no ma, dico io, tutta sta roba dovrebbe avere un senso? pigia quel tasto va, metti un po' di musica almeno magari mi distraggo. Gironzoli per casa e non ti accorgi di niente. Entri nelle stanze, ti affacci soltanto un momento. Ti volti mi guardi, un sorriso sornione. Cos'è che hai visto, cos'è che hai capito. Io, per conto mio, non ci ho capito niente. E mi dico, è normale, non sono mai stato bravo con queste cose. Mi perdo talmente tanto dietro ai miei strani ghirigori che ti tocca svegliarmi con un OH! urlato quasi in faccia. A quel punto in genere sono io che sorrido. E mi chiedi a che penso. Io? io non penso a niente, rispondo sempre. Il mio sguardo si perde nel vuoto e non penso a niente. Oddio, in genere a qualcosa penso, sia chiaro mica sempre, però ogni tanto capita, e rimango lì imbambolato per un po', poi arrivano l'OH! e il mio sorriso, tra l'imbarazzato e lo stupito. E mi chiedi ancora a cosa penso, dov'è che vado, ma non so dirtelo, non ne sono capace. In quei momenti raccolgo immagini, riappiccico insieme i fotogrammi del tempo trascorso, mi costruisco i miei film. Uno strano lavoro di catalogazione e di montaggio, un archivio sterminato e una moviola, di quelle che si usavano una volta, prima dell'era digitale. Una strana raccolta di immagini e parole e di tutto il resto, di quelle cose che quando tenti di descriverle si complicano, e dire che mi sembravano così facili. Ma vaglielo a spiegare ad un dizionario che lui la parola per quello che sentono le mie mani non ce l'ha. Vaglielo a dire a qualcuno che quell'odore di legno che una volta ho sentito a Londra in un negozio a Camden Town m'è capitato di sentirlo ancora e non ho capito da dove venisse. Devi inventarne di nuove di parole per parlare di roba così. Ma io non sono mica capace di inventarmi parole nuove. Io faccio i collage. Io uso le parole degli altri. Le smonto tutte, e le rimonto come piacciono a me, ma niente di nuovo sotto il sole, è tutta roba rigorosamente di seconda mano. Ecco a cos'è che penso quando mi capita di fermarmi, di non sentirti, di non vederti.
E ieri sera c'era questa luna, tutta di traverso, talmente sottile che sembrava uno di quei sorrisi che fai sulle facce degli altri quando per farli sorridere gli prendi la bocca con le dita e gliela tiri all'insù. E sopra c'era Venere e ci doveva essere una festa a giudicare dalla luce che faceva. E insomma, c'era Venere, ed era seduta sulla Luna. Bella donna, con le gambe penzoloni. Io la guardavo e lei mi guardava. Gironzolava per casa e si affacciava nelle stanze. Ma non so cos'ha visto, non so che c'ha capito.
considerazioni inattuali(*)
uno strano torpore mi stringe i polmoni e appesantisce i miei occhi. Ho cercato di dormire ma il mio è un sonno agitato e abitato da fantasmi. La finestra è aperta e mi lascio svegliare dal sole, per ricordarmi che è giorno e che ci sono cose da fare. Gesti meccanici e nessuna parola in questa casa vuota. Passi pesanti sulle scale. La finestra aperta ancora sulla foschia, colline a squarciare il velo, tetti lucidi e finestre illuminati dal sole. Uno sguardo vuoto e niente di vero.
Nato e cresciuto in questa valle dove non c'è niente di dritto, non potevo uscirne dritto io.
Porto addosso i segni profondi della mia educazione. Storto allora, e un po' malconcio. Ma storto a modo mio ché non mi sono mai fidato di quelli che son venuti a dirmi di aver trovato la verità. E di quelli che mi hanno detto io ti ho capito, io e te siamo uguali. Se sei uguale a me, a parte che hai qualche problema, non mi interessi. E' il diverso quello che mi attrae. E' il diverso che mi ha portato il nuovo e che mi ha fatto crescere e divertire. Non discuto mai con chi è d'accordo con me. Non cerco mai di convincere qualcuno che la pensa diversamente da me. Sono andato a cercarmi da solo le mie idee, perso in lunghi dialoghi con gente strana, perso tra le migliaia di pagine dei miei libri, senza mai sottolineare, discutendoci, incazzandomi e lanciandoli via, a volte (una sola volta in verità, ma gli feci fare un bel volo). E su di me si vedono le tracce di mio padre, dei miei maestri e dei miei amici. I segni di un pensiero innatamente eretico, tendenzialmente illuminista e, fondamentalmente, tremendamente incasinato. Non c'ho ancora capito niente.
