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infinite jest letto al mio gatto

Una di quelle giornate dove niente desta il mio interesse. Mi sento distante. Un cielo grigio su quest'aria fredda in un preludio d'inverno, ma non è questo no. Ci sono giornate così e basta. C'è un libro aperto su di una pagina a caso. Leggo frasi dense come le nuvole che sbircio fuori dalla finestra che lascia entrare uno spiraglio di penombra. Cerco di immergermi nel profumo dolce della mia vaniglia confuso tra mille altri odori. Il respiro più rarefatto ad ogni passo divagando e affogandomi in questra aspra e difficile ironia. Oggi non so oggi non posso scrivere di altro. E il libro che sto sfogliando è sempre il solito e cerco di convincermi che tutto questo è realmente stato, come se fosse l'ultimo segno tangibile di esistenza. Come è possibile sopravvivere a quest'eclettismo esasperato senza banalizzare nulla. Con mano leggera tratteggiare a tinte forti una linea e inseguirla attraverso le persone e le idee. Sopravvivere: avrebbe forse apprezzato questo cupo sarcasmo. Maledetto lui lasciarci da soli qui a districarci in questo labirinto. Non una guida, questo no, ma uno che la sapeva lunga, uno dei rari personaggi capace di spiegarti il chiaroscuro e di farti rimanere lì a pensare. Uno che non ti fa respirare per ventipaginesenzamancounpunto e poi (che rumore fa uno quando inspira profondamente?) ti svegli di soprassalto e torni indietro perché sei stordito perché hai letto tutto ma non hai ancora capito. Leggo qualche paragrafo a bassa voce al gatto. Sembra interessato, o forse infastidito perché disturbo il suo sonnecchiare, forse mi ha soltanto preso per scemo. E poi apro l'ultima pagina, che vuol dire poco perché la vera fine del libro è impossibile trovarla perché anche se ci fosse sarebbe persa e frantumata in ogni pagina. Mi torna in mente quando lessi quell'ultima pagina e mi sentii orfano. Chiusi il libro con un misto di soddisfazione e tristezza. Ero su di un aereo e pensai che non avrei potuto trovare un nonluogo migliore.

DFW

Oggi è una giornata triste.

Lo scherzo è finito, David Foster Wallace s'è impiccato.

Non trovo parole per descrivere come mi sento, è strano provare una cosa così per una persona mai vista e mai conosciuta se non dai suoi libri. Come per Mario Rigoni Stern qualche mese fa.

"La gigantesca Signora di Liberty Island nel porto di New New York ha il sole come corona e sotto una delle sue braccia di ferro tiene una cosa che assomiglia a un immenso album di foto, e l'altra mano tiene sollevato in alto un prodotto. Il prodotto viene cambiato ogni primo gennaio da alcuni uomini coraggiosi con tanto di scarpe chiodate e gru."

Ciao David, la verità ha finito con te, la verità ti ha reso libero.

una storia

[Lenta dissolvenza su, esterno giorno] Un vecchio manicomio. Vecchio e fatiscente. La storia potrebbe iniziare in un imprecisato giorno di settembre, ah sì, piove ma non fa freddo, alla fine è ancora settembre. Sono le otto e mezzo del mattino, più o meno, e ci sono questi strani personaggi che uno ad uno arrivano guardandosi circospetti, anzi no, forse solo curiosi, intorno. C'è la scritta "OSPEDALE PSICHIATRICO" in quelle vecchie lettere di terracotta blu, sbiadite e sbeccolate dal tempo [primo piano che lento si allarga]. C'è un malandato palazzone dietro l'arco sotto la scritta. Un po' più sotto due persone che, a distanza, parlano [siamo troppo lontani, le parole non si sentono]. Si vede, si capisce che si sono appena incontrate, che non si conoscono. [l'inquadratura si stringe] Che il caso ha voluto che quel giorno fossero lì più o meno nello stesso momento entrambi senza ombrello. [in un piano sequenza alla Welles ci avviciniamo, essì che sono proprio bagnati] Chi è arrivato per primo nessuno se lo ricorda, [camera tre quarti dal basso] mi sembra che tu fossi qui, no, io sono arrivato e tu già c'eri, ma anche tu cerchi..., sì ma sai dov'è di preciso? ah no! è la prima volta che ci metto piede qui, beh tanto è presto magari aspettiamo che smetta di piovere e poi chiediamo.
[camera indietro, parole che diventano indistinte] Adesso dietro l'arco si vede una città, siamo dall'altra parte, siamo dentro al manicomio. Le due persone sono ancora sotto l'arco, ne sono arrivate altre, piove ancora e piove per tutti. Le due persone si sono un po' strette per far spazio e continuano a parlare. Si vede che non si danno fastidio, che anche più vicini stanno bene lo stesso, anzi lui le sfiora una mano per caso, ah! non ve l'avevo detto? i due personaggi sono un lui e una lei, e lei non si tira indietro. [lenta dissolvenza in chiusura]
Non è una storia d'amore. E' la storia di un'amicizia iniziata come al solito per caso e durata dieci anni nonostante tutto nonostante che le strade si siano divise e che i chilometri siano tanti. Sì, qualche attimo di debolezza ci sarà, ma il bello sarà che non si baceranno mai, nemmeno in un pomeriggio dolce e lunghissimo a casa di lei, seduti su di un letto a chiacchierare, nemmeno anni dopo quando si ritroveranno ancora per caso ancora una volta e si rimetteranno a parlare come se si fossero salutati il giorno prima o come non si fossero salutati mai.

la Centoventisette rossa

mi ricordo la centoventisette rossa di mio nonno. Me la ricordo soprattutto d'estate estratta chirurgicamente dal fondo del garage dove stava rintanata. Mi ricordo i sedili di plastica nera e i miei pantaloni corti con la mia pelle che ci rimaneva appiccicata e il calore infernale di quegli interni economici irrimediabilmente anni settanta. Erano brevi viaggi quelli che facevo con lui, non gli era mai piaciuto guidare e non aveva nemmeno mai imparato. Non andava lontano e ci andava a piedi. Da casa al bar dove giocava a carte. Lunghe partite sonnolente per ingannare i pomeriggi estivi e la pensione. Assomiglio molto a mio nonno. E' capitato che i pochi sopravvissuti che lo hanno conosciuto da giovane mi riconoscessero senza avermi mai visto "ma te sei il nipote di", sì, sono proprio io.

E poi c'è un ricordo vivido vecchio di quasi vent'anni. Mi ricordo l'unica lacrima di mio padre.

Mio nonno è morto all'inizio di ottobre, tra poco più di un mese saranno diciassette anni. Faceva freddo e al funerale mi ricordo di aver visto lacrime e respiri.

Facemmo io e mio padre un ultimo viaggio con la centoventisette rossa, in un'altra giornata fredda la portammo a mia zia e la lasciammo lì, rintanata in un altro garage, di un'altra città, della città che forse mio nonno aveva amato di più oltre al posto dov'era nato.