complicazioni

Le questioni a volte si complicano. Una nuvola che trascinata dal vento s'infrange su di una collina. Si frantuma e ricomincia la pioggia. Ci vuole calma e ci vuole tempo. Piove. Piove ancora. Una vecchia giacca di cui mi fido, può piovermi addosso ma ci pensa lei, le scarpe pesanti e m'incammino. Uno squarcio e un sole rubato. Uno sguardo pieno di sfiducia, troppo nero tutto intorno. Ci sono cose che per quanto tu faccia nascono morte.

Ed è lì che a volte le questioni si complicano.

Il vento freddo taglia gli sguardi e gli occhi si fanno sottili e le parole lontane.

Quando sarò lontano da qui cosa mi porterò.

Riflessi e luce gialla di un tramonto soffocato tra nubi cariche di pioggia. E non so cosa ucciderà questa luce così bella, la collina o quella nuvola scura.

E tra un po' è Natale. E io mi deprimo a Natale, e divento anche un po' stronzo. Non sono capace a fare i regali e soprattutto non sono capace a fare i pacchetti. Se vi troverete in mano una scatola con intorno la carta di giornale, strappata un po' ovunque, con una quantità eccessiva di nastro adesivo, ecco, auguri.

Tra un Benno e un Besta, Tom Waits e un dentista.

il rumore della pioggia sul lucernario concilia il sonno o la scrittura. Seduto per terra alla fine di una lunga giornata, pensando a come cambiano le cose e a come cambiano le persone. Un pomeriggio affannato e la strana sensazione che ho provato girovagando solo in mezzo ad una folla multiforme, scarabocchiando numerini con l'ennesima matita che mi porterò a casa, indeciso anche io tra un Benno e un Besta. Non so a voi, ma sono queste cazzate che a volte mi fanno sentire di un giorno più grande. Lo so, avrei dovuto scrivere vecchio, vecchio sì, ma non ho ancora trentanni, datemi almeno il beneficio del dubbio e anche quello, più dolce, di scegliermi le parole.

E poi la solita corsa verso casa verso altre mille cose da fare. E c'è stato un momento in cui mi sono sentito bene. Tra la pioggia e la nebbia con il termometro che scendeva sempre un po' più in giù.

Il caldo di qua dal vetro ed una inarrivabile canzone di Tom Waits. Il freddo là fuori insieme alle luci di una città riflesse in quelle lunghe scie delle piovose serate invernali.

Uno spettacolo involontario che mi ha fatto sentire in pace con il mondo, che mi ha fatto scordare la fretta, che mi ha fatto pensare che, una volta tanto, tutto il resto poteva aspettare.

Mi sono sentito, ancora una volta, inguaribilmente e dolcemente romantico.

Ero così dolce che mi si sono cariati due denti.
tra mezz'ora vado a Viareggio.

fuori piove e ci sono tre gradi.

giornata stupenda per andare al mare.

Guardando prestigiatori attraverso un vetro appannato

Un mese di pioggia e poi l'inverno.

L'inverno quello che piace a me, di quelle giornate nitide, talmente perfette che se vai sul dizionario alla parola "terso" c'è la data di oggi.

Freddo, sciarpa guanti e occhiali scuri, quelli più neri che ho, residuato bellico degli anni novanta con la loro celluloide nera e consumata. Con gli occhi nascosti dietro le lenti spesse uscire per fare due passi. Non sento freddo c'è solo il bianco del mio respiro a ricordarmi che fuori si gela.

