace raccogliere quello che rimane dei nostri piccoli gesti quotidiani e poi fuggire via in un altro viaggio che mi dia il tempo di pensare... cercare di scrivere e pensare alla stessa velocità... in qualunque luogo io sia... minuti ore e giorni che volano via in un soffio proteso in equilibrio precario verso la prossima cosa da fare... inviare lettere a vecchi indirizzi disabitati... una lettera vecchia di quattrocento chilometri e dodici anni scritta da una persona conosciuta per caso su di un treno... strane cose conservano i miei cassetti... strane cose ritrovo dentro di me... conoscere uno alla volta i miei strani personaggi e scovare in ognuno di loro quel pazzo che abita nel mio cervello...
vento in faccia
sono salito per la prima volta su di una moto poco più di un anno fa. Erano le tre di pomeriggio di un rovente sabato di fine agosto. La moto era una vecchia enduro bicilindrica, un giocattolino, la moto giusta per iniziare, tranne che per il cambio, roba da violinisti mi disse mio padre, se impari a cambiare con questa sulle altre moto poi non avrai problemi. Un anno fa avevo ventotto anni, da compiere, un po' tardi per iniziare ad andare in moto. Ma oh, io non ho mai avuto fretta. Sotto sotto l'idea della moto ce l'avevo sempre avuta. Poi tra altre mille cose, tra la poca voglia di fare tutta la trafila burocratica (e l'esame) per la patente, tra il tempo che mancava sempre, preso com'ero prima dall'università e poi dal lavoro tra il fatto che la motoretta in casa c'era sì, ma non era la moto "giusta"... insomma la moto era sempre rimasta soltanto un'idea. Poi un anno fa sono tornato a casa dopo dieci mesi, il mio mondo ha ripreso a girare come avrei voluto e un giorno l'amico arriva e mi dice: prendiamo la patente compriamoci una moto. Non ricordo di averci nemmeno pensato, mi ricordo di avergli risposto di sì. Una settimana dopo avevamo il foglio rosa, quel sabato sono salito per la prima volta sulla vecchia motoretta di casa. Il giorno dopo arriva uno davanti casa mia con una pachidermica Moto Guzzi e mi dice "andiamo". Camicia, scarpe da ginnastica e via, andiamo a fare un giro. Ottanta chilometri di sole curve in mezzo alle crete senesi. Poi di cose ne sono successe diverse. Mio padre, che un po' motociclista è sempre stato, se l'è comprata la moto che voleva, un'altra bicilindrica, e con quella ho iniziato anche io a macinare chilometri. Un giorno, pazzi incoscienti, ci siamo trovati in cima ad una montagna e ci siamo chiesti se con il foglio rosa saremmo potuti arrivare fin lì, probabilmente no, ormai ci eravamo, però era meglio tornare a casa. E dalla moto non sono più sceso, per tutto un inverno. Poi a marzo me la sono comprata io la moto che volevo, la mia ne ha tre di cilindri. Un'altra tedesca, sì, perché quelle sono la mia passione, ma una tedesca strana e soprattutto economica, la "bimba" ha ventanni, pochi meno di me, ma se li porta bene. E lentamente ho imparato che due ruote e il vento in faccia "sono un modo diverso di vedere la strada", quando ti accorgi che inizi a chiamare belle le strade che prima chiamavi brutte e quando inizi a guardare le carte stradali alla ricerca di una montagna da scalare del punto più alto da raggiungere che la strada è più lunga e ci sono più curve da fare.
E c'è l'altra pazzia di partire un giorno e di trovarsi dopo undici giorni sul Mar Baltico, abbastanza a nord da fartelo bastare.
E c'è quella sensazione che provi dopo aver accompagnato al casello un amico che t'è venuto a trovare, quando ti saluti senza nemmeno sfilarti il casco e gli dici "buona strada", e poi parti e vai a cercarti quella strada che hai fatto una volta tanti anni fa e te la ricordi piena di curve, e poi ad un tratto ad un bivio... un attimo di incertezza ma poi sì, quella svolta che ti porta ancora più sù, che non sai bene dove diavolo potrà sbucare ma lo sai che da qualche parte prima o poi arriverai.
Quella sensazione che provi tutte le volte che ti infili il casco, e ti viene fuori un sorriso felice.
E c'è l'altra pazzia di partire un giorno e di trovarsi dopo undici giorni sul Mar Baltico, abbastanza a nord da fartelo bastare.
E c'è quella sensazione che provi dopo aver accompagnato al casello un amico che t'è venuto a trovare, quando ti saluti senza nemmeno sfilarti il casco e gli dici "buona strada", e poi parti e vai a cercarti quella strada che hai fatto una volta tanti anni fa e te la ricordi piena di curve, e poi ad un tratto ad un bivio... un attimo di incertezza ma poi sì, quella svolta che ti porta ancora più sù, che non sai bene dove diavolo potrà sbucare ma lo sai che da qualche parte prima o poi arriverai.
Quella sensazione che provi tutte le volte che ti infili il casco, e ti viene fuori un sorriso felice.
prefazioni, centopaginemillelire e varia umanità.
stamani è così, davanti al computer, e fino qui, tutto come al solito. poi c'è anche l'IDE aperto (e qui qualche lettore nerd magari capisce e mi compatisce, ah, no, fortunatamente non è questo il mio lavoro, sì, a volte capita, ma è un caso, in realtà nella vita faccio altro, dov'è che avevo aperto questa parentesi, ahssì, ok, ora la chiudo). Ma la voglia proprio non c'è, scrivo diqquà quando dovrei scrivere dillà, ma in realtà non ho proprio niente da dire. E c'ho quelle vocine dentro, ma no, tranquilli non sono schizofrenico (affermazione da verificare, comunque), che stamani mi sembrano quegli stronzi che a volte scrivono le prefazioni dei libri, e ti rovinano tutto, o che ancora peggio fanno una disamina attenta di UNA SINGOLA FRASE di un libro di un milionequattrocentomilaVENTIDUE pagine e da lì traggono significato, significante, senso della vita e quello che mangeranno per cena, e ovviamente non ti dicono MAI a quale diavolo di pagina è, sta maledetta frase, che magari uno andrebbe a leggere, a contestualizzare, e se lo fanno il numero è ovviamente riferito a dodici edizioni fa, ad una traduzione diversa o nel migliore dei casi alla versione in lingua originale, che sì, tu ovviamente parli e leggi correntemente l'Haitiano antico e il libro se non lo leggi in lingua originale "godi solo a metà". Al che leggo tutto il libro con questo senso di spasmodica attesa, cercando quella maledetta frase, che poi arrivi e te la trovi a pagina 263 (che mi pare un numero particolarmente anonimo) in mezzo al capitolo più inutile nel paragrafo più inutile. La frase, nel suo contesto, non vuol dire nemmeno la metà delle cose che ci son scritte nella prefazione, ma a lui l'han pagato per scriverla la maledetta prefazione, mica poteva scrivere, chessò "vaffanculo và, si proprio a te, leggi il libro e non rompere le palle". Ma poi perché leggo le prefazioni, me lo sono sempre chiesto, perché alla fine le prefazioni mi stanno un po' sul culo. In genere le scrivono sti strani personaggi che non sono scrittori, che non sembrano nemmeno critici, oddio, non che io conosca il nome di un singolo critico letterario o che abbia mai letto niente di uno di loro se non qualche pagina sul sussidiario di letteratura della quinta superiore. Però se ci sono, le prefazioni intendo, le leggo sempre. Sarà che il libro me lo sono comprato, l'ho pagato TUTTO e quindi mi sento in dovere, e in diritto, di leggere anche l'impressum, la prefazione, eventuali note e la postfazione. Che poi le prefazioni ci sono solo su questi libri pretenziosi, che vogliono fare i culturali, o ancora peggio sui classici. E ci sono solo nelle edizioni di lusso. Ne ho poche di prefazioni, in effetti. Anche perché è tutta la vita che compro solo edizioni economiche che non c'ho soldi e non c'ho spazio per mettere quei mattoni cartonati che per giustificare il fatto che stai pagando un libro ottanta euro te lo scrivono in corpo centoquindici, tre caratteri tre per pagina.
