cappececi

mica facile, per niente. Scrivere qualcosa di originale, che sia un augurio, che sia qualcosa che rimane, per un'amica che si sposa. Ma non un'amica a caso, una di quelle che per caso vi siete trovati un giorno e vi siete riconosciuti, compagni di viaggio, per sempre. Anche se i viaggi son diversi, anche se i chilometri da qui al Mar Baltico son tanti: e io lo so, che son tanti, perché li ho fatti, tutti, andata e ritorno (e non sono andato a trovarla).

E quindi si sposa. Ok, non è il primo matrimonio di un compagno di viaggio, ma di uno di quelli importanti sì. Poi oh, non è che sceglie un posto qualunque, chessò, Guazzino, Talla o Montespertoli, no, se ne va a Venezia a sposarsi e allora tutto prende un sapore un po' più romantico e molto più solenne.

Sarà un viaggio e sarà un'emozione, per me meno che per lei, certo, ma sarà un'emozione anche per me.

Non le trovo mica le parole per dirle, a lei che mi ha insegnato ad esserlo, quanto io sia felice per lei, per questa strada che in qualche modo, da qualche parte, abbiamo iniziato insieme e che adesso trova una fine e un nuovo inizio.

Ce ne sarebbero di ricordi da rivangare, episodi tristi e divertenti da raccontare, capodanni, mattinate brumose e pomeriggi a schianto di sole, ma francamente sarebbe una noia, francamente sarebbe il solito vecchio scontato gioco degli aneddoti. Ci sarà tempo, ci sarà modo, tra due settimane, quando noi saremo tutti un po' più ubriachi e lei molto più sposata. Adesso no, adesso, come al solito, non mi viene in mente nient'altro che un semplice: auguri.

E figli maschi?! Ah, questo non lo so, chiedetelo a lei.

Camionisti, segretarie e, certamente, Cosmopolitan

Giorni passati a raccogliere e mettere. Notti intere poi a lavorare per togliere, scarnificare. Lenta e precisa riduzione all'osso, questo sì, mi piace. Senza inventare nulla di nuovo, è soltanto la ricerca di nuove illuminazioni in una megalomania ricca di ombre, anzi no, di buio pesto. Ogni tanto mi vengono in mente frasi buone, in macchina al mattino, soprattutto, rincoglionito da una notte presa di fretta. Ma tanto poi me le dimentico sempre, per pigrizia o per poca memoria.

Sono ancora convinto che le frasi del mattino siano quelle migliori. Dovrei mettere un blocco per gli appunti in macchina, o assumere una segretaria che viaggi con me, ma sul sedile di dietro, ché su quello davanti ci sono i cd, le chiavi, le sigarette, il telefono, le briciole della cena di ieri.

Una segretaria sì, discinta e con le calze a rete. Schifosamente volgare, oltremodo arrapante. Con due tette così (sì, lo so, ho una fissazione per le tette).

Valutiamo con attenzione.

La segretaria potrebbe anche viaggiare, a tratti, sul sedile davanti. Tre sogni erotici al prezzo di uno. Un pompino appena sveglio, mentre sono al volante e fatto dalla segretaria. Nemmeno Clinton, macché dico, nemmeno Cosmopolitan ha mai osato tanto.

Il problema di fondo sono i camionisti e gli autisti di bus. Perché loro stanno in alto, loro ti vedono, maledetti guardoni, abbiate almeno l'educazione di mettervi un paio di occhiali scuri e un trench.

Si accettano candidature. No, non per il camionista guardone, per la segretaria, perdio: possibilmente giovane, intelligente e di bella presenza, inviare curriculum con foto all'indirizzo potreinoncacarvidistriscio@gmail.com. Offresi stage di sei mesi e retribuzione commisurata all'esperienza. Astenersi mercenarie e perditempo.

Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell'amore

vede signora, è una questione di scelte. Forse anche di realismo spicciolo. No, non ho mai voluto fare l'astronauta. In quarta elementare volevo fare l'ingegnere. Pensi che mamma contenta: un bambino di dieci anni che vuole fare l'ingegnere. Pensi che bambino noioso. Come?! Che lavoro faccio? L'ingegnere, che diamine, sono testardo io, sa?!

