closing time

Cazzo, ma è possibile che anche questo ti scivoli addosso?

e cosa c'entra? c'entra c'entra. Non facesse così caldo te lo spiegherei. Ma adesso no, perché la questione è complicata. E' che non sopporto quando la gente spegne il cervello. Discuti per tre ore, poi ti metti le mani davanti agli occhi, aspetti un secondo e poi, quando riapri le dita come facevamo da bambini per fare cucù, lo sai, perdio, lo sai che già non ci pensa più.

Mi ci incazzo, non c'è niente da fare. Per fortuna. Quando non avrò niente per cui incazzarmi o sarò morto... o sarò morto.

Oh un t'incazzare, vien via, che è tempo di ferie.

Ecco, meglio. Sole, mare, curve. Una moto una tenda e un biglietto di sola andata. Poi si vedrà se e quando si torna, come, con chi e soprattutto vedremo di tornare, come al solito, con qualche perché. Ma per ora basta.

Saranno giorni bruciati dal sole, con gli occhi scaraventati sugli scogli a picco sul mare e verso la prossima curva, con quella gente che nemmeno conosci e ti apre la porta, gente che non ha avuto un cazzo dalla vita e allora ha imparato a darti tutto. Perché sei un ospite, perché devi sempre andartene e avere già la voglia di tornare.

Intanto io, stavolta, ho veramente voglia di partire.

E allora? Bhe, allora: buone vacanze.

PS. Chiuso per ferie.

dormiveglia

Mi svegliai di soprassalto convinto di aver dormito per giorni. L'aria si era fatta d'improvviso gelida. L'afa che come una cappa ci aveva sovrastato per giorni si era come dissolta.

Le lenzuola ridotte ad un grumo informe erano intrise del sudore dell'ennesimo sogno finito male. Con l'amaro ancora attaccato alle labbra mi alzai, buttai loro tra la biancheria sporca e lo strano ricordo attaccatto al mio dormiveglia nel dimenticatoio.

La lama di vento che entrava dalla finestra lasciata socchiusa mi bruciava la pelle. Il sudore della notte rifletteva i bagliori dei lampi che illuminavano a giorno le colline che da sempre erano il limite ultimo del mio sguardo.

Le nubi erano in tumulto e l'aria già sapeva di pioggia.

Aprii del tutto la finestra della stanza e inspirai quel freddo buono fino al primo lancinante colpo di tosse.

Allungai una mano e dal comodino presi l'ultima sigaretta, sorpreso nel vederla ancora intatta dentro a quel pacchetto ridotto ormai ad un mucchietto di carta straccia.

Il fumo azzurrognolo dopo il lampo di luce soltanto per un attimo dentro ai miei occhi.

Troppi i ricordi accumulati, infinito il disordine e il rumore.

Mi distesi sul materasso nudo con gli occhi sbarrati al soffitto, indeciso tra il nuovo incubo che il sonno mi avrebbe portato e i vecchi incubi in cui la veglia mi avrebbe nuovamente trascinato.

tipo quelli di Maria De Filippi

Può capitare, e per fortuna capita ancora, che ci siano quelle persone con cui non c'è bisogno di parlare e che allora ci parli per ore. Dappertutto, seduti in un bar di terz'ultimo ordine con un inquietante aperitivo davanti, su di una spiaggia, interrompendosi ogni due secondi per benedire un culo e la bellezza dei vent'anni o davanti allo schermo di un computer a un paio di fantastilioni di chilometri di distanza.

Persone che sanno che c'è un posto per loro, tutti i giorni, dentro di te. Possono usarlo o no, ma quel posto rimane, è lì, ogni giorno, e possono riempirlo con parole che ti cambiano la vita o rompendo il silenzio solo per la solita stronzata, per l'ennesimo tormentone partorito quando già eravamo mezzo affogati nell'ultimo negroni della serata.

Amici che ti vengono a cercare quando meno te l'aspetti e quando più ne hai bisogno. Amici che arrivano e stanno zitti fino a quando non è il loro turno di parlare, aspettano e aspetteranno anche se il loro turno non verrà mai. Cazzo, mica facile trovarle le persone così.

Non ti dirò i nomi di questi amici, perché magari tra questi ci sei anche tu, perché poi ti monteresti la testa, forse. Perché tanto, se sei uno di quegli amici lì, non c'è certo bisogno che te lo venga a dire.

A casa tutti bene, l'ultima volta, due mesi fa

Fotogrammi sfocati immagini bruciate e luce sfavillante. Dure insinuazioni e un velato sospetto. L'elemento congeniale, tutto questo non si deve fare. Sguardi biechi levati alti e nessuna favola da raccontare nel contrappasso di notti scure. Giornate cadenti sull'idea fissa fuori di qui. Emozioni che in altre ere definiremmo scolorite adesso soltanto scomposte. Maltrattare speranze, riposte dove capita, nel primo sguardo che passa, nell'ultimo culo che ho visto. Deliri di onnipotenza alcolica di mascheroni in festante corteo nel rivoltante défilé, poco da dire, troppo da bere. Un caro saluto, dove diavolo ci siamo conosciuti, quella volta amica dell'amica dell'amico, o era una cena, o era un aperitivo. Volti scomparsi parole mancanti all'appello. La questione è certamente poco chiara. Il caldo è pesante le tue parole, spesso, anche. Credi davvero che m'importi. Non so chi c'è là dentro, non ho intenzione di andare a vedere. Barcollo sul confine netto deciso, un piede fuori un piede poco più in qua. Sono di fuori, non sono di qui. E a casa tutti bene?