Oppure le prefazioni le trovavo sui centopaginemillelire, che poi giustamente diventarono centopagineuneuro, bastardi, che all'inizio li riprezzavano 0.52 euro, poi no, poi iniziarono a schiaffarci sopra l'etichetta 1 euro e via. Che se il libro era corto dovevano pur arrivarci a centopagine e allora ripescavano vitamortemiracoli dell'autore, prefazioni scritte nel '52 da uno sconosciuto (oscuro scribacchino di un'oscura casa editrice, con l'ufficio nel terzo scantinato in fondo a destra, accanto alla sezione "libri erotici di bassa lega") per la tredicesima edizione italiana, che sai, fosse stata la prima avrebbe avuto un che di valenza storica, ma la tredicesima no, chissenefrega della tredicesima edizione di un libro di uno scrittore russo morto suicida in carcere. E invece se il libro era lungo, lì sì che era divertente, ti trovavi in mano questi librettini, da trattare con cura perché se li aprivi quel tanto di più ti si SCOSCIAVANO le pagine decollavano e non c'era più verso di leggere il libro in ordine, che poi poteva essere divertente leggerlo così, mischiando le pagine, ci sono alcuni libri che ne avrebbero guadagnato, credo. Mi sono perso, se il libro era lungo, dicevo, c'erano queste pagine scritte fitte fitte che ci perdevi la vista e ogni volta che andavi a capo ti perdevi la riga giusta, e poi le riempivano fino al bordo, SCRIVEVANO SUL FIANCO, ma centopagine erano e centopagine dovevano rimanere, fosse anche Guerra e Pace.
Chissà dove sono finiti i centopaginemillelire.
Oppure le prefazioni le trovavo sui centopaginemillelire, che poi giustamente diventarono centopagineuneuro, bastardi, che all'inizio li riprezzavano 0.52 euro, poi no, poi iniziarono a schiaffarci sopra l'etichetta 1 euro e via. Che se il libro era corto dovevano pur arrivarci a centopagine e allora ripescavano vitamortemiracoli dell'autore, prefazioni scritte nel '52 da uno sconosciuto (oscuro scribacchino di un'oscura casa editrice, con l'ufficio nel terzo scantinato in fondo a destra, accanto alla sezione "libri erotici di bassa lega") per la tredicesima edizione italiana, che sai, fosse stata la prima avrebbe avuto un che di valenza storica, ma la tredicesima no, chissenefrega della tredicesima edizione di un libro di uno scrittore russo morto suicida in carcere. E invece se il libro era lungo, lì sì che era divertente, ti trovavi in mano questi librettini, da trattare con cura perché se li aprivi quel tanto di più ti si SCOSCIAVANO le pagine decollavano e non c'era più verso di leggere il libro in ordine, che poi poteva essere divertente leggerlo così, mischiando le pagine, ci sono alcuni libri che ne avrebbero guadagnato, credo. Mi sono perso, se il libro era lungo, dicevo, c'erano queste pagine scritte fitte fitte che ci perdevi la vista e ogni volta che andavi a capo ti perdevi la riga giusta, e poi le riempivano fino al bordo, SCRIVEVANO SUL FIANCO, ma centopagine erano e centopagine dovevano rimanere, fosse anche Guerra e Pace.
Chissà dove sono finiti i centopaginemillelire.
un lunedì da leoni
le serate divertenti cominciano a pagina cinquezeroc... mapporc pile dimmerd... no ottotrattinotrattino!!! cinquezerocinque di televideo, oh ecco. Vediamo, pagina tredivisotre (in alto a destra) blink blink, fuffa culturalgiornalistica, fuffa, fuffa mmmhhh spettiamo va. pagina unodivisotre blink blink, roba da casalinghe insoddisfatte, mioddio l'isola dei famosi no, la fiera del disperso (ma due minutini di affaracci vostri mai eh?!), ma quanto cazzo di tempo ci metti, ah ecco, pagina duedivisotre blink blink... ... ... i l c o d i c e d a v i n c i. andiamo oltre va che è meglio, fuffa, sto film avrà diecianni de domeniche e anche a su tempi non è che fosse bello. Bene. la serata cinematografica è da escludere, anzi no prova d'appello, raccoglitore uno raccoglitore due raccoglitore tre, macché l'ho già visti tutti e qualcheduno anche trequattrootto volte.
Olè.
ci vuole un'idea, magari una sola, ma un'idea.
occheeeeei, due passi no che dassolo non c'ho voglia, che quell'altro vai a capì che sta facendo a millemila chilometri da qui beato lui.
uno sguardo corre fugace in vetta all'armadio, vai, da solo, in camera, m'attacco a quella bottiglia di uischi che non è manco bono sennò col cavolo che non me l'avevano già finita, mi sbronzo. Compare una fugace versione di me reclinato nell'angolo tra termosifone e pavimento con chiazzetta di vomito e ciondolino bavoso alla bocca, non ho ben capito perché, ma sto tipo mi guarda e mi fa ciao con la manina, e sorride, il simpaticone. ... no, la sbronza triste solitaria e final meglio chennò.
leggere, dai, facciamo i culturali, un buon libro è sempre un buon libro (misero tentativo di autoconvincimento delle mie cellule neurali apatiche svogliate e anche un po' con le palle piene che è da stamani alle ottoemmezzo che lavoro).
Bene, ipotesi libro da scartare.
e allora facciamo i nerd, quello in genere mi riesce bene. qualche bel giochino di quelli pel computer, vediamo checciò installato... anche niente, saranno quattranni che non ci gioco col computer poi paraccio ormai più che un computer è una carretta, co sti ruzzini moderni tutti botte e schianti (sarebbe sTianti, ma poi magari qualcuno non capisce) ci vogliono i centri di calcolo della nasa altro che sto carcano qui.
sono alla frutta...
metto a posto i cassetti del comodino! l'ultima volta che ho pensato questa cosa sono stato colto da un colpo apoplettico ne sono quasi morto e quando mi sono risvegliato i cassetti erano ancora affranti dal loro immenso disordine (era il '95, credo).