Dubbi non ne avevo, no. Almeno in quarta elementare. Quelli sono venuti dopo, al liceo, soprattutto. Non per altro ma perché sono sempre rimasto affascinato dall'ingegno umano a tutto tondo, mica soltanto dalla tecnica. Ho sempre letto molto, pensi che quando ai tempi del liceo me ne tornavo a casa con un altro libro la frase che mi sentivo dire da mia madre era "ma come? un altro? dove pensi di metterli tutti?". Cavolo, in effetti aveva ragione mia madre. Camera mia era piena di mensole, librerie e ripiani. Tutti pieni di libri. Pensi che quando me ne sono andato a vivere da solo con i libri che avevo in camera ci ho riempito due librerie in salotto e una nello studio.

Però vabbè, alla fine del liceo quando, scherzando, me ne uscii dicendo che avrei potuto fare lettere lo sguardo di mia madre mi fece capire che forse non era il caso, nemmeno di scherzarci su. Pensi che mamma delusa. Allora mi iscrissi ad ingegneria. Alla fine un libro vale l'altro, cosa vuole che conti se sopra ci sono equazioni o poesie.

Se sono contento? Potrà sembrarle strano, ma sì. Mi piace quello che faccio e poi la sera, a casa, leggo. Il contrario sarebbe stato un po' più difficile. Non credo mi sarei messo a progettare antenne la sera a casa, per diletto, se mi fossi laureato in lettere.

E' una questione di scelte, o di priorità, forse.

E poi lo sa cosa? Prima o poi a lettere mi ci iscrivo e, si ricordi: sono uno testardo, io.

E’ davvero di cuore che auguro a lei a alla sua famiglia un sereno Natale e un felice anno nuovo

cos'è questo? E io che cazzo ne so. Ma non avresti dovuto scrivere qualcosa sul Natale? Sì, ad esempio? Potrei scrivere un qualcosa di sarcastico sul fatto che a Natale siamo tutti più buoni e poi invece siamo tutti in giro ingorgati il ventiquattro dicembre stressati perché ancora non abbiamo fatto i regali e siamo in macchina che malediciamo tutti e lanciamo bestemmie per apririci la strada. Oppure qualcosa su quant'è bello stare in famiglia per il cenone, mangiare come dei bufali e stare male dopo o perché non riesci a digerire o perché ti assale il senso di colpa per quella trippa ciondolante che straborda dai pantaloni. Dai, meglio non mettersi a scrivere cazzate. L'avranno scritta duemilioni di volte 'sta cosa. E' ancora più scontata di un film tratto da "Canto di Natale"! Ma come, non lo sai? Ne hanno appena fatto uno. Ecco, appunto. Però è in treddì.

Ma poi, a proposito di film, che palle: a Natale s'inceppa il palinsesto televisivo. Hanno rimbecillito me con i soliti tre film natalizi e con quegli stessi tre, o remake degli stessi, ci rimbecilliranno i miei (ipotetici) figli. Perché allora continui a guardarli quei film? Ma se ti ho appena detto che mi ci hanno rimbecillito: ormai sono convinto che se IO non guardo Willy Wonka mi sveglio la mattina del venticinque e scopro che hanno abolito il Natale.

Dai, smettila, che fai tanto il sostenuto, ma poi alla fine il Natale piace anche a te. Ma sì sì, alla fine piace anche a me, però, tutti gli anni, non lo so, ad un certo punto, mi rompo i coglioni. Roba che già il venticinque mattina tirerei giù a fucilate alberi, presepi, addobbi e babbi natale arrampicaringhiere (questi anche molto prima del venticinque, che poi, non ho mai sentito nessuno dire "che belli i babbi natale arrampicaringhiere", ma allora, chi diavolo li appende in giro? Cos'è? C'è forse una setta segreta che nottetempo li schiaffa sui balconi all'inspauta degli abitanti? E' un po' come la storia di Berlusconi che nessuno lo vota e poi vince le elezioni).