Vetri appannati e strani riflessi, anche questi di quelli che piacciono a me, quando le cose diventano un po' indistinte e il confine tra dentro e fuori lentamente diventa meno nitido. Delineare i contorni delle cose e dargli un nome, trovarlo, prima di tutto, il nome delle cose. E ci vuole tempo, tutto il tempo necessario affinché quelle cose strane che navigano per giorni nel mio retrobottega cranico si decidano a prendere la forma delle mie parole. C'è qualcosa che ti sembra di aver capito, ma ancora ti sfugge e solo descrivendola riesci a farla tua. E ci sono immagini e frasi in rigoroso ordine sparso e spesso per ordinarle devo partire dalla fine. Perché è proprio dalla fine che spesso si parte e poi si risale, si va a ritroso, tentando di ricostruirsi un cammino che c'è stato ma di cui raramente si è coscienti. Perché a me, e forse un po' a tutti, piacciono le cose finite. Non è facile capire come una cosa è stata fatta, come le cose diventano quello che sono, ma spesso non ce n'è bisogno. Da grandi ci lasciamo affascinare ancora dai vecchi trucchi dei prestigiatori, ci piace la magia anche se sappiamo benissimo che non esiste.
abbaglio residuo e bruciante di giorni trascorsi troppo velocemente. Le cose che ho fatto e quelle che ho dimenticato. Nessuna analisi freudiana, semplice distrazione, che è quello che mi riesce meglio essere, distratto. Incoerente e disattento. Ostinata e perversa l'idea di avere un'agenda dove scrivere la metà delle cose da fare, quelle meno importanti, e poi non aprirla mai. Confidando allegro su di una memoria e su di un ordine mentale che non ci sono. A non avere abbastanza ore mi ero quasi assuefatto a non avere abbastanza giorni mi dovrò abituare. Una telefonata che dura più di un'ora e che viene da un anno fa, strano sì e strano anche sentirsi più grande. Tra tutti i miei dubbi su questo non ce ne sono.

Devo ancora appendere i quadri.

Una giornata di ordinata follia (*)

mattino.

metto in circolo caffè al mattino (acquacaffèsigaretta), stato d'animo operativo. Colpo di tosse come una testata contro il muro. Adesso apro gli occhi. E le rotule son già perterra che ciò stopeso degli zibi zebe zubudei che ivi gravano che proprio non ce la fò.

in mezzo ci sta il lavoro.

e non c'è veramente un cazzo da dire.

sera.

metto in circolo alcol. Ora va meglio. Sua maestà il Gin tonic senza cannuccia plizzz che fa tanto checca sparata se poi bevo il cocktail con la cannuccia addio. O lo sdraiatore assoluto. "Lo bevo solo perché è alcolico" a.k.a. Negroni, direttamente nelle orecchie, che arriva prima (aricit.).

e francamente un brancamenta.

Vado a letto và, chèmmeglio. Venti pagine anche due del mattone del mese, e solo per questo mese, ma son novecento pagine mi ci vorrà tutto l'inverno, "Underworld" di Don DeLillo, che c'è scritto Sul comodino ma poi lo leggo anche nella stanza accanto. Stamani a proposito c'era una frase che m'ha fulminato (sì, anche più di così) ma non me la ricordo "nemmeno sforzandomi" (cit.).

Semmi ricordo domani ve la scrivo.

PIESSE (anche se ormai si chiama Pizzarotti): piesse proprio nel senso di scritto dopo, infatti lo scrivo ora, non prima. C'è il riscaldamento spento, per il global warming m'hanno detto. Te fai un po' come ti pare, ma qui si gela. Viene il dubbio che piùcchealtro siano braccinicortiaffected.

(*)"quasi" cit. Bukowski

Quattro nuove corde

Un'intera serata seduto accanto ad un violoncello a cui manca una corda.

Un musicista distratto ho pensato. Ti ha suonato e poi ti ha abbandonato a te stesso non sapendo o dimenticandosi del male che ti faceva. Appoggiato in un angolo e quella corda mancante come una piccola voragine.

Una dolce melodia ma le manca qualcosa. Non potrebbe non dovrebbe essere altrimenti.

Riflessi di luce soffusa sulle pieghe e sulle venature del legno. Ben altre luci ti saresti meritato, ma il palco è lontano, e il caso ha voluto che ti lasciassero qui a parlare con me, stasera.

Non so suonare il violoncello, mi sarebbe piaciuto, ma non ho mai imparato. Per fortuna il mondo è pieno di musicisti e ci sarà qualcuno un giorno che saprà nuovamente abbracciarti. Arriverà inaspettato e avrà con sè quattro nuove corde e non soltanto una. Una non basterebbe, non si può mettere una corda nuova incastrandola tra tre corde vecchie.

Quattro corde nuove e una musica completamente diversa.
potremmo metterci a scrivere un post.

ma.

siamo ubriachi.

e c'è fantasia e c'è eh no!

blasfemo stranamente no.

perché i punti mi piacciono a caso ma non sempre. E ci sono momenti che i punti servono ma altri no.

