l'abisso dritto negli occhi
il rumore della pioggia sul vetro della finestra aperta come l'ultima ferita, tornato qui a trovare e ascoltare la mia solitudine cercata e ricostruita. Seduto sull'orlo, guardare per anni dritto negli occhi l'abisso degli altri e trovarmi con un abisso scavato dentro di me. Gocce che si infrangono in cerchi perfetti soltanto per un istante e poi lente scivolano giù e lentamente dietro questo vetro i volti prendono forme nuove e distorte. Mi stringo su di me affondando. La calma e l'equilibrio in esercizio quotidiano fatto di gesti e di parole. Abbandonare dirupi scoscesi e tornare alle mie colline a morbidi passaggi. Ho tenuto insieme i cocci degli altri e ho lasciato in disordine i miei, frammenti grigi e colorati. Abbracciami e vieni con me, non posso dire dove porta la mia strada, non ho ancora capito dove sono stato prima di arrivare qui, ma il viaggio non è stato poi così lungo. Sfumano i miei gesti a tratti irrequieti stretti tra le mie mani e nell'affanno di una lunga giornata. Nel sole traditore del mattino nell'aria fresca della pioggia della notte con i pugni stretti nelle tasche con gli occhi sull'orizzonte breve che lascia fuori le nuvole che troverò fuori da qui. Ieri notte vedevo soltanto poche luci diradate ma sapevo farmele bastare. Il vento porta con sè le foglie secche di questa stagione morta di una breve agonia. Inseguire una foglia che si ferma vicina soltanto un momento. E' una strana questione di prospettiva e di punto di fuga. Del punto oltre il quale ognuno di noi è costretto a fuggire perché c'è sempre la paura e la cognizione del dolore. Il mestiere del punto di vista, non pretendere che siano gli altri a difendersi perché potrebbero non esserne capaci, entrare sempre chiedendo permesso. Sono stato tante volte ospite nell'intimità degli altri ed è successo raramente che mi sentissi a casa.