NE VA DELLA MIA SALUTE, ho una certa età, non posso mica rischiare così. aspetterò il prossimo decennio. vocina: ma così avrai dieci anni dippiù e la tua salute sarà ancora più cagionevole. vociona (la mia): brava, voldì che la scusa sarà buona anche tra diecianni.
Mi invento un amico immaginario e ci faccio due chiacchiere! Poi penso nell'ordine:
1. Mia nonna lo fa già tutte le notti, la sento sempre e non si dicono nemmeno cose molto interessanti.
2. L'ho già fatto dai due ai sette anni, per ora penso possa bastare.
oh, non so più che pesci prendere (vedi post precedente)....
...un altro post noooooo!!! che grafomane sì ma mi devo dare un contegno che poi pensano che non ho una vita vera e passo giornate intere a scrivere e basta.
Olè.
ci vuole un'idea, magari una sola, ma un'idea.
occheeeeei, due passi no che dassolo non c'ho voglia, che quell'altro vai a capì che sta facendo a millemila chilometri da qui beato lui.
uno sguardo corre fugace in vetta all'armadio, vai, da solo, in camera, m'attacco a quella bottiglia di uischi che non è manco bono sennò col cavolo che non me l'avevano già finita, mi sbronzo. Compare una fugace versione di me reclinato nell'angolo tra termosifone e pavimento con chiazzetta di vomito e ciondolino bavoso alla bocca, non ho ben capito perché, ma sto tipo mi guarda e mi fa ciao con la manina, e sorride, il simpaticone. ... no, la sbronza triste solitaria e final meglio chennò.
leggere, dai, facciamo i culturali, un buon libro è sempre un buon libro (misero tentativo di autoconvincimento delle mie cellule neurali apatiche svogliate e anche un po' con le palle piene che è da stamani alle ottoemmezzo che lavoro).
Bene, ipotesi libro da scartare.
e allora facciamo i nerd, quello in genere mi riesce bene. qualche bel giochino di quelli pel computer, vediamo checciò installato... anche niente, saranno quattranni che non ci gioco col computer poi paraccio ormai più che un computer è una carretta, co sti ruzzini moderni tutti botte e schianti (sarebbe sTianti, ma poi magari qualcuno non capisce) ci vogliono i centri di calcolo della nasa altro che sto carcano qui.
sono alla frutta...
metto a posto i cassetti del comodino! l'ultima volta che ho pensato questa cosa sono stato colto da un colpo apoplettico ne sono quasi morto e quando mi sono risvegliato i cassetti erano ancora affranti dal loro immenso disordine (era il '95, credo).
NE VA DELLA MIA SALUTE, ho una certa età, non posso mica rischiare così. aspetterò il prossimo decennio. vocina: ma così avrai dieci anni dippiù e la tua salute sarà ancora più cagionevole. vociona (la mia): brava, voldì che la scusa sarà buona anche tra diecianni.
Mi invento un amico immaginario e ci faccio due chiacchiere! Poi penso nell'ordine:
1. Mia nonna lo fa già tutte le notti, la sento sempre e non si dicono nemmeno cose molto interessanti.
2. L'ho già fatto dai due ai sette anni, per ora penso possa bastare.
oh, non so più che pesci prendere (vedi post precedente)....
...un altro post noooooo!!! che grafomane sì ma mi devo dare un contegno che poi pensano che non ho una vita vera e passo giornate intere a scrivere e basta.
disguidi
se state facendo un cruciverba, e la domanda è "Può prendere un pesce alla volta, tre lettere" non fatevi trarre in inganno, la risposta non è ANO.
C'è un silenzio che descriverti non saprei
per chi ancora non lo sapesse, il paese dove vivo, il posto dove vado a rifugiarmi dopo tutto il frastuono, nelle mie ore più scure, è rotondo. Rotondo nel bene e nel male vi diranno quelli che come me vivono qui, niente esce e niente entra da qui. Io ne sono uscito anni fa, incoerente e con nessun senso di appartenenza, scelgo io dove e come sentirmi a casa. E poi però c'è qualcosa che mi lega a questo strano posto. Una ormai vecchia e consumata abitudine. Io e l'amico di sempre in tutte queste sere. C'è questo paese che entri e inizi a camminare. e alla fine ti ritrovi al punto di partenza. E allora viene facile in queste sere trovarsi chiamarsi e cercarsi e dirsi, andiamo a fare due passi, e sono queste brevi camminate serali dove si parla di cose serie e di cazzate ad essere il mio strano senso di appartenenza a questo luogo. Ora l'amico è lontano, ma tranquilli, torna presto, e allora stasera, serata strana serata sbagliata, i miei due passi sono andato a gustarmeli da solo. E c'erano questi vicoli queste luci gialle e queste mura strette io e il rumore dei miei passi. E c'era qualcosa a cui pensare e per cui maledirsi una volta ancora una volta di più. Gli errori si fanno, e si scontano. Si scontano nel silenzio mio e degli altri. Nelle domande che cadono nel vuoto. Quei rari momenti in cui non rispondo di me, perché sì, ho imparato ad essere controllato e programmato in tutte le mie piccole cose, ma poi arriva sempre il momento in cui non ce la faccio più e quella parte di me spinta e ricacciata nel profondo emerge improvvisa e ridivento l'incosciente pazzoide che forse sotto sotto vorrei essere. Ho imparato a vivere e meritarmi le conseguenze delle mie azioni e forse è questa una delle mie più grandi conquiste, però poi ci sono questi momenti in cui veramente vorresti tornare indietro con quel rumore cinematografico di nastro che si riavvolge e no, non farlo mai più. Faccio anche stasera la conta delle mie malattie e ne sostengo il peso, e la mia schiena si piega e mi prende quella voglia di scaraventarmi nel letto e affogarmici dentro. La difficoltà della resa e del mio campare decentemente, con uno stranamente Paolo Conte che non so perché ma vado a ripescare in queste giornate indistinte composte tra l'attesa due parole e una clamorosa cazzata. Sto lentamente sprofondando e cerco un barlume e un appiglio per non andarmene a letto triste come ne sono emerso stamani, e sì, era meglio che me ne rimanessi a letto. Se mi guardo bene dentro mi accorgo di essere fatto dalla mia memoria e dalle mie parole, mi porto dentro tutte queste immagini in un infinito collage, e parole scelte con pazienza e dedizione. E mi accorgo che anche dentro di me si entra, si inizia a camminare e alla fine ci si ritrova al punto di partenza, che anche da me, nel bene e nel male, niente entra e niente esce. Che dentro di me c'è un silenzio che descriverti non saprei.
slight return
ancora un viaggio lontano da dove lontano da qui... luci nello specchio lente a svanire... allontanarsi immersi in questa accogliente oscurità... un sibilo dal finestrino abbassato e un soffio d'aria gelida a tenermi sveglio a ricordarmi che l'estate è finita... volute di fumo azzurrognolo giocano davanti ai miei occhi nel riflesso dei fari e poi strappate via fuori lontano... mi diverto per forza lascio le mie cose in un angolo... mi dimentico di me magari soltanto un momento... questa strada la conosco... è la strada che porta verso casa verso tutto ciò che mi è familiare e c'è qualcosa che non va...