Nato e cresciuto in questa valle dove non c'è niente di dritto, non potevo uscirne dritto io.
Porto addosso i segni profondi della mia educazione. Storto allora, e un po' malconcio. Ma storto a modo mio ché non mi sono mai fidato di quelli che son venuti a dirmi di aver trovato la verità. E di quelli che mi hanno detto io ti ho capito, io e te siamo uguali. Se sei uguale a me, a parte che hai qualche problema, non mi interessi. E' il diverso quello che mi attrae. E' il diverso che mi ha portato il nuovo e che mi ha fatto crescere e divertire. Non discuto mai con chi è d'accordo con me. Non cerco mai di convincere qualcuno che la pensa diversamente da me. Sono andato a cercarmi da solo le mie idee, perso in lunghi dialoghi con gente strana, perso tra le migliaia di pagine dei miei libri, senza mai sottolineare, discutendoci, incazzandomi e lanciandoli via, a volte (una sola volta in verità, ma gli feci fare un bel volo). E su di me si vedono le tracce di mio padre, dei miei maestri e dei miei amici. I segni di un pensiero innatamente eretico, tendenzialmente illuminista e, fondamentalmente, tremendamente incasinato. Non c'ho ancora capito niente.
l'orologio in pensione
un orologio fermo sul camino e sull'ora giusta due volte al giorno. L'una e dieci circa. L'ora per svegliarsi o per andarsene a letto. Ogni tanto qualche colpo di lancetta. Una tensione che si accumula per settimane e poi tutto ad un tratto si scarica in un breve rumoroso istante. E' l'unico orologio in quella stanza, e non funziona. Il tempo scandito con precisione per anni adesso avanza lentamente, senza nessuno da svegliare e mandare al lavoro, senza nessuno a cui dire è il momento giusto per. E' un ricordo quell'orologio, è per quello che lo tengo lì, a godersi la pensione. Mi sembra giusto così, perché alla fine, a pensarci bene, un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno, uno che va avanti, non la segna mai.
croci e cerchietti
E' il gioco del tris che mi ha impegnato per anni sui banchi del liceo. No, non avevamo niente di meglio da fare. Io e il mio compagno di banco (lo stesso per quattro anni, dalla seconda fino all'anno della maturità). Essendo dotati di un cervello superiore di almeno un neurone a quello di una triglia sul banco del pesce e almeno di due a quello della media degli studenti liceali (sì, è così, e allora?) ce ne stavamo per ore a giocare a tris, ben sapendo che nessuno dei due avrebbe mai potuto vincere. Relegati all'ultimo banco, per tre anni, dalla terza fino all'anno della maturità, entrando in fondo a sinistra, nascosti dietro l'attaccapanni. Ne venivano fuori delle belle da là dietro, noi vedevamo tutti e gli unici che ci potevano vedere (a meno che non ci nascondessimo dietro l'attaccapanni) erano gli insegnanti. Posizione privilegiata la nostra. Ad ogni inizio di anno scolastico i posti si rimescolavano, c'era sempre quello che voleva andare vicino a quella perché ci voleva provare, c'erano quelle che non volevano più la loro vecchia compagna perché durante l'estate avevano litigato per un rossetto o perché una aveva baciato il ragazzo dell'altra. Ma i nostri posti no, quelli erano nostri e basta. Facevamo un casino d'inferno. E i professori provarono non so nemmeno quante volte a "dividerci", come dicevano loro. L'unico risultato era che il casino invece di essere concentrato nell'angolo in fondo a sinistra si sparpagliava per la classe, con le nostre cazzate sparate come colpi di mortaio da una parte all'altra. E nelle lunghe ore che ci separavano dall'intervallo o dalla salvifica campanella di uscita, giocavamo a tris, imperterriti, ripetendo lo stesso schema centinaia di volte, come in un gesto automatico che aveva lo stesso senso delle parole. Abbiamo provato a cambiare gioco. Provammo anche a giocare a scacchi, con pezzi ritagliati da un foglio di carta e la scacchiera disegnata direttamente sui banchi. Disegnammo anche la carta del Risiko sui banchi, e non ci giocammo mai. Il tris, e soltanto quello, perché non richiedeva preparazione, perché era una via di fuga istantanea dalla noia, uno dei due impugnava una matita e tracciava le favolose quattro linee nella terra di nessuno tra i due banchi e aspettava, senza dire nulla, che l'altro mettesse il primo segno. Poteva succedere subito, o potevano passare delle ore, dei giorni a volte. Le nostre partite di tris potevano durare pochi secondi o intere settimane, bidelle e pulizia periodica dei banchi permettendo.
