l'abisso dritto negli occhi
il rumore della pioggia sul vetro della finestra aperta come l'ultima ferita, tornato qui a trovare e ascoltare la mia solitudine cercata e ricostruita. Seduto sull'orlo, guardare per anni dritto negli occhi l'abisso degli altri e trovarmi con un abisso scavato dentro di me. Gocce che si infrangono in cerchi perfetti soltanto per un istante e poi lente scivolano giù e lentamente dietro questo vetro i volti prendono forme nuove e distorte. Mi stringo su di me affondando. La calma e l'equilibrio in esercizio quotidiano fatto di gesti e di parole. Abbandonare dirupi scoscesi e tornare alle mie colline a morbidi passaggi. Ho tenuto insieme i cocci degli altri e ho lasciato in disordine i miei, frammenti grigi e colorati. Abbracciami e vieni con me, non posso dire dove porta la mia strada, non ho ancora capito dove sono stato prima di arrivare qui, ma il viaggio non è stato poi così lungo. Sfumano i miei gesti a tratti irrequieti stretti tra le mie mani e nell'affanno di una lunga giornata. Nel sole traditore del mattino nell'aria fresca della pioggia della notte con i pugni stretti nelle tasche con gli occhi sull'orizzonte breve che lascia fuori le nuvole che troverò fuori da qui. Ieri notte vedevo soltanto poche luci diradate ma sapevo farmele bastare. Il vento porta con sè le foglie secche di questa stagione morta di una breve agonia. Inseguire una foglia che si ferma vicina soltanto un momento. E' una strana questione di prospettiva e di punto di fuga. Del punto oltre il quale ognuno di noi è costretto a fuggire perché c'è sempre la paura e la cognizione del dolore. Il mestiere del punto di vista, non pretendere che siano gli altri a difendersi perché potrebbero non esserne capaci, entrare sempre chiedendo permesso. Sono stato tante volte ospite nell'intimità degli altri ed è successo raramente che mi sentissi a casa.
una porta chiusa e il lato oscuro della luna
Cosa ci ricordiamo dei giorni importanti. Spesso ci ricordiamo la data e qualche momento. Io di oggi mi ricorderò il momento in cui sono rimasto solo qui, mi sono seduto e ho acceso lo stereo. The dark side of the moon, non poteva essere altrimenti, il buio, il silenzio e poi lento con il suo battito l'inizio di questo cd che ho ascoltato centinaia di volte, e in ogni giorno importante. In questa casa ancora semivuota che lentamente ho iniziato a riempire, come quella stanza che ho sentito figlia e adesso sento mamma. E questi giorni sono stati belli, nonostante tutta la fatica, anche perché le cose che lentamente ho portato qui sono le cose che lentamente ho accumulato nel corso di questo abbozzo di vita. E come mi ero ripromesso pochi giorni fa, alcune cose le ho lasciate, altre ho deciso di conservarle. Preferisco viaggiare leggero, chè spero che la strada da fare sia ancora molta.
E' stata un'emozione strana quella che ho sentito poche ore fa entrando ancora una volta nella mia vecchia stanza, per raccogliere le ultime cose e per salutarla, accendendo la luce e spegnendola uscendo senza voltarmi indietro un'ultima volta. Vado a casa ho detto uscendo, non mi è venuto naturale no, non ancora. Ma è stata un bella emozione, perché alla fine di quello che sono diventato in quella stanza non sono poi così deluso, perché di quello che mi aspetta adesso che ne sono uscito sento di non dover avere troppa paura.
E' stata un'emozione strana quella che ho sentito poche ore fa entrando ancora una volta nella mia vecchia stanza, per raccogliere le ultime cose e per salutarla, accendendo la luce e spegnendola uscendo senza voltarmi indietro un'ultima volta. Vado a casa ho detto uscendo, non mi è venuto naturale no, non ancora. Ma è stata un bella emozione, perché alla fine di quello che sono diventato in quella stanza non sono poi così deluso, perché di quello che mi aspetta adesso che ne sono uscito sento di non dover avere troppa paura.