Cazzo, certo che sei acido stamani. Sarà il pandoro che mi fa acido, o sarà il riflusso dello spirito natalizio che poi, se intendi "spirito" come lo intendo io, 'sto riflusso assomiglia un po' troppo ai postumi dell'ennesima sbronza.

La scrittrice

Un cappellino bianco, un vestitino a fiori e un'andatura sculettante. Due tette così: sbattute sopra il bancone.

- Salve, beve qualcosa?

- No, grazie, stavo soltanto cercando il bagno.

- In fondo a destra, come sempre.

T'eri presentata così, con quello scollo vertiginoso a precipizio sul bancone. Mica lo sapevo che eri tu quella del reading poetico-musicale. Non che mi fossi interessato molto, in realtà, avevo soltanto letto il manifesto. Colpa di quel fenomeno del mio socio che s'era inventato questa solenne stronzata per cercare di raccattare un po' di gente ché altrimenti, di martedì, in pieno inverno, chi volevi che mettesse il naso fuori di casa per venirsi a bere qualcosa.

E io: dietro al bancone, come tutte le sere.

Il bagno, m'avevi chiesto, e poi te n'eri andata. Erano passati sì e no due secondi e io m'ero già dimenticato di te.

Poi un gridolino al confine con gli ultrasuoni, timpano ferito, collo girato e m'ero trovato davanti questo mostro che mi chiedeva, tutta eccitata.

- E' lei?! E' LEI?!?!

- E' lei chi? Scusa?

- Ma come chi?! la S C R I T T R I C E ! ! !

- Ah, sì, boh, no, forse. Senti, guarda, non lo so, c'è lì il mio socio, puoi chiedere a lui.

Però a quel punto aspettai che tu uscissi dal bagno. E ti guardai.
Ok, sì, prima di tutto ti riguardai ben bene le tette ma poi detti un'occhiata anche a tutto il resto.

Ti sentivi una strafica, camminavi come una strafica, muovevi le mani, ti atteggiavi, parlavi, guardavi, respiravi, come una strafica.

Ma non eri mica tutto questo granché, sai.

Ti sentivi un'artista, camminavi come un'artista, muovevi le mani, ti atteggiavi, parlavi, guardavi, respiravi, come un'artista.

Poi cominciasti a leggere. Ma sai cosa? Non scrivevi mica come un'artista.

Di gente, in effetti, ne venne, più di quanta mi aspettassi. Sarà stato che era davvero martedì e in giro non c'era veramente un cazzo da fare. Oppure sarà stato che li salutavi tutti e tutti li chiamavi per nome.

Una birra un americano un negroni un analcolico... un analcoliCOSA?!. Così, avanti, tutta la sera, tra un bicchiere servito e uno bevuto sentii poco del tuo reading poetico-musicale: parole bofonchiate, coperte da una musica sconfortante.

Mi ero dimenticato di te dopo quella serata... poi l'altra sera, un martedì, guarda il caso, a volte, che strani scherzi gioca, locale chiuso e io che me ne vado al cinema a vedermi un film.

All'improvviso una visione: un cappellino bianco, un vestitino a fiori e un'andatura sculettante. Due tette così: sbattute sopra la cassa del cinema.

Mi avvicino, ti saluto, mi riconosci.

- Oh ciao, che ci fai qui? e il locale?

- Chiuso stasera, alla fine l'ho convinto il mio socio che il martedì non ne vale la pena. Almeno vado al cinema di martedì, che mi piace il cinema quando c'è poca gente, e soprattutto pochi bambini. Mi rilasso, mi guardo un bel film insulso, uno di quelli tutti esplosioni e inseguimenti, spengo il cervello due ore e vado a letto contento. E tu, invece, cosa vai a vedere?

- Ah no, io vado al cinema solo se c'è un film interessante. Stasera per esempio, c'è una bellissima retrospettiva sul cinema Danese. Imperdibile.

- No no, non fa per me, preferisco le mie esplosioni. Vabbè, devo andare, che inizia il film.