Era il fascino discreto della battaglia che non puoi vincere, era l'idea stessa che alla fine, ben che vada, puoi pareggiare.
Era il fascino discreto della battaglia che non puoi vincere, era l'idea stessa che alla fine, ben che vada, puoi pareggiare.
arsenico e vecchi merletti
ritrovarsi in modo strano. Al buio, attratto e colpito dai suoni e dagli odori perché adesso gli occhi non contano più. I miei occhi che non svelano niente. Mai. Perché sorridono o fissano il vuoto in una danza che nulla ha di segreto o misterioso. Io sono un inganno. Schizofrenico a strati. Uno sopra l'altro accatastati nascosti e riscoperti a fatica, quando mi va, quando ne ho voglia. Cosa stavo pensando. Cosa ho detto e quello che ho fatto. Quale strada pretendevi che prendessi. La mia impurità e il mio vizio, ecco quella che ho scelto. Un pomeriggio senza fulmini un mattino gonfio di nebbia e di rosa. Ad un certo punto ho scelto di continuare per la mia strada, e te l'ho detto. La mia fatica è quella di prendere un pezzo di me e metterlo via perché non prenda spazio, perché non cresca troppo. Niente è mai facile. Anestetizzare se stessi e scoprire che la ferita fa ancora male, e riderci su, perché è l'unico modo per non farla sanguinare.
E' soltanto buio quello che c'è qua dentro. Non ha senso. E' grottesco quello che sta succedendo. Ecco perché mi piace.
E' soltanto buio quello che c'è qua dentro. Non ha senso. E' grottesco quello che sta succedendo. Ecco perché mi piace.
novocaine for the soul(*)
un pomeriggio di quiete dopo tutto il vento, dopo tutta la pioggia. Aspettando il tramonto. Aspettando che il sole si abbassi nello squarcio tra le nuvole e l'orizzonte. Il cielo s'incendia. Vale la pena aspettare come tutte le notti trascorse in attesa dell'alba. Sotto questa luce arancio lungo una linea tortuosa. Perso in questi luoghi familiari e fuori di me e nelle pagine di questo libro. Uno di quelli che leggendoli ti passa la voglia di scrivere.
E c'è qualcosa che non va. C'è ancora qualcosa che non va.
C'è qualcosa che non va nelle mie parole. E' già troppo tardi e non posso farci niente. Il tempo non sente ragioni e non dà giudizi. Non ha nessuna giustificazione da dare e quando sbaglia non ha scuse.
E c'è qualcosa che non va. C'è ancora qualcosa che non va.
C'è qualcosa che non va nelle mie parole. E' già troppo tardi e non posso farci niente. Il tempo non sente ragioni e non dà giudizi. Non ha nessuna giustificazione da dare e quando sbaglia non ha scuse.
Konrad Lorenz, le paperelle e qualche sega mentale.
"Lo spirito umano è un fenomeno collettivo, non può venir compreso come cosa individuale."
Ecco, tutto qui. Lo ha detto, o scritto, di preciso non lo so, Konrad Lorenz, quello che si svegliava la mattina e aveva come primo obiettivo il farsi rincorrere dalle paperelle. Quale soddisfazione ci provasse non l'ho mai ben capito, ma se alla fine gli hanno dato anche il Nobel per la medicina un buon motivo qualcuno deve averglielo trovato.
Insomma, questa frase, detta da un etologo per giunta. C'ho pensato un bel po' e una delle idee che mi son venute è che tentare un'analisi psicologica delle persone può essere un esercizio interessante ma non permette di comprendere la vera natura degli essere umani. Questo forse perché ognuno di noi è un fenomeno talmente unico e complesso che analizzarlo dall'esterno con come unica arma la nostra capacità analitica non ci consente di capirlo realmente. La complessità dello strumento che indaga deve essere in qualche modo superiore all'oggetto dell'indagine, altrimenti la descrizione che ne deriva è per forza di cose incompleta. Non si può comprendere un'altra persona, perché siamo persone anche noi.