se non ti importa di quello che mi accade
la mia ora, stavolta sì. stamani quando sono partito ancora un viaggio, ancora tu. nebbia e avvisaglie d'inverno. emergevano a tratti fari di automobili di viaggiatori con gli occhi stanchi e le facce tristi. un sorriso stampato sul mio volto. osservare il mondo che mi circonda scoprirlo nuovo ogni giorno un po' di più. e c'è uno sguardo e c'è un sorriso. applausi che vengono dal niente. ce ne sarebbero di cose da scrivere di colline che emergono lente sulla luce radente dell'alba delle curve della mia vita. il mio sguardo semplice e lineare sorvolando lieve un mondo che lento ridiventa mio. ad un tratto uscire dal mare di nebbia che per una volta non di un faro ma del sole... e il suono dolce di un pianoforte... lo sciogliersi delle nuvole al sole l'arrendersi della foschia del mattino all'azzurro del cielo. vorrei saper emozionare vorrei sapermi dare più... e in un mattino qualunque segni e sintomi.... una centoventisette bianca che emerge dalla nebbia guidata da un vecchio signore... immaginare per un momento che il loro viaggio sia iniziato almeno tre decenni fa... trovarsi sulla stessa strada per caso e per fortuna... il sole che sorge lentamente e un tuffo al cuore... guardarti dritto negli occhi e arrampicarmi su questa vertigine perché mi dimentico di me e mi lascio travolgere... e tutto questo mi piace... sono parole e scoperte... sono un assoluto principiante e mi lascio trasportare... e ancora non so se saranno le tue labbra a indicarmi la via... niente da spartire prendersi come si è... una serata con un buon libro e buon bicchiere di vino da assaporare lento prima di andare a dormire... ma tu no... non conosci le emozioni lente e sai essere soltanto improvvisa... riscopro la mia imprevedibilità e accolgo la tua... buonanotte dall'orlo di questo mondo a cui disperatamente e felicemente mi sono riscoperto aggrappato. buonanotte e buon viaggio.
sputi
Un cd polveroso comprato dieci anni fa a Parigi. Viene da lontano e inizia lentamente, un po' come tutte le cose importanti che quando te ne accorgi è spesso troppo tardi. Siamo irrimediabilmente distratti. Rimango appeso qui tra questa luce e queste note a riflettere con calma e attenzione sulle mie giornate e a riscoprire dentro di me un sorriso lieve. Trovo i miei segni nelle mie parole che verrò a rileggere domani, nelle mie parole che stanotte tenterò di dimenticare, come ho sempre fatto. Una delle mie stagioni. E questa musica che da anni mi porto attaccata addosso. La fatica strana di questi giorni. Ho scritto e cancellato così tante volte che il mio foglio inizia a farsi più sottile e lo spazio è quasi finito. Sogni diversi e segni distratti. Sputi. Sputo via l'amaro che trovo attaccato alle mie labbra al mattino, perché ho deciso, ho deciso che c'è altro e si può e si deve. Incontri le persone e gli regali qualcosa di tuo, fosse anche la più stupida delle emozioni, la più infantile delle passioni. Rivoltando il mondo come le mie cose in questi giorni di fremente abbandono, ritrovo pezzi di me che ho sparso in giro, ritrovo i frammenti che ho rubato dagli altri. Ripercorrere lentamente o di corsa anni accumulati e abbandonati insieme a tutte le cianfrusaglie. E allora, anche se vorresti una borsa più grande, anche se di borse ne hai già due, capisci che è venuto il momento di buttare qualcosa e lo fai. Un buon viandante vorrebbe portare tutto con sè, ma sa benissimo che è meglio viaggiare leggeri. Nella vita mancano spesso i finali, ci sono soltanto dissolvenze, ma per quanto possano essere lente prima o poi quello che stiamo guardando è uno schermo nero e vediamo luci soltanto perché stavamo guardando il sole. Mi alzo e me ne vado, lo spettacolo valeva i soldi del biglietto ma adesso è finito.
frena. togli una marcia. respira. e poi giù e l'asfalto è vicino, vicino che se potessi staccare una mano gli lasceresti una carezza. un arco di compasso tra due linee bianche con gli alberi e un dirupo poco più in là. è una danza ed è un gioco. è tracciare la linea migliore è andare sempre un poco più giù. è sentire il rombo del motore e il sibilo del vento nella strada che si dimena abbracciarla e dimenarti anche tu. è sentirsi liberi.
tienti stretto quel manubrio. stringi le gambe sposta il tuo peso accelera e tirala su. che c'è la prossima curva. e un'altra storia da raccontare.