se ne riparla
essì chessò coglione. e punto. è l'una, e fino qui non è chessò coglione per questo. ho messo su atom heart mother, quello colla mucca in copertina per intendersi. ma anche qui direte voi miei piccoli (e venticinque?) lettori, con la musica un po' stranina che ascolto non è che c'è da fare sopresa sorpresa. Emmi manca un po' il nesso causa effetto. sarà che so fesso. ecco sì, su questo mi trovo d'accordo. c'ho uno qui in cuffia che prima mi suona la pianola e poi mi mangia i cornflaiks, oddio, almeno sembra, fa colazione lui, Alan. mi mangio le mani ora, ma no nel senso delle unghie, ovvia sì mi mangio anche quelle ma ora no che mi servono per scrivere che le unghie cellò attaccate alle dita anch'io, sì ma da quello in poi di normale c'è poco. Il bello è che poi ci rimugino. checcivoifà, so fatto un po' strano comincio a pensare. M (nel senso onomatopeico di mugugno di approvazione-autoapprovazione). qui sta faccenda non è che ci sto proprio dietro dietro, anzi. non ho ben capito a che punto sono, dov'è che ero?, me sà che mi sò perso. ndodevo andà a cercare, ecco questo sì, ma è un casino. sarà meglio che vada a letto che è già venerdì da un'oretta e un quarto suppergiù e tanto stasera davvero non vado da nessuna parte che sono veramente rimasto a piedi. le capate nei muri, vedi, sbatacchiando un po' magari qualcosa si muove, torna al su' posto. no, ma poi se ne riparla, questo è sicuro come e quando non lo so, ma insomma via, prima o poi se ne riparla, quello che si dice è tutto da vedere, ma poi, se ne riparla. sì, buonanotte, ci vol coraggio a postare della roba così, domani la scancello.
la mia vita sul mio letto
ero ancora lì dentro ieri sera, ma non m'ero accorto di niente. Poi mi sono voltato e l'ho visto. Il mio letto. Niente di speciale da ventanni a questa parte e invece ieri sera sì. Questo letto doppio dove dormo sempre solo dove ho passato infinite serate con gli occhi piantati in un libro o dentro un film.
Meglio spiegare.
La mia stanza è piccola, non minuscola, anzi la mia stanza è mediamente grande ma c'è così tanta roba accatastata che di spazio veramente non ce n'è più, camera mia insomma pare una schermata di tetris. E in mezzo a tutto sta il letto. Che è un letto doppio da quando ero così basso che avrei potuto dormirci per traverso, e in effetti ci dormivo anche, per traverso. Il mio letto doppio altro non è che una rete (di quelle con le stecche altrimenti poi mi steccolo io) e un materasso (di quelli tecnologici di lattice che altrimenti... sì uguale a prima, sto invecchiando e anche da giovane la mia schiena non è che fosse da competizione), il mio letto, dicevo, giganteggia in mezzo alla stanza e occupa il mio spazio vitale, o almeno così distrattamente pensavo fino a ieri sera. Poi quando mi sono voltato e l'ho visto cosparso di oggetti, il libro migrato dal comodino, il lettore mp3, le chiavi di tutte le stanze da aprire e da chiudere il telefono un pacchetto di sigarette semivuoto l'accendino e il gatto, scendi che se ti vede la mamma rompe le palle a me e scaraventa fuori te, mi sono accorto che non occupa un bel niente. Il mio letto è il mio spazio vitale. E non è una di quelle ciance che dicono dormiamo per un terzo (anche un quinto un sesto) delle nostre vite. Sul mio letto volente o nolente, proprio per questioni di spazio, m'è sempre toccato viverci. Se avessi avuto un letto singolo avrei avuto spazio per una scrivania ma c'ho rinunciato volentieri. Su questo letto c'ho passato i pomeriggi del liceo prima delle interrogazioni a studiare capitoli e capitoli, a programmare e a studiare giorno per giorno ho imparato dopo, e nemmeno bene, su questo letto ho vissuto momenti d'amore, di quello platonico e di quello un po' meno, e di rabbia, incazzature lacrime e tutto il resto, su questo letto mi sono rotolato nelle notti insonni e in questo letto mi sono abbattutto stanco morto dopo un viaggio o ubriaco fradicio dopo una serata stonata. Su questo letto sono nati quasi tutti i fogli gialli e nascono 'ste cazzate che riverso sul blog. Qualunque emozione mi sia passata addosso almeno una volta, mi pare di ricordare, almeno una volta ero qui.
Poi l'ho guardato ancora una volta, e me ne sono andato a letto.
Meglio spiegare.
La mia stanza è piccola, non minuscola, anzi la mia stanza è mediamente grande ma c'è così tanta roba accatastata che di spazio veramente non ce n'è più, camera mia insomma pare una schermata di tetris. E in mezzo a tutto sta il letto. Che è un letto doppio da quando ero così basso che avrei potuto dormirci per traverso, e in effetti ci dormivo anche, per traverso. Il mio letto doppio altro non è che una rete (di quelle con le stecche altrimenti poi mi steccolo io) e un materasso (di quelli tecnologici di lattice che altrimenti... sì uguale a prima, sto invecchiando e anche da giovane la mia schiena non è che fosse da competizione), il mio letto, dicevo, giganteggia in mezzo alla stanza e occupa il mio spazio vitale, o almeno così distrattamente pensavo fino a ieri sera. Poi quando mi sono voltato e l'ho visto cosparso di oggetti, il libro migrato dal comodino, il lettore mp3, le chiavi di tutte le stanze da aprire e da chiudere il telefono un pacchetto di sigarette semivuoto l'accendino e il gatto, scendi che se ti vede la mamma rompe le palle a me e scaraventa fuori te, mi sono accorto che non occupa un bel niente. Il mio letto è il mio spazio vitale. E non è una di quelle ciance che dicono dormiamo per un terzo (anche un quinto un sesto) delle nostre vite. Sul mio letto volente o nolente, proprio per questioni di spazio, m'è sempre toccato viverci. Se avessi avuto un letto singolo avrei avuto spazio per una scrivania ma c'ho rinunciato volentieri. Su questo letto c'ho passato i pomeriggi del liceo prima delle interrogazioni a studiare capitoli e capitoli, a programmare e a studiare giorno per giorno ho imparato dopo, e nemmeno bene, su questo letto ho vissuto momenti d'amore, di quello platonico e di quello un po' meno, e di rabbia, incazzature lacrime e tutto il resto, su questo letto mi sono rotolato nelle notti insonni e in questo letto mi sono abbattutto stanco morto dopo un viaggio o ubriaco fradicio dopo una serata stonata. Su questo letto sono nati quasi tutti i fogli gialli e nascono 'ste cazzate che riverso sul blog. Qualunque emozione mi sia passata addosso almeno una volta, mi pare di ricordare, almeno una volta ero qui.