Ma allora cos'è che si può tentare di capire? La prima risposta che m'è venuta in mente è stata: niente. (punto). Perché anche noi siamo persone e se non comprendiamo noi stessi, se non siamo noi il primo oggetto della nostra indagine non abbiamo poi un termine di confronto, una base di appoggio, per l'analisi dell'altro. Ma questa risposta proprio non m'è piaciuta, sarà che ha risvolti onanistico-solipsisti, sarà che chiude qualunque possibilità e non ammette falsificazione, ma proprio non m'è piaciuta. E allora c'ho pensato un altro po'.
E sono tornato a Lorenz: "lo spirito umano è un fenomeno collettivo", ok, bene. Cos'è che ci rende collettivi. Sono le nostre interconnessioni. Ok, ma quelle le "costruiamo" noi, sono un nostro parto, quindi in qualche modo dovrebbero essere più semplici di noi, quindi quelle possiamo tentare di capirle.
E questa cosa mi è piaciuta, comprendere quello che sono cercando di capire come mi rapporto con gli altri. Mi è piaciuta anche perché è in qualche modo incompleta la conoscenza che posso acquisire così, nel senso che per quante connessioni io possa trovarmi a guardare, anche sommandole tutte ci sarà sempre qualcosa che manca rispetto al mio "tutto", perché dentro di me ci sarà sempre qualcosa di talmente complesso da essere per me inconcepibile, o meglio, incomprensibile. Perché la mia conocenza tenderà, mediamente, ad avvicinarsi ad una sorta di "verità" ma non potrà mai raggiungerla, e in questo modo potrà continuamente subire modificazioni.
E allora le parole, che sono il nostro primo strumento di "connessione", acquisiscono un'importanza che va ben al di là dell'essere un semplice strumento. Forse noi siamo "fatti" di parole. A proposito, un altro, che mi sta un po' antipatico ma che ogni tanto una giusta la dice, ha scritto una volta che una storia diventa tua quando la racconti a qualcuno, che una storia diventa vera quando la racconti a qualcuno. A proposito, Lorenz si è occupato anche di linguaggio oltre che di paperelle, a 'sto punto non credo sia un caso. Ma questa è un'altra storia... stavo parlando di "connessioni", e se siamo fatti di connessioni, dicevo, se siamo perché ci sono altri che ci circondano, se qualcuno strappa via uno dei nostri legami, deve rimanere una ferita. La ferita stessa è un legame. La cicatrice che ci rimane addosso è un legame, e uno dei più forti a volte, perché lì siamo scoperti, perché da lì forse possiamo intravedere quello che c'è dentro. Parliamo di quello che ci ha fatto male perché intravediamo la possibilità di capire qualcosa in più. Perché è un legame talmente forte che ci rende più umani, umani perché legati a qualcuno così profondamente.
Non so le paperelle cosa ci trovassero, ma, per quello che mi riguarda, io Lorenz l'avrei seguito, quantomeno per farci due chiacchiere.
Ecco, tutto qui. Lo ha detto, o scritto, di preciso non lo so, Konrad Lorenz, quello che si svegliava la mattina e aveva come primo obiettivo il farsi rincorrere dalle paperelle. Quale soddisfazione ci provasse non l'ho mai ben capito, ma se alla fine gli hanno dato anche il Nobel per la medicina un buon motivo qualcuno deve averglielo trovato.
Insomma, questa frase, detta da un etologo per giunta. C'ho pensato un bel po' e una delle idee che mi son venute è che tentare un'analisi psicologica delle persone può essere un esercizio interessante ma non permette di comprendere la vera natura degli essere umani. Questo forse perché ognuno di noi è un fenomeno talmente unico e complesso che analizzarlo dall'esterno con come unica arma la nostra capacità analitica non ci consente di capirlo realmente. La complessità dello strumento che indaga deve essere in qualche modo superiore all'oggetto dell'indagine, altrimenti la descrizione che ne deriva è per forza di cose incompleta. Non si può comprendere un'altra persona, perché siamo persone anche noi.
Ma allora cos'è che si può tentare di capire? La prima risposta che m'è venuta in mente è stata: niente. (punto). Perché anche noi siamo persone e se non comprendiamo noi stessi, se non siamo noi il primo oggetto della nostra indagine non abbiamo poi un termine di confronto, una base di appoggio, per l'analisi dell'altro. Ma questa risposta proprio non m'è piaciuta, sarà che ha risvolti onanistico-solipsisti, sarà che chiude qualunque possibilità e non ammette falsificazione, ma proprio non m'è piaciuta. E allora c'ho pensato un altro po'.
