ore nove ore diciotto

La vallata come un cappuccino torbido e la cima delle colline briciole a galleggiare. Sopra il rosazzurro lucido e pulito dell'alba appena passata.

In queste mattinate così placide: io mi sveglio furibondo.

Ci provo. Ma non riesco ad imparare a non disseminare il mio cammino con la solita scia di bestemmie vaffanculo e maledizioni. Ci sono cose che al mattino non si dovrebbero vedere. Tra queste: io.

Il caffè nero amaro e denso è una scossa elettrica bollente giù per la gola. Poche parole e poco comprensibili. Buongiorno. Sì, buongiorno un cazzo. In ritardo, anche stamani. Avrei dovuto anche lavare i piatti di ieri sera: sarà per un'altra volta.

E la colazione, lontano ricordo. Altro che disordine creativo, continuo così e l'unica cosa che rimedierò sarà un disordine alimentare.

Non è solo la nebbia. E' l'aria che è densa e che è rimasta appiccicata alle cose, lucide e scivolose come la pelle dei rospi. Il respiro appeso al vetro, un finestrino aperto per lasciar andare il fumo della prima sigaretta.

E il conto alla rovescia.

Buongiorno.

La prima impressione è quella che conta

la questione è seria.

parli delle mie abitudini?

certo: di cos'altro dovrei parlare? e non chiamarle abitudini, ti piacerebbe che fossero soltanto abitudini. Sono MANIE, chiamale con il loro nome santiddio. Ti rendi conto che stamani mentre stavi ancora finendo di lavarti i denti hai preso una spugna e hai dato una passata al lavandino?

Scusa cosa c'è di male? Davvero non vedo cosa ci sia di male a tenere la propria casa pulita.

E quell'armadio. In quella camera: vuota. Con quelle pareti: NUDE. Ogni volta che lo apri manca soltanto che tu ti metta a recitare una preghiera. Guarda, scommetto che se te lo chiedessi sapresti dirmi, anche adesso, in che ordine sono le camicie.

Certo! da sinistra ci sono le due bianche e poi quelle a quadr...

NON TE L'HO CHIESTO! Vedi, anche questa volta non c'hai capito un cazzo. Io ti sto chiedendo di rilassarti, di sciogliere qualcuna delle tue manie e l'unica cosa che sai fare è dirmi che non c'è nulla di male, che è tutto normale. NORMALE?! Ti prego, se non puoi smettere di pensarlo almeno smetti di dirlo.
Il tuo è un problema, ed è serio. Se l'avessi saputo, la prima volta che mi hai invitato a cena... Mi ricordo di quello che pensai mentre ero ancora sulla porta, ok, non mi ricordo che strana musica tu stessi ascoltando ma mi ricordo che pensai "mio dio, se comincia così, andiamo bene"...
Non so più cosa pensare, te ne rendi conto? Manca soltanto che tu prenda uno di quei coltelli da cucina, che, nemmeno a dirlo, tieni sempre puliti e affilatissimi e che cominci a farmi a pezzi.
No, fermo, cosa diavolo stai facendo, a cosa ti serve adesso, quel coltello?

Il senso del contrario e di un risotto ben fatto.

Dell'autunno che doveva arrivare. Di quando poi mi sono svegliato ed era già inverno: devo sicuramente aver dormito un po' troppo. La questione è difficile da digerire. Non è una cosa facile da dire. Posso riderci ma l'odore acido e ammorbante di bruciato non sono riuscito a lavarlo via dalle mani. Dell'aria secca che ti asciuga e non mi lascia dormire. Ho ancora voglia di starmi addosso? Supponiamo per un attimo che fossero le ipotesi ad essere false. La otto in buca d'angolo, un tiro perfetto. No, non mi manca la televisione, magari soltanto un po' il gattino Virgola e le televendite. No, per favore, non urlare, davvero non mi sembra il caso. Non è la camicia che non s'intona ai miei occhi è, appunto, il contrario. In quella certa stanza quattro anni quattro di cazzate e foglietti gialli. Due più in là una nuvola bianca e io di passaggio per qualche caffè. No, non me n'ero proprio accorto. Oppure il contrario: non c'ero. Sì ma, che c'entra? No ma, perché deve? Per forza? Sono possessivo sulle cose superflue, ma che abbiano un senso, soprattutto quello del contrario. Sui peli pure, ma alcuni non ce l'ho fatta a tenerli per me.

Un risotto disegnato coi pennarelli. Il giallo l'avevo finito, ho usato il viola.

E' pronto: siediti pure.

e pensare che non mi piaceva Battisti

Le nostre strade si erano incrociate tante di quelle volte che, a ripensarci dopo, sembrava quasi impossibile non essersi mai accorti l'uno dell'altra.