Poi l'ho guardato ancora una volta, e me ne sono andato a letto.
infinite jest letto al mio gatto
Una di quelle giornate dove niente desta il mio interesse. Mi sento distante. Un cielo grigio su quest'aria fredda in un preludio d'inverno, ma non è questo no. Ci sono giornate così e basta. C'è un libro aperto su di una pagina a caso. Leggo frasi dense come le nuvole che sbircio fuori dalla finestra che lascia entrare uno spiraglio di penombra. Cerco di immergermi nel profumo dolce della mia vaniglia confuso tra mille altri odori. Il respiro più rarefatto ad ogni passo divagando e affogandomi in questra aspra e difficile ironia. Oggi non so oggi non posso scrivere di altro. E il libro che sto sfogliando è sempre il solito e cerco di convincermi che tutto questo è realmente stato, come se fosse l'ultimo segno tangibile di esistenza. Come è possibile sopravvivere a quest'eclettismo esasperato senza banalizzare nulla. Con mano leggera tratteggiare a tinte forti una linea e inseguirla attraverso le persone e le idee. Sopravvivere: avrebbe forse apprezzato questo cupo sarcasmo. Maledetto lui lasciarci da soli qui a districarci in questo labirinto. Non una guida, questo no, ma uno che la sapeva lunga, uno dei rari personaggi capace di spiegarti il chiaroscuro e di farti rimanere lì a pensare. Uno che non ti fa respirare per ventipaginesenzamancounpunto e poi (che rumore fa uno quando inspira profondamente?) ti svegli di soprassalto e torni indietro perché sei stordito perché hai letto tutto ma non hai ancora capito. Leggo qualche paragrafo a bassa voce al gatto. Sembra interessato, o forse infastidito perché disturbo il suo sonnecchiare, forse mi ha soltanto preso per scemo. E poi apro l'ultima pagina, che vuol dire poco perché la vera fine del libro è impossibile trovarla perché anche se ci fosse sarebbe persa e frantumata in ogni pagina. Mi torna in mente quando lessi quell'ultima pagina e mi sentii orfano. Chiusi il libro con un misto di soddisfazione e tristezza. Ero su di un aereo e pensai che non avrei potuto trovare un nonluogo migliore.
DFW
Oggi è una giornata triste.
Lo scherzo è finito, David Foster Wallace s'è impiccato.
Non trovo parole per descrivere come mi sento, è strano provare una cosa così per una persona mai vista e mai conosciuta se non dai suoi libri. Come per Mario Rigoni Stern qualche mese fa.
"La gigantesca Signora di Liberty Island nel porto di New New York ha il sole come corona e sotto una delle sue braccia di ferro tiene una cosa che assomiglia a un immenso album di foto, e l'altra mano tiene sollevato in alto un prodotto. Il prodotto viene cambiato ogni primo gennaio da alcuni uomini coraggiosi con tanto di scarpe chiodate e gru."
Ciao David, la verità ha finito con te, la verità ti ha reso libero.
Lo scherzo è finito, David Foster Wallace s'è impiccato.
Non trovo parole per descrivere come mi sento, è strano provare una cosa così per una persona mai vista e mai conosciuta se non dai suoi libri. Come per Mario Rigoni Stern qualche mese fa.
"La gigantesca Signora di Liberty Island nel porto di New New York ha il sole come corona e sotto una delle sue braccia di ferro tiene una cosa che assomiglia a un immenso album di foto, e l'altra mano tiene sollevato in alto un prodotto. Il prodotto viene cambiato ogni primo gennaio da alcuni uomini coraggiosi con tanto di scarpe chiodate e gru."
Ciao David, la verità ha finito con te, la verità ti ha reso libero.
una storia
[Lenta dissolvenza su, esterno giorno] Un vecchio manicomio. Vecchio e fatiscente. La storia potrebbe iniziare in un imprecisato giorno di settembre, ah sì, piove ma non fa freddo, alla fine è ancora settembre. Sono le otto e mezzo del mattino, più o meno, e ci sono questi strani personaggi che uno ad uno arrivano guardandosi circospetti, anzi no, forse solo curiosi, intorno. C'è la scritta "OSPEDALE PSICHIATRICO" in quelle vecchie lettere di terracotta blu, sbiadite e sbeccolate dal tempo [primo piano che lento si allarga]. C'è un malandato palazzone dietro l'arco sotto la scritta. Un po' più sotto due persone che, a distanza, parlano [siamo troppo lontani, le parole non si sentono]. Si vede, si capisce che si sono appena incontrate, che non si conoscono. [l'inquadratura si stringe] Che il caso ha voluto che quel giorno fossero lì più o meno nello stesso momento entrambi senza ombrello. [in un piano sequenza alla Welles ci avviciniamo, essì che sono proprio bagnati] Chi è arrivato per primo nessuno se lo ricorda, [camera tre quarti dal basso] mi sembra che tu fossi qui, no, io sono arrivato e tu già c'eri, ma anche tu cerchi..., sì ma sai dov'è di preciso? ah no! è la prima volta che ci metto piede qui, beh tanto è presto magari aspettiamo che smetta di piovere e poi chiediamo.
[camera indietro, parole che diventano indistinte] Adesso dietro l'arco si vede una città, siamo dall'altra parte, siamo dentro al manicomio. Le due persone sono ancora sotto l'arco, ne sono arrivate altre, piove ancora e piove per tutti. Le due persone si sono un po' strette per far spazio e continuano a parlare. Si vede che non si danno fastidio, che anche più vicini stanno bene lo stesso, anzi lui le sfiora una mano per caso, ah! non ve l'avevo detto? i due personaggi sono un lui e una lei, e lei non si tira indietro. [lenta dissolvenza in chiusura]
Non è una storia d'amore. E' la storia di un'amicizia iniziata come al solito per caso e durata dieci anni nonostante tutto nonostante che le strade si siano divise e che i chilometri siano tanti. Sì, qualche attimo di debolezza ci sarà, ma il bello sarà che non si baceranno mai, nemmeno in un pomeriggio dolce e lunghissimo a casa di lei, seduti su di un letto a chiacchierare, nemmeno anni dopo quando si ritroveranno ancora per caso ancora una volta e si rimetteranno a parlare come se si fossero salutati il giorno prima o come non si fossero salutati mai.
[camera indietro, parole che diventano indistinte] Adesso dietro l'arco si vede una città, siamo dall'altra parte, siamo dentro al manicomio. Le due persone sono ancora sotto l'arco, ne sono arrivate altre, piove ancora e piove per tutti. Le due persone si sono un po' strette per far spazio e continuano a parlare. Si vede che non si danno fastidio, che anche più vicini stanno bene lo stesso, anzi lui le sfiora una mano per caso, ah! non ve l'avevo detto? i due personaggi sono un lui e una lei, e lei non si tira indietro. [lenta dissolvenza in chiusura]
Non è una storia d'amore. E' la storia di un'amicizia iniziata come al solito per caso e durata dieci anni nonostante tutto nonostante che le strade si siano divise e che i chilometri siano tanti. Sì, qualche attimo di debolezza ci sarà, ma il bello sarà che non si baceranno mai, nemmeno in un pomeriggio dolce e lunghissimo a casa di lei, seduti su di un letto a chiacchierare, nemmeno anni dopo quando si ritroveranno ancora per caso ancora una volta e si rimetteranno a parlare come se si fossero salutati il giorno prima o come non si fossero salutati mai.
la Centoventisette rossa
mi ricordo la centoventisette rossa di mio nonno. Me la ricordo soprattutto d'estate estratta chirurgicamente dal fondo del garage dove stava rintanata. Mi ricordo i sedili di plastica nera e i miei pantaloni corti con la mia pelle che ci rimaneva appiccicata e il calore infernale di quegli interni economici irrimediabilmente anni settanta. Erano brevi viaggi quelli che facevo con lui, non gli era mai piaciuto guidare e non aveva nemmeno mai imparato. Non andava lontano e ci andava a piedi. Da casa al bar dove giocava a carte. Lunghe partite sonnolente per ingannare i pomeriggi estivi e la pensione. Assomiglio molto a mio nonno. E' capitato che i pochi sopravvissuti che lo hanno conosciuto da giovane mi riconoscessero senza avermi mai visto "ma te sei il nipote di", sì, sono proprio io.