E sono tornato a Lorenz: "lo spirito umano è un fenomeno collettivo", ok, bene. Cos'è che ci rende collettivi. Sono le nostre interconnessioni. Ok, ma quelle le "costruiamo" noi, sono un nostro parto, quindi in qualche modo dovrebbero essere più semplici di noi, quindi quelle possiamo tentare di capirle.
E questa cosa mi è piaciuta, comprendere quello che sono cercando di capire come mi rapporto con gli altri. Mi è piaciuta anche perché è in qualche modo incompleta la conoscenza che posso acquisire così, nel senso che per quante connessioni io possa trovarmi a guardare, anche sommandole tutte ci sarà sempre qualcosa che manca rispetto al mio "tutto", perché dentro di me ci sarà sempre qualcosa di talmente complesso da essere per me inconcepibile, o meglio, incomprensibile. Perché la mia conocenza tenderà, mediamente, ad avvicinarsi ad una sorta di "verità" ma non potrà mai raggiungerla, e in questo modo potrà continuamente subire modificazioni.
E allora le parole, che sono il nostro primo strumento di "connessione", acquisiscono un'importanza che va ben al di là dell'essere un semplice strumento. Forse noi siamo "fatti" di parole. A proposito, un altro, che mi sta un po' antipatico ma che ogni tanto una giusta la dice, ha scritto una volta che una storia diventa tua quando la racconti a qualcuno, che una storia diventa vera quando la racconti a qualcuno. A proposito, Lorenz si è occupato anche di linguaggio oltre che di paperelle, a 'sto punto non credo sia un caso. Ma questa è un'altra storia... stavo parlando di "connessioni", e se siamo fatti di connessioni, dicevo, se siamo perché ci sono altri che ci circondano, se qualcuno strappa via uno dei nostri legami, deve rimanere una ferita. La ferita stessa è un legame. La cicatrice che ci rimane addosso è un legame, e uno dei più forti a volte, perché lì siamo scoperti, perché da lì forse possiamo intravedere quello che c'è dentro. Parliamo di quello che ci ha fatto male perché intravediamo la possibilità di capire qualcosa in più. Perché è un legame talmente forte che ci rende più umani, umani perché legati a qualcuno così profondamente.
Non so le paperelle cosa ci trovassero, ma, per quello che mi riguarda, io Lorenz l'avrei seguito, quantomeno per farci due chiacchiere.
have a cigar (*)
Tutti gli altri stanno soltanto gridando. Eccoci qui, accendi una sigaretta, siediti, non dobbiamo andare molto lontano, dobbiamo seguire queste spire di fumo. E tutto sarà fantastico. Non ho capito qual è il tuo gioco e nemmeno mi interessa. Dobbiamo sederci qui e chiederci se le nostre parole ci stiano allontanando oppure se stiano facendo il contrario. Versarci ancora un bicchiere accendere un'altra sigaretta. E' difficile soltanto parlare, diamoci qualcosa da fare. Metto un po' di musica, ti va? E' per riempire il silenzio. Ci stiamo soltanto annoiando in questo gioco delle parti. Sappiamo fin troppo bene quello che vogliamo e ci manca soltanto il coraggio di chiedere. Adesso e soltanto adesso ti sembra che tutto quello che hai fatto fino ad ora non potesse portarti in un altro luogo se non qui. Strani scherzi della tua mente e del nostro destino. Sii te stesso e non potranno non amarti, ma non è vero. Gli occhi della GENTE e il nostro ruolo. Voglio soltanto confonderti, perché è quello che so fare meglio, perché voglio soltanto nascondermi. Un estremo virtuosismo. E la musica diventa rumore si abbassa improvvisa. Sto soltanto cambiando stazione, quello che senti è rumore, quello che senti è confuso, ma io so dove sto andando. La mia gabbia di vetro. Mi stai dicendo che le sbarre sono facili da rompere ma io già vedo le ferite sanguinare nella tempesta di schegge... è una richiesta di aiuto. Vorrei soltanto riuscire a dirtelo. Forse è fin troppo sottile il ghiaccio su cui stiamo pattinando. Non ho un telefono accanto al quale aspettarti. Sono solo qui a trascinarmi. Sei tu la mia tranquillità? Non saresti dovuta arrivare adesso, non saresti dovuta arrivare così improvvisamente. E' soltanto la mia malata fantasia. Non posso vedere così lontano, la montagna è troppo alta, c'è il sole che mi acceca... sono le mie lacrime che mi impediscono di vedere.
Luci elettriche ed un secondo punto di vista, ecco quello che mi serve. Una rosa bianca come questa inutile notte passata a pensarti. Un'emozione come questa luce BIANCA che m'abbaglia m'abbandona e m'annichilisce.