Strade simili sì, ma c'era così poco in comune tra noi.

Due mondi paralleli: sembravamo un gioco ad incastro. Tu con i tuoi frammenti di storia raccolti come per caso e in ordine sparso nel tuo armadio incasinato. Io con la mia storia da bravo ragazzo, con un matrimonio imminente schivato all'ultimo istante e un armadio con le camicie ordinate per colore.

E quanto ti divertivi a scambiarle di posto.

Io affogato nello stereotipo dell'intellettuale comunista e tu che non sapevi nemmeno cosa fossero destra e sinistra.

Io meno inquadrato di quello che davo a vedere, tu molto più razionale di quello che si sarebbe potuto pensare.

Ed era il nostro gioco scoprirci a vicenda, noi facce diverse di una stessa medaglia.

Affacciati sul bordo sottile a sporgersi un poco più in là.

Io con i miei vecchi dischi dei Pink Floyd e dei Beatles ordinati e precisi. E tu, che insistevi, continuamente, sempre. Che dovevo. Che non potevo. Che in tutti i modi avrei dovuto. Per forza: ASCOLTARE BATTISTI.

avrà il tuo sorriso e avrà i tuoi occhi

Polvere scintille e capelli sul pavimento immacolato del bagno.

Questo è tutto quello che m'hai lasciato. Sei scappata, scomparsa. La linea sinuosa a cui per giorni sono rimasto aggrappato è scivolata via dalle mie mani.

E adesso?

E adesso sarà difficile, come ogni volta e come ogni volta sarà più difficile della precedente.

Difficile a trentanni, sì, proprio difficile. Mettici l'esperienza, mettici che, come dice mia madre, le migliori se le sono già prese, mettici che, soprattutto, cominci ad aver capito fin troppo bene quello che vuoi.

Va bene: sto bene anche solo. Questo lo so anche da me.

Infatti non cerco qualcuno che mi tenga compagnia, cerco qualcuno che mi completi, perdio. Cerco quella che riesca a non annoiarmi, quella che bacerò ogni volta perché avrò voglia di farlo e non per tapparle e per tapparmi la bocca.

Sai cosa me ne frega poi se è di marmo, se è un ciambellino o se è rossa, gialla o turchina.

Te ne sei andata, allora.

Quindi?

Quindi non so ancora chi sarà la donna della mia vita.

Ma, anche questa volta, una cosa l'ho imparata: avrà il tuo sorriso e avrà i tuoi occhi.

Il volto del mago

Avrò avuto dieci anni e tutto sommato ero un bambino abbastanza normale. Come a tutti i bambini normali mi piacevano da impazzire i fuochi artificiali. Fumo e odore di zolfo, un'anticamera dell'inferno nel naso e luce, uno spettacolo da paradiso, negli occhi.

I fuochi sì, ma soltanto una volta all'anno. Solita festa del solito santo patrono.
Cosa? Il nome del patrono? E io che ne so, non mi sono mai interessato gran che alla gente famosa.

Era settembre, questo sì me lo ricordo bene, perché finiva l'estate, che eravamo tutti tristi perché da lì a qualche giorno sarebbe ricominciata la scuola, e quella era l'ultima, ma veramente l'ultima, occasione per far festa.

La festa era un prato con quattro banchetti di cianfrusaglie e uno di dolci. E la festa eravamo noi: bambinetti scalmanati che correvamo rincorsi da madri che, sull'orlo di una crisi di nervi, urlavano disperate l'epica frase "non correre che poi sudi" (pensa se avessero saputo quel che costa adesso l'iscrizione in una qualunque palestra dove l'unica cosa che vai a fare è sudare, perché sì, uno prova anche a rimorchiare in palestra, ma, almeno a me, non m'è mai riuscito).

E la festa erano i fuochi aritificiali.
Era il momento che tutti aspettavamo.

Centinaia di facce, tutte uguali, con il naso all'insù e la bocca spalancata, già pronta per la cascata delle o di meraviglia.

Avrò avuto dieci anni, dicevo, e anche io ero là, seduto sul prato in mezzo alle facce tutte uguali e non so come, non so perché, per un attimo i miei occhi caddero giù, e mi accorsi che dietro quella magia c'era un mago. E questo mago era un omino basso, nervoso e vestito di scuro. E correva, come un pazzo, e dalle sue mani, ogni volta che si fermava, sprizzavano scintille.