- Certo, ciao, non vorrei farti fare tardi, alla prossima volta, magari al locale, è un posto così carino...

Ecco, niente di strano, ma non ho mai capito perché sul tuo biglietto ci fosse scritto "Natale a Beverly Hills".

cosa ci vuoi fare

come vuoi tu, cara.
come dici tu, cara.
come chiedi tu, cara.

Cosa non si farebbe per tenersi una che pulisca casa in modo decente, che stiri e che sappia cucinare. Oddio, a dir la verità non è esattamente il tuo caso, ma non è che potevo pretendere tanto di più.

Fortuna che dopo esco. Fortuna che dopo vado al bar. Pensare che esco presto al mattino e torno giusto per l'ora di cena. Se me la dovessi sorbire tutto il giorno avrei divorziato anni fa. Sì, e poi? Non so nemmeno rammendare un calzino. Non mi riesce di cucinare nemmeno il riso lesso. Sai dov'ero a quest'ora. Morto di fame. E di freddo: per i calzini bucati.

Ma che mi diceva il cervello. Manco a dire che ero giovane e non capivo. Avevo trentanni quando l'ho sposata, per carità, non sono mai stato né un uomo di mondo né un donnaiolo, ma possibile che non avessi trovato niente di meglio?

Bah... forse è proprio perché avevo trent'anni, una laurea, un lavoro, una casa. Mi mancava la moglie, che ci vuoi fare: così va la vita. Poi uno si ritrova vent'anni dopo, su questa poltrona, e no, proprio non si ricorda di averla amata quella donna.

Sarei dovuto stare più attento. O magari lo sono stato. Chi volevi che lo prendesse uno come me. L'incontro di due disperazioni, ecco cosa siamo. Io avevo trentanni, lei pure: dovevamo sposarci, dovevamo "mettere su famiglia". Io, a questo punto, la famiglia la metterei giù, altroché, ma come si fa, la casa, le cose in comune, gli amici, i parenti, cosa penserebbero, che sono un fallito, ecco cosa penserebbero.

Ma alla fine, cosa voglio di più, devo soltanto darle ragione ogni tanto, far finta di ascoltare qualche sfogo. Far buon viso a cattivo gioco: non è così che facciamo un po' tutti?

Vabbè, basta, andiamo al bar, che mi aspettano.

ore nove ore diciotto

La vallata come un cappuccino torbido e la cima delle colline briciole a galleggiare. Sopra il rosazzurro lucido e pulito dell'alba appena passata.

In queste mattinate così placide: io mi sveglio furibondo.

Ci provo. Ma non riesco ad imparare a non disseminare il mio cammino con la solita scia di bestemmie vaffanculo e maledizioni. Ci sono cose che al mattino non si dovrebbero vedere. Tra queste: io.

Il caffè nero amaro e denso è una scossa elettrica bollente giù per la gola. Poche parole e poco comprensibili. Buongiorno. Sì, buongiorno un cazzo. In ritardo, anche stamani. Avrei dovuto anche lavare i piatti di ieri sera: sarà per un'altra volta.

E la colazione, lontano ricordo. Altro che disordine creativo, continuo così e l'unica cosa che rimedierò sarà un disordine alimentare.

Non è solo la nebbia. E' l'aria che è densa e che è rimasta appiccicata alle cose, lucide e scivolose come la pelle dei rospi. Il respiro appeso al vetro, un finestrino aperto per lasciar andare il fumo della prima sigaretta.

E il conto alla rovescia.

Buongiorno.

La prima impressione è quella che conta

la questione è seria.

parli delle mie abitudini?

certo: di cos'altro dovrei parlare? e non chiamarle abitudini, ti piacerebbe che fossero soltanto abitudini. Sono MANIE, chiamale con il loro nome santiddio. Ti rendi conto che stamani mentre stavi ancora finendo di lavarti i denti hai preso una spugna e hai dato una passata al lavandino?

Scusa cosa c'è di male? Davvero non vedo cosa ci sia di male a tenere la propria casa pulita.