(*)cit. Pink Floyd
Luci elettriche ed un secondo punto di vista, ecco quello che mi serve. Una rosa bianca come questa inutile notte passata a pensarti. Un'emozione come questa luce BIANCA che m'abbaglia m'abbandona e m'annichilisce.
(*)cit. Pink Floyd
La California (Bibbona, provincia di Livorno) dreamin'
Adesso è l'ora di discutere. discutere non mi riesce. Non ci posso fare niente, mi viene da ridere. Sarà riso isterico, sarà che proprio mi viene da ridere. E di cose da dire ce ne sarebbero, credo. Un mappamondo nuovo e una vecchia idea, puntare il dito e partire, un'altra volta, ma serve davvero una meta. Non ne ho mai avute, o quantomeno non le ho mai dichiarate. L'ultima è stata il nord, o forse dovrei dire la penultima, almeno sembrerà che la mia strada non finisca qui davanti ad un posacenere ed una bottiglia di vino. Parlavamo di distanza l'ultima volta. La distanza che c'è tra questa sedia e quel divano che fa stanza. Meglio rimanere seduti qui, che le cose sono già troppo confuse e le cose confuse non sono capace di gestirle, diciamoci la verità (una volta tanto), non sono capace di gestirmi. Faccio le cose come mi vengono e tendenzialmente mi vengono male. Mi sveglio tardi, sempre cinque minuti dopo. Mi sveglio d'improvviso scaraventandomi in faccia acqua gelida, alzo lo sguardo e vedo me. Tutte le mattine. Il letto mi vomita giù e io mi ritrovo con questa faccia da pugile a fine carriera. Avete mai fatto caso a come le facce dei pugili a fine carriera si assomiglino tutte? Sarà per quel naso che a forza di prendere tranvate si allarga fino ad occupargli tutta la faccia, ma no! no che non è soltanto quello, cazzo. Hanno tutti la faccia quadrata. Potremmo digressionare a lungo sul fatto che per fare il pugile sia necessario essere forniti all'origine di una testa mediamente assomigliante ad un parallelepipedo, ma non so bene questo cosa potrebbe significare, quindi meglio di no. Non mi è mai piaciuto il pugilato. Anche se, quell'abbraccio che i pugili si danno alla fine dell'incontro, come a dirsi, te le ho date di santa ragione, te le ho date finché ho avuto fiato in corpo, MA (c'è sempre un ma) ti voglio bene come se ti avessi offerto la cena, quello sì, mi ha sempre affascinato. Come diavolo si può abbracciare uno che ti ha appena rimpastato i connotati? Ci sono cose che non capisco. Ho uno strumento spuntato. E anche di questo mi sono messo a parlare. E anche con questo la distanza mi si è sgretolata tra le mani. Cosa ne faccio di queste briciole. Le cose cambiano, il destino si controlla male. E la nostra vita è spesso uno sforzo estremo nel tentare di controllare l'incontrollabile. O forse è l'ennesimo stupido delirio di onnipotenza. I maestri di dialetto e di parole strane. Quelli vivi e quelli morti di cui ci si ricorda una volta ogni dieci anni, anche troppo. Tutti, tutti loro e i loro segni indelebili su di me, dal mare alle montagne. Genova è una città difficile e meravigliosa. Conoscerla è come conoscere le persone, un percorso lungo, strano, difficile, ne trovi un pezzo qui e un pezzo là, senza un filo logico che non sia quello di una storia che tu non puoi conoscere per quanti sforzi tu faccia. C'è un mondo di quaggiù e c'è un mondo di lassù e più o meno tutti un giorno scegliamo a quale appartenere. Lo stereo continua a suonare. La testa continua a girare. Sedie e tavolini colorati, verde bottiglia, occhi deformati e visioni distorte. E' una questione di punti di vista e di un sorriso amaro. Fuori piove, ci vorrebbe un po' di sole adesso, ma evidentemente hanno finito le scorte, sarebbe meglio andare in California, ma vista la congiuntura economica ci dovremo accontentare de La California (Bibbona, provincia di Livorno).
Soprattutto
- Scusa... ma almeno te, te che ti piace tanto... mi spieghi di cosa diavolo sa, il Fernet Branca?
- Ah! Beh! Facile. Il Fernet Branca sa di Fernet Branca!
- ...
- Ah! Beh! Facile. Il Fernet Branca sa di Fernet Branca!
- ...
Iscriviti a:
Post (Atom)