E poi c'è un ricordo vivido vecchio di quasi vent'anni. Mi ricordo l'unica lacrima di mio padre.
Mio nonno è morto all'inizio di ottobre, tra poco più di un mese saranno diciassette anni. Faceva freddo e al funerale mi ricordo di aver visto lacrime e respiri.
Facemmo io e mio padre un ultimo viaggio con la centoventisette rossa, in un'altra giornata fredda la portammo a mia zia e la lasciammo lì, rintanata in un altro garage, di un'altra città, della città che forse mio nonno aveva amato di più oltre al posto dov'era nato.
E poi c'è un ricordo vivido vecchio di quasi vent'anni. Mi ricordo l'unica lacrima di mio padre.
Mio nonno è morto all'inizio di ottobre, tra poco più di un mese saranno diciassette anni. Faceva freddo e al funerale mi ricordo di aver visto lacrime e respiri.
Facemmo io e mio padre un ultimo viaggio con la centoventisette rossa, in un'altra giornata fredda la portammo a mia zia e la lasciammo lì, rintanata in un altro garage, di un'altra città, della città che forse mio nonno aveva amato di più oltre al posto dov'era nato.
Questa è la mia malattia.
me ne sono andato all'improvviso, come improvvise sono sempre state tutte le scelte della mia vita, o almeno così sembrano agli altri. Non parlo di cose a metà e questo lo sai fin troppo bene e lo hai subito fin troppo spesso. Quasi sempre tutte le mie cose hanno un inizio e una fine, chiari e netti. Il mio essere burbero e la mia distanza prossemica sono le manifestazioni più esteriori della mia intima fragilità, ma credo che questo tu lo sappia. Per anni mi sono reso forte nell'essere un punto fermo per te, tante volte mi hai privato di questo, per anni la tua forza interiore è stata un esempio per me e quando di rado ti è mancata ho cercato con tutto me stesso di esserci e di darti forza, e mi porto dentro questa cosa come il gesto d'amore più bello che io abbia mai fatto per te. La distanza che si era creata tra di noi, ad un certo punto, per me, è diventata troppa, mi sono accorto che non credevo più che ci saremmo riavvicinati, che stando ancora con te mi sarei e ti avrei solo fatto del male. E tutto questo non è successo all'improvviso, ci sono voluti mesi, o almeno ci sono voluti mesi a me per capirlo. Non ne ho parlato, non ne ero cosciente. Un insieme di cose. Il tuo non farmi sentire adeguato, la tua visione del mondo che così spesso, nonostante le tue parole, sembrava non comprendere me o comunque le mie opinioni. So di essere estremamente fragile, per questo le persone a cui mi "concedo", anche se questa parola mi fa ridere, sono pochissime; vivo nella costante paura di essere ferito, non sono abituato a scoprirmi se non quando mi sento veramente al sicuro, ho bisogno di conoscere bene chi ho davanti prima di parlarci, per questo odio a morte il telefono, perché le persone le capisco quando gli guardo il volto e le mani.
Questa è la mia malattia.
Non credo sia contagiosa.
Questa è la mia malattia.
Non credo sia contagiosa.
un piede in terra e l'altro in cielo
notte cattiva notte ossessiva ascoltando fabrizio aspettando un avvento... riscoprire me stesso riscoprire tutto quello che sono... uno scambio breve e interrotto... parole parole indistinte brevi e fugaci... chi sei tu chi sono io... con la paura di essere andato troppo oltre con la paura di aver fatto un passo di più... i miei sogni e i miei delitti così simili e così vicini da confondersi... non pensare a quello che sarà domani o tra tre giorni lasciare che la fantasia e la realtà facciano il loro corso dopo l'ennesima serata alcoolica dopo l'ennesima serata catartica perdersi e ritrovarsi in questo continuo abbandono... guardare attonito il fondo dell'ultimo bicchiere navigarci dentro in questo mare di me... nebbia insistente farsi strada verso la luce verso di là... un riflettore di là mette un mare nella nebbia... pretendere la perfezione e trovarla negli altri quale dolore... emozioni e brividi fatti di parole riscoperte dopo anni... c'è un modo soltanto di dire le cose e ogni mille anni c'è un uomo che sa trovarlo e ce lo regala... tra le mie distrazioni e il mio mondo onirico e sconvolto... incertezze e chiaroscuri nel mio mondo in bianco e nero... scoprirsi insicuro e bambino a trentanni d'età... piacevole scoperta... un pianoforte disegna note pulite si stagliano su questa morbida oscurità... raccolto qui in un caldo respiro accarezzando un sorriso... luce vivida racconta ombre malferme su quella parete laggiù... i contorni si perdono le figure si confondono inseguire un profilo... gli occhi e la mente tesi in un ultimo sforzo... raccontare storie che non si sono mai vissute l'ultima la più grande menzogna... sentirsi comparse in questa perversa messinscena... non c'è spazio per me non c'è spazio per noi... ci siamo conosciuti troppo tardi fino a poco tempo fa non esistevo non ero io... giorni che scorrono inesorabili percepire tutto questo come ineluttabile... di cosa si vive e di cosa si muore... dimenarsi tristi con le nostre piccole speranze da qui all'eternità e ritrovarsi all'improvviso in un'alba quando il sole ha ancora un piede in terra e l'altro in cielo... quel momento e la sua sensazione di chiaroscuro il giorno che arriva in punta di piedi... il pensiero corre veloce a domani quando tutto questo sarà finito quando tutto questo sarà ancora un ricordo di me che ti ho incontrato ma che non ti ho conosciuto mai... aspetto trepidante il prossimo inverno i suoi cristalli di ghiaccio l'aria tagliente lucente affilata... i volti coperti e le nuvole bianche...