Le sue mani: e il suo volto. Teso nello sforzo e concentrato come se stesse recitando una preghiera, che deve essere precisa, dove ogni parola deve essere quella giusta e la devi dire al momento giusto. E nero. Il suo volto era nero, ma non di quel nero senegalese che conosciamo un po' tutti, era il nero della fuliggine, del fumo, della polvere pirica penetrata ormai nella sua pelle. Era un nero da miniera, quasi.

E poi mi ricordo i tre botti di luce, che tutti conoscevamo, che tutti sapevamo essere il gran finale della nostra estate.

Quella volta i tre botti li ho sentiti ma non li ho visti, che io, ormai, guardavo soltanto il volto del mago. E lui, nella luce del gran finale, senza più fretta, finalmente fermo in mezzo al cartone sbruciacchiato e ai lapilli incandescenti che cadevano dal cielo, alzò lo sguardo e guardò noi: guardò noi e le nostre facce vestite tutte uguali e: sorrise.

Un sorriso sfinito, coperto di fumo e sudore, ma un sorriso di quelli che, oh, se ne fai uno così ad una donna, quella sicuro che si innamora.

Non sono più andato a vedere uno spettacolo di fuochi artificiali in vita mia, che io alla magia mica ci credo.

e pensare che non ti piaceva De Andrè

ma che fai mi leggi nel pensiero? mi avevi detto. No, semplicemente parlo di me. Ti avevo risposto. Eppure sei capace di dire le cose nel momento esatto in cui io le sto pensando...

Ma non era così. Era soltanto il nostro modo, molto simile, di vedere le parole. Una sorta di intelligenza astratta, fatta di immagini e colori più che di suoni e significati.

Ci univa la passione smodata per la lettura e per l'arte.

E ci univano quei tuoi occhi scuri. I miei li avevi definiti furbi, mi era sembrato esagerato, a dire la verità. Piccoli e sfuggenti, ti avevo risposto, mentre lo sguardo mi cadeva ancora sul tuo seno, e tu: sorridevi.

Che poi, discutevamo per ore. Mai d'accordo su nulla, anzi, eravamo capaci di incazzarci sui nostri punti di vista stranamente simili e irriducibilmente inconciliabili e andare avanti a discutere, a ripeterci, fino a stancarci, i nostri reciproci torti. Ne uscivamo quasi convinti delle posizioni dell'altro ma mai, mai, disposti ad ammetterlo.

Testoni, testardi, orgogliosi.

Non ti eri accorta, quella sera, che m'eri sembrata uno strano riassunto di tutte le donne della mia vita. E nemmeno io. Soltanto quando mi misi a scrivere, giorni dopo, me ne accorsi. Parlavo di te e parlavo di tutte.

C'eravamo trovati come per caso e come per caso ci perdemmo, senza mai esserci avvicinati abbastanza, senza esserci mai nemmeno sfiorati.

Questo è un po' lungo, ma dovrebbe piacervi, stronzi (cit.)

Ne erano successe di cose strane, cazzo. E un cazzo era proprio quello che c'avevo capito, come al solito. Ero rimasto alla fine solo e stordito nel silenzio, come al solito. Era già notte fonda quando te n'eri andata. Anzi, era già notte fonda quando mi avevi chiesto di riaccompagnarti a casa. Lo ammetto, il mio: se vuoi puoi dormire qui, era stato tremendamente fiacco e poco convincente. Non era quello il modo di dirlo, certo, ma avevo già troppe cose che mi frullavano per la testa, e poi, diciamoci la verità: io queste cose non le ho mai sapute fare. Finché è una cena, un caffè, un bicchiere di vino, quattro chiacchiere: tutto perfetto, calibrato al millimetro: poi: il niente, quando si tratta di arrivare al dunque non so mai che pesci prendere.

Avevamo ammucchiato parole tutta la sera. Fin da quel tuo arrivo improvviso, da quando eri ancora di fronte alla porta e sotto quella pioggia torrenziale. Ho perso l'autobus, mi avevi detto, non sapevo dove andare, mi sono rifugiata in un bar e poi mi sei venuto in mente tu e mi sono ricordata che abitavi, anzi abiti, a due passi da lì.

Sorpreso? Sorpreso è dire poco, ero venuto ad aprire masticando bestemmie, ancora incastrato su quella pagina del mio nuovo libro che si ostinava a rimanere bianca nonostante tutti i miei sforzi. Il postino con l'ennesima multa per divieto di sosta o con un'altra bolletta avevo pensato, beh, erano mesi che il campanello suonava solo per il postino, cos'altro avrei potuto pensare.

Avevo aperto la porta senza nemmeno guardare e m'ero trovato davanti te, fradicia da capo a piedi.

Ciao, avevi detto, come se rivedersi dopo cinque anni (cinque vero? cinque ne erano passati?) fosse la cosa più normale del mondo.