tienti stretto quel manubrio. stringi le gambe sposta il tuo peso accelera e tirala su. che c'è la prossima curva. e un'altra storia da raccontare.
psicopatologia quotidiana
quattro mura i Beatles e l'ora giusta. si potrebbe anche scrivere un post, pensavo tornando a casa. poi pensi anche no e come al solito apri l'editor di testo (sfondo nero, caratteri verdi, oddio quanto sono nerd) e infili parole una dietro l'altra per dire niente. la coerenza è una interessante forma di pigrizia. perché alla fine di tante giornate non rimane che scrivere. scrivere di rischi che avrei potuto correre e che saggiamente o meno ho evitato. dei rischi che mi sono preso. delle cose che ho detto. sorridendo. delle cose che dico, improvvisamente serio.
non so bene cosa sto cercando, prendo tutto da tutti sperando che qualcosa. ma stasera proprio non ce la faccio a prendermi sul serio. fortunatamente. non lo avrei mai detto. fortunatamente. è uno scambio, è un articolato gioco delle parti, ognuno si prenda il suo ruolo mi dissero. ma perché mi sono sempre chiesto io. perché dovrei avere soltanto un ruolo, o comunque perché dovrei tenermi sempre il mio.
come quegli attori che hanno paura delle etichette, che sei un attore comico o che fai solo piangere, non è che ho paura delle etichette è proprio che mi annoio, è che ho voglia di cambiare, che poi sì sono sempre io, e sono due lettere e un milione di momenti diversi e se mi va di ridere rido, altrimenti sto zitto, e non venitemi a chiedere perché, sono pigro e di spiegare e di spiegarmi proprio non ne ho voglia. Che poi si capisce. Fin troppo. vado in giro e la gente mi urla dietro tana! t'ho visto sai! perché no non si possono essere quattro persone diverse perché altrimenti gli altri rimangono sconvolti perché hanno bisogno delle loro certezze. E le mie di certezze dove le mettiamo? non lo so, ma tranquilli prendono poco posto, mettetevele un po' dove vi pare.
Ma che cazzo ridi? mi racconto le barzellette da solo! e sono così bravo che mi ci viene anche da ridere, e dire che le so già tutte.
Sarà che si comincia con i Beatles e si finisce sempre con i Pink Floyd.
non so bene cosa sto cercando, prendo tutto da tutti sperando che qualcosa. ma stasera proprio non ce la faccio a prendermi sul serio. fortunatamente. non lo avrei mai detto. fortunatamente. è uno scambio, è un articolato gioco delle parti, ognuno si prenda il suo ruolo mi dissero. ma perché mi sono sempre chiesto io. perché dovrei avere soltanto un ruolo, o comunque perché dovrei tenermi sempre il mio.
come quegli attori che hanno paura delle etichette, che sei un attore comico o che fai solo piangere, non è che ho paura delle etichette è proprio che mi annoio, è che ho voglia di cambiare, che poi sì sono sempre io, e sono due lettere e un milione di momenti diversi e se mi va di ridere rido, altrimenti sto zitto, e non venitemi a chiedere perché, sono pigro e di spiegare e di spiegarmi proprio non ne ho voglia. Che poi si capisce. Fin troppo. vado in giro e la gente mi urla dietro tana! t'ho visto sai! perché no non si possono essere quattro persone diverse perché altrimenti gli altri rimangono sconvolti perché hanno bisogno delle loro certezze. E le mie di certezze dove le mettiamo? non lo so, ma tranquilli prendono poco posto, mettetevele un po' dove vi pare.
Ma che cazzo ridi? mi racconto le barzellette da solo! e sono così bravo che mi ci viene anche da ridere, e dire che le so già tutte.
Sarà che si comincia con i Beatles e si finisce sempre con i Pink Floyd.
la stanza scura
Luce rosso sangue rappresa sul muro. Non c'è consolazione stasera, nè tranquillità.
Un vecchio cd senza nome con due lettere graffiate via nella mia calligrafia spigolosa degli appunti distratti. Iniziali di un nome. Iniziali di chi.
Ci trovo dentro grumi densi di nero e indelicati sprazzi di luce.
La spengo questa luce.
Esco.
La musica la porto con me.
Un vecchio cd senza nome con due lettere graffiate via nella mia calligrafia spigolosa degli appunti distratti. Iniziali di un nome. Iniziali di chi.