E quell'armadio. In quella camera: vuota. Con quelle pareti: NUDE. Ogni volta che lo apri manca soltanto che tu ti metta a recitare una preghiera. Guarda, scommetto che se te lo chiedessi sapresti dirmi, anche adesso, in che ordine sono le camicie.

Certo! da sinistra ci sono le due bianche e poi quelle a quadr...

NON TE L'HO CHIESTO! Vedi, anche questa volta non c'hai capito un cazzo. Io ti sto chiedendo di rilassarti, di sciogliere qualcuna delle tue manie e l'unica cosa che sai fare è dirmi che non c'è nulla di male, che è tutto normale. NORMALE?! Ti prego, se non puoi smettere di pensarlo almeno smetti di dirlo.
Il tuo è un problema, ed è serio. Se l'avessi saputo, la prima volta che mi hai invitato a cena... Mi ricordo di quello che pensai mentre ero ancora sulla porta, ok, non mi ricordo che strana musica tu stessi ascoltando ma mi ricordo che pensai "mio dio, se comincia così, andiamo bene"...
Non so più cosa pensare, te ne rendi conto? Manca soltanto che tu prenda uno di quei coltelli da cucina, che, nemmeno a dirlo, tieni sempre puliti e affilatissimi e che cominci a farmi a pezzi.
No, fermo, cosa diavolo stai facendo, a cosa ti serve adesso, quel coltello?

Il senso del contrario e di un risotto ben fatto.

Dell'autunno che doveva arrivare. Di quando poi mi sono svegliato ed era già inverno: devo sicuramente aver dormito un po' troppo. La questione è difficile da digerire. Non è una cosa facile da dire. Posso riderci ma l'odore acido e ammorbante di bruciato non sono riuscito a lavarlo via dalle mani. Dell'aria secca che ti asciuga e non mi lascia dormire. Ho ancora voglia di starmi addosso? Supponiamo per un attimo che fossero le ipotesi ad essere false. La otto in buca d'angolo, un tiro perfetto. No, non mi manca la televisione, magari soltanto un po' il gattino Virgola e le televendite. No, per favore, non urlare, davvero non mi sembra il caso. Non è la camicia che non s'intona ai miei occhi è, appunto, il contrario. In quella certa stanza quattro anni quattro di cazzate e foglietti gialli. Due più in là una nuvola bianca e io di passaggio per qualche caffè. No, non me n'ero proprio accorto. Oppure il contrario: non c'ero. Sì ma, che c'entra? No ma, perché deve? Per forza? Sono possessivo sulle cose superflue, ma che abbiano un senso, soprattutto quello del contrario. Sui peli pure, ma alcuni non ce l'ho fatta a tenerli per me.

Un risotto disegnato coi pennarelli. Il giallo l'avevo finito, ho usato il viola.

E' pronto: siediti pure.

e pensare che non mi piaceva Battisti

Le nostre strade si erano incrociate tante di quelle volte che, a ripensarci dopo, sembrava quasi impossibile non essersi mai accorti l'uno dell'altra.

Strade simili sì, ma c'era così poco in comune tra noi.

Due mondi paralleli: sembravamo un gioco ad incastro. Tu con i tuoi frammenti di storia raccolti come per caso e in ordine sparso nel tuo armadio incasinato. Io con la mia storia da bravo ragazzo, con un matrimonio imminente schivato all'ultimo istante e un armadio con le camicie ordinate per colore.

E quanto ti divertivi a scambiarle di posto.

Io affogato nello stereotipo dell'intellettuale comunista e tu che non sapevi nemmeno cosa fossero destra e sinistra.

Io meno inquadrato di quello che davo a vedere, tu molto più razionale di quello che si sarebbe potuto pensare.

Ed era il nostro gioco scoprirci a vicenda, noi facce diverse di una stessa medaglia.

Affacciati sul bordo sottile a sporgersi un poco più in là.

Io con i miei vecchi dischi dei Pink Floyd e dei Beatles ordinati e precisi. E tu, che insistevi, continuamente, sempre. Che dovevo. Che non potevo. Che in tutti i modi avrei dovuto. Per forza: ASCOLTARE BATTISTI.