Il manico sinistro della pentola, sostiene la forchetta. Non più.

spunti di svista

Macchie. La diversità genera macchie. A volte si riesce a percepirla anche da lontano e la curiosità innata poi fa il resto. E ci frega. Mi avvicino, ma se guardo troppo da vicino l'immagine diventa sfuocata. Sono costretto a chiudere un occhio e a vedere le cose a metà. Ho provato a chiudere gli occhi uno alla volta ma le due metà non combaciano. C'è qualcosa che manca. La percezione della profondità. Perché un occhio alla volta vediamo due dimensioni, è avere costantemente due punti di vista differenti che ci regala la terza. E' il nostro cervello che se la inventa la terza dimensione, perché altrimenti avrebbe due visioni inconciliabili e impazzirebbe. Affascinante questa cosa. E poi se ti giri intorno le dimensioni cambiano perché quello che prima era profondità si distende di fronte a te e il punto di vista cambia ancora. Non abbiamo sufficienti punti di vista per vederlo tutto il mondo.

Ma c'è sempre un occhio che comanda, ognuno ha il suo, gli oculisti ti fanno fare un gioco per scoprire qual è. Perché ne abbiamo due di punti di vista, ma alla fine uno che decide da che parte andare ci deve essere.

Poi il cervello s'inventa la quarta perché le cose cambiano e quei cambiamenti ci insegnano da piccoli che si chiamano tempo. Ma siamo bravi soltanto con le macchie. Ci accorgiamo soltanto della diversità. Osservi a lungo una cosa e ti pare che non cambi mai che quella strana quarta dimensione si dilati. Ah già, anche questo. Se le inventa la terza e la quarta, e fa un po' come gli pare, le allunga le accorcia o addirittura le fa scomparire.

Dipende, dipende dagli occhi e dal punto di vista.

degli scrittori appollaiati alle mie spalle

capita di rado ma capita. perché ci vuole il momento giusto, il libro giusto e lo stato d'animo giusto.

Sei lì che leggi tranquillo e ad un certo punto ti sembra che quel libro stia parlando di te. E di quello che ti sta succedendo. Ed è una sensazione strana, che per un attimo smetti di leggere e ti guardi dietro alle spalle che hai paura che ci sia lo scrittore appollaiato lì dietro che ti spia.

Per ora non ce li ho mai trovati gli scrittori appollaiati, devono essere molto bravi a nascondersi.

E poi continui a leggere e ci trovi dentro non solo te, ma anche gli altri e ti fa un effetto strano che alzeresti il telefono e li chiameresti per dirglielo, poi vabbè, ti dai dello scemo ed eviti di chiamare qualcuno in piena notte, che magari son anche deboli di cuore, per dirgli esci e vatti a comprare 'sto libro, sì, ok, le librerie alle tre del mattino sono (quasi) tutte chiuse, ma questi son particolari.

Poi quando per un attimo torni in equilibrio ci ripensi e ti accorgi di quanto deve essere bravo questo scrittore per entrarti dentro così, perché poi lo sai che non succede solo a te, e magari proprio in quel passaggio, perché alla fine nei libri sottolineamo tutti "quello che sottolineano tutti... tutto quello che comincia con Io."

Sotto sotto siamo tutti un po' uguali ma è raro trovare qualcuno che sappia isolare quei tratti comuni e che sappia scriverne mettendoteli di fronte, senza barriere che non siano quelle di una pagina bianca, e senza pudore. Perché alla fine quando leggo queste cose mi sento nudo, perché la brutale onestà di un libro scritto di quelle parole che ci puoi passare e ripassare e rimangono lì impassibili a ripeterti sempre la stessa identica verità può fare male.

E può essere un libro e può essere una canzone che c'è quella frase maledetta che tutte le volte che la senti ti arrivano due ceffoni e ti ritrovi d'improvviso con la faccia rossa e il resto della canzone scompare perché il tuo retrobottega cranico ha preso il sopravvento e s'è portato via le orecchie e tutto quello che ci sta in mezzo.

E sono questi i libri e le emozioni che mi porto appresso, che mi rimangono indelebili addosso.