Ci trovo dentro grumi densi di nero e indelicati sprazzi di luce.
La spengo questa luce.
Esco.
La musica la porto con me.
una giornata che faccio a schiaffi con i miei mulini, tutto il giorno, che ci litigo, che mi imbestialisco, che le provo tutte, ma proprio tutte, comprese le macumbe, i riti scaramantici e le telefonate a quelle donnine buffe che ti fanno i tarocchi in televisione.
Ma niente.
Mi prende per il culo, e non è un sospetto, è proprio così, sono proprio sicuro.
Pazienza.
Ma niente.
Mi prende per il culo, e non è un sospetto, è proprio così, sono proprio sicuro.
Pazienza.
due librerie e un divano
una setata morbida come a volte succede. intorno ad un a tavolo seduti a chiacchierare di tutto e soprattutto di niente. poi arrivi qui la mezzanotte è appena passata la notte sarebbe ancora giovane ma la voglia di uscire non c'è non c'è voglia di far niente e non è un male ed è giusto che sia così. alla fine di una giornata importante, importante sì perché oggi mi sono comprato due librerie e un divano, in quest'ordine. tra un po' tolgo le tende e vado a vivere da solo. poco lontano da qui, ma queste mura che mi hanno visto passare da trenta centimentri ad un metro e ottantaquattro (dieci anni fa alla visita militare, da quel giorno in poi nessuno mi ha più misurato) non saranno più mie non saranno più il posto che chiamo casa. E sono momenti importanti, cazzo se sono momenti importanti.
Una libreria dicevo, la prima cosa, quando ho iniziato a pensare al trasloco la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i miei libri, poi i cd, e poi lo stereo. il mio comodino, ma quello lo sapevo che mi avrebbe seguito, e il mio letto. le poche cose giuste. non è tanto il luogo dove siamo che ci fa sentire a casa, pensavo, sono le cose, materiali o no, che ci sono successe che ci hanno segnato che lentamente ci hanno aiutato ad essere quello che siamo. E allora i miei libri i miei quadri figli dei miei viaggi la mia musica sono la prima cosa che porto con me. sono quanto mi basta sono tutto quello che mi serve, musica una penna e un foglio giallo (punto).
E un divano. Pensato intorno al caminetto che c'è già, un divano con la chaise longue, che erano anni che volevo un divano con la chaise longue, e saranno serate intense quelle che mi passerò su quel divano che potrò chiamare mio. Sarà che sotto sotto sono un romanticone ma immaginarmi davanti al fuoco con lo stereo accesso e la luce spenta sdraiato sul mio divano già mi mette di buon umore. Sento il sapore della mia libertà e della mia vita che prende una forma che m'assomiglia e m'accorgo di starci bene dentro, m'accorgo che in mezzo a tutto questo casino qualcosa di buono alla fine sto riuscendo a metterlo insieme.
Ah! ovviamente. Le serate davanti al fuoco sono mie, ma tutte le altre, quelle serate che i vicini alla fine bussano alla parete con qualunque oggetto gli passi tra le mani, che alla fine piangono che alla fine chiamano i carabinieri e ci portano tutti dentro, sono e saranno anche le vostre, siete tutti invitati.
A presto.
Una libreria dicevo, la prima cosa, quando ho iniziato a pensare al trasloco la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i miei libri, poi i cd, e poi lo stereo. il mio comodino, ma quello lo sapevo che mi avrebbe seguito, e il mio letto. le poche cose giuste. non è tanto il luogo dove siamo che ci fa sentire a casa, pensavo, sono le cose, materiali o no, che ci sono successe che ci hanno segnato che lentamente ci hanno aiutato ad essere quello che siamo. E allora i miei libri i miei quadri figli dei miei viaggi la mia musica sono la prima cosa che porto con me. sono quanto mi basta sono tutto quello che mi serve, musica una penna e un foglio giallo (punto).
E un divano. Pensato intorno al caminetto che c'è già, un divano con la chaise longue, che erano anni che volevo un divano con la chaise longue, e saranno serate intense quelle che mi passerò su quel divano che potrò chiamare mio. Sarà che sotto sotto sono un romanticone ma immaginarmi davanti al fuoco con lo stereo accesso e la luce spenta sdraiato sul mio divano già mi mette di buon umore. Sento il sapore della mia libertà e della mia vita che prende una forma che m'assomiglia e m'accorgo di starci bene dentro, m'accorgo che in mezzo a tutto questo casino qualcosa di buono alla fine sto riuscendo a metterlo insieme.
