Cipolle e libertà

ho letto un libro talmente strano che ho cercato la copertina su internet per metterla sul blog e non l'ho trovata. Avrei voluto farne una scansione, ma il libro l'ho prestato, e questa è la quinta volta che lo presto, quindi non posso. Sul sito della casa editrice c'è un cartello con su scritto "in fase di ristrutturazione" e quindi niente pagina dell'editore. Inizio a sospettare che sia una congiura.

Il libro si chiama "Cipolle e Libertà" e sono i ricordi di un metalmeccanico di nome Gelmino Ottaviani invecchiato tra la fabbrica e il sindacato e ormai alle soglie della pensione.

Il libro l'ho conosciuto perché c'è stato uno, uno che secondo me è bravo, che qualche anno fa ne ha tirato fuori un monologo teatrale. E il monologo è un po' come il libro: seduto. Ma non nel senso che annoia, no, nel senso che è come avere uno dei nostri vecchi davanti che ti racconta la sua storia. E, a parte le cose che dice, che sono lezioni di vita, è anche questo che mi piace.

Non so se a voi è mai successo di passare un'ora o più della vostra vita seduto ad ascoltare una persona che avesse quattro volte la vostra età. Sono rare le occasioni in cui queste persone trovano la voglia di raccontare. Sarà che sono stanchi, sarà che sanno che il tempo che gli rimane è poco, sarà che in un modo o in un altro i loro racconti parlano sempre di freddo, di fame, di guerra.

E me ne ricordo soprattutto una di serate passate ad ascoltare. Era estate e faceva un caldo impossibile, l'affanno dell'afa spariva soltanto verso le due del mattino. E successe proprio verso quell'ora che ci trovammo seduti in quattro o cinque e che Sandro tutto ad un tratto iniziò a raccontare. Ottanta anni di capelli bianchi, di muscoli tirati sulle piccole ossa, di rughe sul volto di chi ha combattuto una vita tra il sole e la terra dei campi e quegli occhi azzurri e svegli che sono ancora quelli di un ragazzo di vent'anni.

Fu una notte di racconti della sua campagna, delle legnate prese dai fascisti, delle cose viste in guerra e del ritorno a piedi dalla Jugoslavia. Del freddo dell'inverno greco e di quello delle notti passate nel bosco sperando che nessuno ti venisse a cercare. Ridemmo, ridemmo fino a piangerne di certe cose che ci si dovrebbe soltanto piangere.

Poi me ne andai a casa, in bicicletta, ed era già l'alba.

Ah, sì, poi la copertina del libro l'ho trovata.