infinite jest letto al mio gatto

Una di quelle giornate dove niente desta il mio interesse. Mi sento distante. Un cielo grigio su quest'aria fredda in un preludio d'inverno, ma non è questo no. Ci sono giornate così e basta. C'è un libro aperto su di una pagina a caso. Leggo frasi dense come le nuvole che sbircio fuori dalla finestra che lascia entrare uno spiraglio di penombra. Cerco di immergermi nel profumo dolce della mia vaniglia confuso tra mille altri odori. Il respiro più rarefatto ad ogni passo divagando e affogandomi in questra aspra e difficile ironia. Oggi non so oggi non posso scrivere di altro. E il libro che sto sfogliando è sempre il solito e cerco di convincermi che tutto questo è realmente stato, come se fosse l'ultimo segno tangibile di esistenza. Come è possibile sopravvivere a quest'eclettismo esasperato senza banalizzare nulla. Con mano leggera tratteggiare a tinte forti una linea e inseguirla attraverso le persone e le idee. Sopravvivere: avrebbe forse apprezzato questo cupo sarcasmo. Maledetto lui lasciarci da soli qui a districarci in questo labirinto. Non una guida, questo no, ma uno che la sapeva lunga, uno dei rari personaggi capace di spiegarti il chiaroscuro e di farti rimanere lì a pensare. Uno che non ti fa respirare per ventipaginesenzamancounpunto e poi (che rumore fa uno quando inspira profondamente?) ti svegli di soprassalto e torni indietro perché sei stordito perché hai letto tutto ma non hai ancora capito. Leggo qualche paragrafo a bassa voce al gatto. Sembra interessato, o forse infastidito perché disturbo il suo sonnecchiare, forse mi ha soltanto preso per scemo. E poi apro l'ultima pagina, che vuol dire poco perché la vera fine del libro è impossibile trovarla perché anche se ci fosse sarebbe persa e frantumata in ogni pagina. Mi torna in mente quando lessi quell'ultima pagina e mi sentii orfano. Chiusi il libro con un misto di soddisfazione e tristezza. Ero su di un aereo e pensai che non avrei potuto trovare un nonluogo migliore.