Ah! ovviamente. Le serate davanti al fuoco sono mie, ma tutte le altre, quelle serate che i vicini alla fine bussano alla parete con qualunque oggetto gli passi tra le mani, che alla fine piangono che alla fine chiamano i carabinieri e ci portano tutti dentro, sono e saranno anche le vostre, siete tutti invitati.
A presto.
Comodino, T.V.T.T.B!!!
Ho messo a posto i cassetti del comodino. Ora penserete che lo faccio spesso. E invece no, non lo faccio mai, e ve lo avevo detto. In verità ho messo a posto soltanto il primo (sono tre in tutto) ma è quello che considero più importante quindi la cosa è comunque un evento.
E' pieno di fogli gialli il mio comodino, questo l'ho sempre saputo, ma mi ero dimenticato che li conservo ordinatamente piegati in otto, tutti uguali che sembrano piegati a macchina, e tenuti insieme con un elastico. Sono un maniaco, lo so, ora lo sapete anche voi. Dentro una scatola nera sul fondo del mio cassetto, tutti lì, e tutti iniziano nello stesso modo, con la data e l'ora precisa al minuto, sono un maniaco, appunto. E non vi dico l'impressione che fa leggersi le cazzate datate millenovecentonovantasei.
La cosa divertente è che sono gli sfoghi stupidi e banalotti di un coglione di adolescente che non ha mai avuto problemi in vita sua e allora ha deciso di inventarseli i problemi, tutte puttanate per fortuna.
La cosa veramente preoccupante è che quello che scrivo adesso... è uguale.
Vabbè lasciamo perdere quest'aspetto, è meglio.
Poi ho letto anche qualche lettera che invece di non aver mai spedito ho veramente ricevuto. E quello che c'è scritto non ve lo dico, sono fatti miei. Ma una mi ha fatto tenerezza. E' una lettera del millenovecentonovantasei, anche questa, mi viene il sospetto che prima di allora non sapessi nè leggere nè scrivere. Sulla busta c'è il mio nome, è scritto con quei caratteri paffuti che usavamo da piccoli per fare le scritte nei diari, quei caratteri paffuti veramente anni ottanta, di quando ancora il concetto di font, di corpo del carattere, se non addirittura di wordart, ci erano completamente sconosciuti. E poi sulla busta c'è questo T.V.T.T.B. in delle belle lettere in stampatello, circondato da un sacco di cuoricini.
Non c'è niente da fare, è talmente kitsch che mi ci viene da ridere.
Mi sono improvvisamente ricordato perché ci lasciammo.
Non apprezzava il mio sarcasmo.
E' pieno di fogli gialli il mio comodino, questo l'ho sempre saputo, ma mi ero dimenticato che li conservo ordinatamente piegati in otto, tutti uguali che sembrano piegati a macchina, e tenuti insieme con un elastico. Sono un maniaco, lo so, ora lo sapete anche voi. Dentro una scatola nera sul fondo del mio cassetto, tutti lì, e tutti iniziano nello stesso modo, con la data e l'ora precisa al minuto, sono un maniaco, appunto. E non vi dico l'impressione che fa leggersi le cazzate datate millenovecentonovantasei.
La cosa divertente è che sono gli sfoghi stupidi e banalotti di un coglione di adolescente che non ha mai avuto problemi in vita sua e allora ha deciso di inventarseli i problemi, tutte puttanate per fortuna.
La cosa veramente preoccupante è che quello che scrivo adesso... è uguale.
Vabbè lasciamo perdere quest'aspetto, è meglio.
Poi ho letto anche qualche lettera che invece di non aver mai spedito ho veramente ricevuto. E quello che c'è scritto non ve lo dico, sono fatti miei. Ma una mi ha fatto tenerezza. E' una lettera del millenovecentonovantasei, anche questa, mi viene il sospetto che prima di allora non sapessi nè leggere nè scrivere. Sulla busta c'è il mio nome, è scritto con quei caratteri paffuti che usavamo da piccoli per fare le scritte nei diari, quei caratteri paffuti veramente anni ottanta, di quando ancora il concetto di font, di corpo del carattere, se non addirittura di wordart, ci erano completamente sconosciuti. E poi sulla busta c'è questo T.V.T.T.B. in delle belle lettere in stampatello, circondato da un sacco di cuoricini.