una vecchia sedia comoda
notte velata da una strana inquietudine preludio d'insonnia seduto qui a scrivere cercando rifugio nella musica e nelle parole. quante cose viste fatte dette scritte alla ricerca di risposte sapendo che in fondo è meglio dimenticare le domande. in queste occasioni notturne il mio è un vorticoso ricadere nella mia malinconia. una vecchia sedia comoda e una luce puntata sulle mie mani. osservare i piccoli particolari spesso mi sfugge la visione d'insieme ma mi piace quando il quadro tutto ad un tratto si ricompone e la realtà mi esplode davanti. fare finta di niente sì ma è così difficile è così facile tradirsi basta una parola un gesto uno sguardo. piccole ovvietà. cercare per una volta di essere lineare cercare di spiegare. ma continuo come sempre ad innamorarmi soltanto dei particolari di quelle piccole cose che deviano dalla via maestra di quelle piccole cose che ci rendono diversi e memorabili. riascoltare il vecchio cappellaio pazzo e le sue risate era tanto tempo che non succedeva. è un brivido fatto di emozioni e di ricordi polverosi quello che mi scuote la schiena. brivido di interminabili viaggi e di albe fredde lucenti. è passato tanto tempo sono cambiate tante cose. ma come allora e come ha scritto il grande vecchio mi basta un'illusione per farmi coraggio. suoni lontani echi profonde rintocchi in queste notti con gli occhi piantati sul soffitto a non saper vivere il mio silenzio in questo luogo che pure sento mio. in quest'affascinante mucchio di colori costruito un frammento alla volta. in quanti luoghi mi sono sentito a casa. un telefono che squilla in piena notte in questa casa stranamente silenziosa. parole che fluiscono via leggere dolci assonnate tra uno sbadiglio un sorriso e una dolce buonanotte
emozioni viola
e va bene allora. assolato afoso pomeriggio finestate gocce che cadono tanta è l'umidità perché no ho pensato provarci una volta ancora e abbandonare lo schema abbandonarsi una volta di più. ciarpame carabattole ammucchiate qui mettere ordine e farlo togliendo buttare via quello che non serve più questo mi serve questo potrebbe questo forse no ma forse anche sì. tutto ancora qui. non riesco a liberarmi di niente. oddio proprio di niente niente no. creazione impeto della creazione solo e quando alcool domina. interessante interessante sì. barlumi e ghirigori striduli non un clarino no. scie rosse un'altra sigaretta accesa. scrivere come catarsi scrivere per capirsi. lanciare via fogli gialli e pagine bianche. barlumi dell'ultima sigaretta accesa. lampi rossi scie qua e là. ascoltare e cercare di capire difficile parlare con me ogni parola vivisezionata scomposta analizzata. niente al caso perché per tutto c'è un motivo spinto dalla razionalità che corre veloce fin troppo e diventa quello che non dovrebbe essere costruire un castello in aria uno ancora uno di più. la punteggiatura no proprio non mi si addice. i miei maestri che compaiono e torna in mente una vecchia rosa confetto e citazioni ebbra di parole e di me. dal clown fino alla memoria del sottosuolo la distanza è così breve. intonare un requiem per tutti i nostri sogni è un mestiere che altri hanno fatto così bene. illusioni e disincanto intreccio indissolubile. un quadro pieno di ricordi e frammenti appeso di là tra un quadro e una foto di un milione di anni fa. musica a casaccio non ci dice proprio niente ma come un cielo pieno di stelle e io disteso là sotto a raccoglierlo tutto. alzare ancora il volume nel frastuono della mia mente. coprire i rumori stordire il brusio di fondo. attonito stordito frastornato. qui tutto parla di me di mille maschere e di duemila identità sceglierne una come una maglietta qualunque in un mattino qualunque. alzarsi e andarsene. strane interessanti prospettive delirio scomposto sfinito raccolto e spedito. un'emozione viola d'inquietudine serale malcelata scomposta s'abbatte violenta sugli occhi spalancati sul buio. tra un'ora fuori di qui un altro me quello che sono lo lascio qui.
ultimo treno
ritrovare passo e respiro... scene di vecchi film in biancoenero montate a casaccio un ballo silenzioso lungo e sensuale come di queste notti da solo quassù quaggiù incima alla montagna in fondo alla tana... viaggi pomeridiani libri immagini un cane andaluso... tra un quadro di Schiele e uno di Picasso... Guernica si scioglie dal cubismo a Dalì... sparire per un po' senza volerlo ma senza saperlo evitare... alla ricerca anche io di tempo... soltanto la notte... si riempie la testa di musica e andare avanti forza dei nervi... ancora un giro sulla giostra a folle velocità... sincronie elettroniche... un bacio lungo una vita sogni brevi come batter di ciglia... orchestre improvvisate si aggirano... un'unica canzone in loop allo sfinimento... mi dispiace la distanza mi dispiace le poche parole... incontri fugaci parole sbiadite tornare orfano ancora alla pagina bianca... non riuscire a spiegare non riuscire a raccontare la propria storia... a quest'ora della notte partono gli ultimi treni pieni di quei volti stanchi che non dormiranno e arriveranno domani ancora più stanchi ma se avranno il coraggio e la fantasia di rimanere svegli avranno un nuovo viaggio da raccontare... è bello andare alla stazione a vedere gli ultimi treni partire... prenderne uno da soli senza sapere dov'è che porta... che non è questo che conta... dov'ero finito... mi inerpico sulla mia via elettronica come vuole la tradizione... questa notte elettronica un po' per te un po' per me stranamente allegra perlomeno stravagante è come sempre l'inizio e la fine di un racconto... cerco di stringere le corde allentate... bello ricominciare bello ritrovare gli amici faticoso sì ma che c'importa... ognuno un desiderio partire rimanere fermarsi ad ascoltare immaginare magari insieme... è la passione che ci muove... triste sarebbe la storia senza la passione per quello che faccio... e trovarla la passione ogni mattina su ogni volto... fuochi d'artificio scintille risate e lacrime non sarei niente senza tutto questo discutere arrabbiarsi e ridere insieme... fermarsi ad ascoltare fermarsi a parlare prima o poi troveremo il tempo l'abbiamo sempre trovato... testardi irriducibili... stanotte mi sembra di capire... e quel barlume il tempo e la voglia che si accende non si accende sulla pagina bianca... dolcemente ancorato qui... graffiare via parole scarne emozione di cui non so privarmi... in questo delirio onirico e malconcio... in questo polveroso ripostiglio d'umanità...
quattromila chilometri e berlino e il mar baltico
sono partito carico come un mulo il sette di agosto alle sei e mezzo del mattino... io e il mio migliore amico... l'unica idea era quella di andare a nord... le uniche tappe già sicure Lubiana la prima sera e Berlino prima o poi... è stato un viaggio come ho sempre voluto farli... attraversando con una moto ed una tenda tutta la "mia" Mitteleuropa... ogni posto che ho toccato era carico di storia e di passione... Lubiana Vienna Praga Berlino... vedendo città e posti che da anni sognavo... che non mi hanno deluso... di Berlino mi sono perdutamente innamorato come fino ad adesso mi era capitato soltanto in alcuni luoghi della "mia" Spagna... sono arrivato carico di aspettative e di cose lette imparate immaginate soltanto dai libri... mi sono trovato sbattuto e smarrito in una città che dalla sua vita di confine ha saputo imparare a non averne... ogni angolo è una scoperta... ogni luogo ha una sua identità frutto della sovrapposizione e dell'intreccio di mille identità differenti... una città grandiosa e sobria... dove possono convivere palazzi di vetro e di marmo... lo spazio... Berlino è una città che domina lo spazio e le passioni e ne trae la propria vitalità... conscia nel bene e nel male del proprio passato e protesa con tranquilla placidità verso il proprio futuro.