Silenzio.

Silenzio.

Ciao. Avevo detto.

No, rivederti dopo cinque anni non era la cosa più normale del mondo.

Mi fai entrare?

Sì, certo. Entra pure.

Ti eri fatta spazio tra le cianfrusaglie ammucchiate nel piccolo ingresso, cataste di libri, bollette non pagate, il mio catastrofico disordine che anni prima avevi tentato, senza troppa convinzione e fortuna, di curare.

Le parole erano sgorgate da sole, come se ci fossimo visti il giorno prima e invece dovevo raccontarti cinque anni di vita, un libro e il successo improvviso. E tu eri rimasta là ad ascoltarmi, come avevi sempre fatto. E io lì a parlare preso da me, dal mio narcisismo sfrenato e dalle mie mille ossessioni.

Soltanto alla fine me lo avevi detto. Sai, mi sono sposata, ho un figlio.

Non lo so con certezza, non m'ero visto in faccia, ma sono abbastanza sicuro di aver strabuzzato gli occhi e di essere diventato di un pallore mortale.

Silenzio.

Silenzio.

Non avevo avuto niente da dirti, nemmeno un auguri, un sono felice per te o una qualunque altra frasetta di circostanza del cazzo.

Poi tu avevi iniziato il racconto. I tuoi ultimi cinque anni: la tua vita. E io me ne ero rimasto in silenzio, come raramente mi accade.

Si è fatto tardi, avevi detto alla fine, accompagnami a casa.

Puoi restare se vuoi e avevo già le chiavi della macchina in mano. Meglio di no, avevi detto, a casa ho un sacco di cose da fare... ah già, la famiglia, avevo risposto.

Uno ciao fu ancora l'unica cosa che ebbi il coraggio di dire, tu invece un ci rivediamo presto che suonò falso anche a te rimbalzando sul mio certamente.

La portiera e poco dopo la porta, prima che mi riuscisse di mormorare quel tra altri cinque anni, anche dieci, se ti va.

le belle statuine

C'è bisogno di spazio per le cose. Se non ne hai devi farlo. L'essere umano è intimamente feticista. La poca memoria frutto spesso di scarsa organizzazione mentale si ripercuote indomita sull'eccessiva organizzazione delle case, stipate di oggetti inutili, tra maschere africane made in china e barche veneziane di dubbia provenienza trova posto l'orrenda bomboniera del battesimo di quel nipote che adesso ha i capelli lunghi e l'orecchino. Rimane il problema di trovare lo spazio per tutto. Mirabolanti sistemi fatti di incastri e carrelli elevatori dominano mensole e ripiani. Intere legioni di inquietanti souvenir a riempire una vita che alla fine ti sembra una ragnatela di fili appesi tra le feste ricordate. Fili dove stanno appesi lugubri oggetti. Le statuine. Non avrei da piccolo dovuto giocare a pallone in camera. Ringrazio adesso la mia poca disciplina e mi ringrazia sentitamente anche la divinità protettrice dei soprammobili che non ne poteva veramente più di dover prestare la propria attenzione a quelle angeliche statuine cocciute e dorate. Cocciute nemmeno poi tanto se bastava la pallonata di un bambino quattrenne a chiuderne anticipatamente, mai abbastanza, la triste e polverosa agonia.

Quando trovo in questo mio silenzio una parola scavata è nella mia vita come un abisso (*)

c'è questa questione delle parole scelte con cura. Brandelli, non pezzi. Perché il pezzo è qualcosa di duro di definito, di scelto. Il brandello no, te lo porti dietro come per caso. E' quello che t'è rimasto appiccicato addosso quando te ne sei andato. E adesso eccolo lì. La mia memoria è fatta a brandelli. Non c'è un costrutto non c'è una logica e soprattutto non ce la voglio mettere. Perché me ne vado e sbatto la porta e voglio lasciarmi dietro soltanto brandelli. Non puoi lasciarti dietro pezzi di vita, puoi soltanto portarteli dentro. Agli altri non puoi lasciare niente, gli altri non sono te. E' la stessa scena dello stesso film ed è DIVERSA. E allora? E allora come faccio a parlare con te, che tanto non mi capisci. Come faccio a spiegarti una cosa. Le mie parole non sono le tue, e non le scelgo con cura. E a me il rosa confetto fa pensare ad un'email vecchia di anni e a te al battesimo del tuo nipotino. E allora? E allora smetto di dirle le cose, uno sguardo scuro ed un silenzio agghiacciante, mi si addicono di più delle parole fraintese.
(*) Commiato, Giuseppe Ungaretti