Non c'è niente da fare, è talmente kitsch che mi ci viene da ridere.
Mi sono improvvisamente ricordato perché ci lasciammo.
Non apprezzava il mio sarcasmo.
fotogramma
Mi sono chiesto a volte come nascano alcune inquadrature, quelle che le guardi una volta e poi te le ricordi tutta la vita, che magari è soltanto un fotogramma ma proprio non te lo puoi dimenticare. Sarà che ho una memoria strana, che mi fa ricordare alcuni momenti, fotografie rubate, immagini nitide che non se ne vanno, che non invecchiano, mai.
Una risposta precisa non sono mai riuscito a darmela. Anche perché credo che ognuno segua il suo percorso, fatto di lunghe ore passate a pensare o magari di illuminazioni improvvise, fatte di quella cosa che generalmente si chiama ispirazione.
Un piano strettissimo su di un pennello, nuovo. E poi lentamente una mano e un braccio disteso lungo il fianco. Una schiena larga e una camicia ampia, di quelle comode di quelle estive, il colore è un celeste slavato di mille lavaggi, una di quelle camicie che anche quando cadono a pezzi non ce la fai a buttarle via perché hanno troppa storia dentro.
E poi mi fermo qui, su di un piano americano fatto un po' male, che taglia via la testa. Un altro braccio steso e un secchio, anzi no, non un secchio, una latta di vernice nera, di quelle con il manico fatto di filo di ferro che si piega sotto il peso della vernice e che taglia le mani. Il sole riflesso sulla latta inonda la camera di luce soltanto per un momento e poi l'inquadratura si allarga.
Uomo di spalle, camicia, pennello, vernice. Un muro.
Un muro bianco di quelli con l'intonaco irregolare che a toccarlo senti mille piccoli avvallamenti e quelle punte che ti si conficcano nelle mani. L'uomo lo sa, lo ha già fatto, che se preme la sua mano sul muro per un po' ci rimane il segno, tanti puntini arrossati che poi lenti guariscono e scompaiono, ma stavolta no, il muro serve per un altra cosa.
Il muro è molto più alto dell'uomo. Naso all'insù, pennello, vernice.
Il muro finisce, è soltanto un muro, non c'è una casa dietro al muro. Dietro al muro c'è il mare, di un azzurro perfetto, e le onde. Le onde che sono linee bianche che entrano nel muro.
L'uomo apre la latta di vernice e il nero è lucido e l'uomo si specchia sulle piccole onde dentro alla latta e socchiude gli occhi perché nella vernice entra il sole.
Il pennello s'immerge nella vernice e torna su per respirare, la vernice continua a colare in un filo sempre più sottile che lentamente diventa una goccia e scompare.
Lasciare un segno, ma di disegnare non è mai stato capace, scriverci qualcosa ecco, questo sì. Ma le parole giuste non le ha mai sapute trovare.
Una risposta precisa non sono mai riuscito a darmela. Anche perché credo che ognuno segua il suo percorso, fatto di lunghe ore passate a pensare o magari di illuminazioni improvvise, fatte di quella cosa che generalmente si chiama ispirazione.
Un piano strettissimo su di un pennello, nuovo. E poi lentamente una mano e un braccio disteso lungo il fianco. Una schiena larga e una camicia ampia, di quelle comode di quelle estive, il colore è un celeste slavato di mille lavaggi, una di quelle camicie che anche quando cadono a pezzi non ce la fai a buttarle via perché hanno troppa storia dentro.
E poi mi fermo qui, su di un piano americano fatto un po' male, che taglia via la testa. Un altro braccio steso e un secchio, anzi no, non un secchio, una latta di vernice nera, di quelle con il manico fatto di filo di ferro che si piega sotto il peso della vernice e che taglia le mani. Il sole riflesso sulla latta inonda la camera di luce soltanto per un momento e poi l'inquadratura si allarga.
Uomo di spalle, camicia, pennello, vernice. Un muro.
Un muro bianco di quelli con l'intonaco irregolare che a toccarlo senti mille piccoli avvallamenti e quelle punte che ti si conficcano nelle mani. L'uomo lo sa, lo ha già fatto, che se preme la sua mano sul muro per un po' ci rimane il segno, tanti puntini arrossati che poi lenti guariscono e scompaiono, ma stavolta no, il muro serve per un altra cosa.