poi una mattina ci siamo svegliati a Berlino... ci siamo detti... andiamo a vedere di che colore è il Mar Baltico... altri due o trecento chilometri lanciati verso nord in una pianura silenziosa e sterminata... fermi lungo una strada qualunque del nord della Germania ad aspettare che non passasse nessuno... in silenzio a guardarci intorno... e poi ripartire senza dire una parola... siamo arrivati a Stralsund... ho visto il Mar Baltico e lì abbiamo capito che il viaggio era finito... eravamo abbastanza a nord da farcelo bastare... erano le cinque di pomeriggio di uno stralunato ventoso diciassette di agosto... le nostre moto per la prima volta da undici giorni si sono dirette a sud... siamo passati per Rostock... e poi giù una lunghissima picchiata fino a Monaco... ottocento chilometri in una notte perversa e bellissima... ridendo alle soste con il fornelletto e la moka a farci il caffè nelle aree di servizio perché quello tedesco no proprio non ci piace... e poi alle tre del mattino a Monaco senza sapere cosa fare e dove andare fino a trovarci in un letto di un albergo di infima categoria... Monaco sì... vista così di sfuggita in un giorno soltanto... ormai eravamo sulla via di casa... e poi ancora qui... dopo quattromila chilometri quattrocento foto e un milione di ricordi... e Berlino e il Mar Baltico.
tutto qui... un viaggio che dentro di me ha messo un punto alla parola fine che avevo scritto qualche mese fa... un viaggio che mi ha fatto capire nel silenzio dei lunghi chilometri fatti in moto tante cose... che mi ha fatto capire che adesso sono adatto a stare da solo... ho riconquistato e riempito tutti i miei spazi...
poi una mattina ci siamo svegliati a Berlino... ci siamo detti... andiamo a vedere di che colore è il Mar Baltico... altri due o trecento chilometri lanciati verso nord in una pianura silenziosa e sterminata... fermi lungo una strada qualunque del nord della Germania ad aspettare che non passasse nessuno... in silenzio a guardarci intorno... e poi ripartire senza dire una parola... siamo arrivati a Stralsund... ho visto il Mar Baltico e lì abbiamo capito che il viaggio era finito... eravamo abbastanza a nord da farcelo bastare... erano le cinque di pomeriggio di uno stralunato ventoso diciassette di agosto... le nostre moto per la prima volta da undici giorni si sono dirette a sud... siamo passati per Rostock... e poi giù una lunghissima picchiata fino a Monaco... ottocento chilometri in una notte perversa e bellissima... ridendo alle soste con il fornelletto e la moka a farci il caffè nelle aree di servizio perché quello tedesco no proprio non ci piace... e poi alle tre del mattino a Monaco senza sapere cosa fare e dove andare fino a trovarci in un letto di un albergo di infima categoria... Monaco sì... vista così di sfuggita in un giorno soltanto... ormai eravamo sulla via di casa... e poi ancora qui... dopo quattromila chilometri quattrocento foto e un milione di ricordi... e Berlino e il Mar Baltico.
tutto qui... un viaggio che dentro di me ha messo un punto alla parola fine che avevo scritto qualche mese fa... un viaggio che mi ha fatto capire nel silenzio dei lunghi chilometri fatti in moto tante cose... che mi ha fatto capire che adesso sono adatto a stare da solo... ho riconquistato e riempito tutti i miei spazi...
potreiscrivereunblog
in questi momenti... mi viene voglia di scrivere... dormo poco sono state settimane furibonde... una vita strana m'accompagna... tutte le notti si allungano lente come un vecchio gatto assonnato e stanco... e io rimango lì ultimo ad andare via ultimo a passare la mano... rincorrendo cosa non lo so ma di certo non il mio passato... ritrovarsi dopo dieci anni... un anno fa mi sarebbe sembrato impossibile ed adesso sto ritrovando una dimensione che è una parte di me... sì ma c'è anche altro è inutile nasconderlo... ma per ora lascio tutto da una parte nascosto e a prender polvere... e forse è per questo che ad un tratto ho bisogno di scrivere... e ci capisco poco e ci capisco niente... come al solito sono molto più bravo dietro ad una parola scritta... difeso e al sicuro da questa strana dimensione... la dimensione delle mie mani... che le mie mani sfiorano il mondo senza afferrarlo... le mie mani che scrivono... una vita in costante osservazione ché nulla vada perso ché niente sia mai inutile... non riesco ad abbandonare le vecchie abitudini... e tutto si riduce qui tra me e un foglio bianco e tre puntini... ci sono giornate migliori e poi ci sono giornate come questa... l'unico miraggio è andare nuovamente a rinchiudermi nella tana... il gioco violento dell'attesa... il gioco solitario e violento me contro me... a tratti soltanto a tratti sembra tutto chiaro... poi arriva il mattino e si dissolve l'orizzonte dipinto durante la notte... ogni tanto sempre di notte penso potrei scrivere un blog... poi penso anche no.
e mi fermo... non spesso ormai movimento continuo.
rotolare stanco alla fine di una lunga giornata passata sul confine dove non è terra e non è mare abbacinato dal sole avvolto nell'abbraccio rovente e salato... guardare il sole negli occhi fino a farseli bruciare... riflessi di luce e di tramonto con poco o nulla da raccontare... immagini sconvolte e sovrapposte di altri tramonti di altre rive... sentirsi veramente soli dopo tanto tempo... un quadro di mondrian ordine e rigore per ricominciare... risintonizzarsi e tentare di capire cosa c'è ancora un poco più in là... persone nuove ma ancora pochi amici giusti con cui fermarsi a bere un bicchiere e a parlare per ore e per giorni... mi sono svegliato clandestino in un tortuoso incubo a rovescio... cercare parole dentro e fuori e rovesciarle qui... sporcando una pagina bianca in uno strano seguire un flusso che non riesco ad afferrare... estrema provvisorietà... lapidario e triste... un sogno un sogno lungo quanto una schiena morbida su cui scivolare... mi lascio guidare da un'immagine trovata per caso... e aspetto. aspetto qui come ho fatto negli ultimi trentanni... vorrei imparare a raccontare storie ma non ho storie da raccontare...
e mi fermo... non spesso ormai movimento continuo.
rotolare stanco alla fine di una lunga giornata passata sul confine dove non è terra e non è mare abbacinato dal sole avvolto nell'abbraccio rovente e salato... guardare il sole negli occhi fino a farseli bruciare... riflessi di luce e di tramonto con poco o nulla da raccontare... immagini sconvolte e sovrapposte di altri tramonti di altre rive... sentirsi veramente soli dopo tanto tempo... un quadro di mondrian ordine e rigore per ricominciare... risintonizzarsi e tentare di capire cosa c'è ancora un poco più in là... persone nuove ma ancora pochi amici giusti con cui fermarsi a bere un bicchiere e a parlare per ore e per giorni... mi sono svegliato clandestino in un tortuoso incubo a rovescio... cercare parole dentro e fuori e rovesciarle qui... sporcando una pagina bianca in uno strano seguire un flusso che non riesco ad afferrare... estrema provvisorietà... lapidario e triste... un sogno un sogno lungo quanto una schiena morbida su cui scivolare... mi lascio guidare da un'immagine trovata per caso... e aspetto. aspetto qui come ho fatto negli ultimi trentanni... vorrei imparare a raccontare storie ma non ho storie da raccontare...
Iscriviti a:
Post (Atom)