Il muro è molto più alto dell'uomo. Naso all'insù, pennello, vernice.
Il muro finisce, è soltanto un muro, non c'è una casa dietro al muro. Dietro al muro c'è il mare, di un azzurro perfetto, e le onde. Le onde che sono linee bianche che entrano nel muro.
L'uomo apre la latta di vernice e il nero è lucido e l'uomo si specchia sulle piccole onde dentro alla latta e socchiude gli occhi perché nella vernice entra il sole.
Il pennello s'immerge nella vernice e torna su per respirare, la vernice continua a colare in un filo sempre più sottile che lentamente diventa una goccia e scompare.
Lasciare un segno, ma di disegnare non è mai stato capace, scriverci qualcosa ecco, questo sì. Ma le parole giuste non le ha mai sapute trovare.
alba
ancora una notte malata tra la mia musica chilometri e gomme che urlano maltrattate... ancora qui ancora nella tana... velocità folli in strade illegali.. perché prendere la strada dritta e sicura non fa per me non fa per me... angoli della mia vita tra una curva e l'altra niente è più lo stesso già domani domani... guardare la fine di un altro bicchiere tra amici vecchi e amici appena conosciuti... due chiacchiere sconosciute... riconoscere facce nuove e dimenticarsi di vecchi occhi... e alla fine di un viaggio c'è sempre un viaggio da ricominciare.. come questa strada che quando finisce ti mette malinconia e tristezza perché se durasse da qui all'eternità facendo fischiare le gomme e con il volante tra due dita e l'ennesima sigaretta... un miraggio tra le tue labbra scivolando leggero... il colore del tramonto all'orizzonte sulla mia strada... perdere il controllo soltanto per un momento... da qui partire ancora una volta e qui tornare sempre... le mie notti perse nell'aria gelida ricordando distratto il calore diurno di pomeriggi stanchi e assolati... lontano qui nella mia torre... non lasciarsi capire perché tutto questo è fin troppo complicato... folle corsa tra me e gli altri nascondersi perché la peggiore fatica è quella di svelarsi... sarà qualcuno non ora non qui tra le mie foto e i miei occhi... senza farmi notare... le mie parole lanciate nel nulla e che qualcuno le raccolga... non so chi non so come... non sto aspettando nessuno sto cercando me stesso... lasciato in un angolo in questa stanza vuota... immagini faticose tra una festa e una tempesta... chi legge queste parole chi raccoglie questi segni... chiunque verrà nel suo e nel mio silenzio potrà essere il benvenuto... è sufficiente che non si prenda sul serio... è sufficiente non chiedere niente... è un cammino quello che condividiamo... è un lungo cammino quello che potremmo e dovremmo fare insieme senza chiederci niente... dandoci tutto quello che possiamo... passando tra un posto e l'altro.. tra una persona e l'altra... raccogliendo le nostre piccole umanità... spaventato e sfinito...
la danza del clown nudo
vorrei scriverti una lunga lettera... così inizia una delle mie lettere più belle... una nuova sera lungo il solito nastro d'asfalto la stessa linea bianca dritta fino a casa... asfalto lucido di pioggia cielo freddo e una miriade di stelle.... sono le tre di una notte dolce e sola come tante delle mie notti... mi lascio prendere e portare via dalle mie piccole manie... la danza del clown nudo... sotto le luci in mezzo al palco... partire da lì partire da te... arrivare disfatto sfinito alle tre del mattino le cuffie e la musica al solito volume da schiamazzi notturni... i pink floyd a tenermi la solita compagnia... delirio sommesso scomposto e sfinito... e tutto dovrebbe avere un senso ma non sono questi i giorni per trovarlo non sono questi i giorni per inventarsene uno... non riesco a vedere... anche se tutto questo raccolto nella coppa lucente delle mie mani dovrebbe averlo un senso... l'ultimo alito della mia resistenza... cambiano le cose cambiano le persone... ma si riconoscono i tratti fondamentali a distanza di anni... fare due passi parlare finché c'è luce vaghi ricordi di cose scritte in mesi lontani... parlare anche quando la luce lenta scompare e nel mio lunghissimo tramonto ritrovare me ritrovare tutto quello che mi sembra adesso smarrito... un'estrema difesa del mio mondo fatto di abitudini di necessità... i miei piccoli fallimenti... le mie grandi delusioni mascherate nascoste e seppellite... un'interminabile serie di immagini e di parole confuse e sovrapposte... riflessi nell'acqua in uno specchio... cosa c'è soltanto un passo più in là.. i vostri volti e i vostri occhi guardarci dentro e cercare di affondarmici per capire e per capirvi... un amico giallo l'altro blu... la gabbia è sempre quella... prigionieri in una folle corsa... potrebbe ancora essere una serata interessante... fiera tra un banco di dolciumi e l'altro intravedere il proprio destino... mi muovo verso un'altra destinazione verso un luogo ancora lontano da qui... voci deformate nel falsetto delle emozioni... raccogliere le parole sbagliate incrociare uno sguardo per un momento soltanto.. salutare e salutarsi... affondare lento... scomparire in un giro di basso su tre note di organo... incamminarsi un passo dopo l'altro tra una bugia e la finzione... quando ormai tutti se ne sono andati... quando non c'è rimasto niente ancora da raccogliere soltanto rifiuti e bicchieri vuoti... le mie notti sono scure e vuote di sogni... mi sveglio ogni mattina in un breve sussulto e non ricordo cosa di me è stato nella notte appena trascorsa... è una fortuna... uccidere i propri sogni nel torpore di ogni mattino nella luce affilata che penetra da una finestra socchiusa... poco lontano ma lontano da qui...
due somme e un contachilometri
ci sono quei giorni che volente o nolente tracci una riga e tiri giù due somme. A volte il caso a volte il calendario, ma prima o poi capita a tutti. E se lo fai perché una volta l'anno giri un numerino come fosse quello del contachilometri ti può andar bene e ti può andar male; nel senso che sotto sotto siamo tutti un po' lunatici, capita a tutti di svegliarsi una mattina e di aver voglia soltanto di tirare le coperte mezzo metro più in su. Se fai le somme in una di quelle giornate, non c'è niente da fare, i conti sono sempre in rosso. Poi invece ti capita che sei lì a fare i conti nella giornata giusta, che sei stanco sì, che hai mille cose da fare, anche, ma che alla fine tutto scorre come dovrebbe. E allora ogni tanto ce la fai anche a tirarti su di morale. E ripensi a tutta la strada fatta da quando hai girato l'ultima volta il numerino sul contachilometri, a quello che hai visto alle persone che hai incontrato a quello che eri e quello che sei diventato.
Questi numerini che mi hanno ipnotizzato una notte intera su di un nastro d'asfalto lungo tutta la Germania. Ci siamo fatti compagnia per ore, io, loro e i fari di chi condivideva la mia strada, fosse per qualche centinaio di metri o per qualche centinaio di chilometri. E giravano velocissimi questi numerini e mi trovavo da un momento all'altro dal buio di un bosco alle luci di una città tra discese e salite con gli occhi sull'orizzonte dipinto dai fari guardando la prossima curva con le braccia stanche e la moto pesante di me di chilometri di bagagli.
E veloce è corso via quest'anno, pieno di salite e di discese, attraversando posti stupendi e con tante persone meravigliose, per una serata o per qualcosa di più, scambiando due parole o regalandosi molto di più.
Tutto sommato. Quest'anno chiudo in attivo.
Grazie.
Ah! quasi dimenticavo, auguri.
Questi numerini che mi hanno ipnotizzato una notte intera su di un nastro d'asfalto lungo tutta la Germania. Ci siamo fatti compagnia per ore, io, loro e i fari di chi condivideva la mia strada, fosse per qualche centinaio di metri o per qualche centinaio di chilometri. E giravano velocissimi questi numerini e mi trovavo da un momento all'altro dal buio di un bosco alle luci di una città tra discese e salite con gli occhi sull'orizzonte dipinto dai fari guardando la prossima curva con le braccia stanche e la moto pesante di me di chilometri di bagagli.
E veloce è corso via quest'anno, pieno di salite e di discese, attraversando posti stupendi e con tante persone meravigliose, per una serata o per qualcosa di più, scambiando due parole o regalandosi molto di più.
Tutto sommato. Quest'anno chiudo in attivo.
Grazie.
Ah! quasi dimenticavo, auguri.
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