Degli scrittori appollaiati alle mie spalle. (reprise)

di e per Philip Roth nel giorno della sua morte

Capita di rado, ma capita.
Ci vuole lo stato d'animo giusto, il momento giusto e il libro giusto.
Leggo tranquillo e ad un certo punto è come se quel libro stesse parlando di me, di quello che mi sta succedendo.
È una sensazione strana, così strana che smetto di leggere, mi volto e controllo che non ci sia lo scrittore lì dietro, a guardarmi, e a scrivere il libro a malapena una parola davanti a me.

Poi non trovo soltanto me, ma trovo anche tutti gli altri.
Vorrei quasi prendere il telefono, chiamarli e avvertirli che lo scrittore potrebbe essere lì, appollaiato dietro le loro spalle.
Poi no, di solito non chiamo nessuno, semmai scrivo.
Poi ci ripenso però, e mi accorgo di quanto deve essere bravo uno scrittore per entrarci dentro così, perché, proprio su quella pagina e proprio su quella frase, non succede soltanto a me.

Perché alla fine nei libri sottolineiamo tutti "quello che sottolineano tutti... tutto quello che comincia con Io."

Anche se sotto sotto siamo tutti un po' uguali è raro trovare qualcuno che sappia isolare quei tratti comuni e che ne sappia scrivere, mettendoceli di fronte, senza pudore e senza barriere sulla pagina bianca.

Nudo di fronte a queste pagine, di fronte alla brutale onestà di parole che posso leggere e rileggere, e rimangono lì: impassibili e impietose.

E sono questi i libri che mi porto appresso, che mi rimangono indelebili addosso.

Uscirne vivo.

Immagini in assedio, inimmaginabile suicidio collettivo (fino a poco tempo fa), un anelito testardo fatto solo di parole.
Sbalordiscimi con la tua descrizione iperrealista.
Scelgo i buoni i cattivi e gli inutili.
Foglie caduche in un autunno inaspettatamente temperato.

La luce del penultimo passo.

La luce del penultimo passo.
Partito da tanto e non ancora arrivato, ma quasi.
Il dubbio che mi assale è se sia meglio farlo quell'ultimo passo o se, oppure, non sia meglio rimanere sospeso in quel breve momento.
Quello stato di grazia e quella luce più forte del momento nel quale il cammino è compiuto ma il viaggio non è ancora finito.

Us and Them(*)

Qualche anno fa eravamo convinti che tutto ciò che c'era di importante da dire si nascondesse ancora nelle parole.

Pensavamo fosse difficile.
Pensavamo fosse necessario farlo.

Poi ci illudemmo che tutto ciò che avremmo voluto dire fosse già stato detto.

Non abbiamo fatto altro, allora, che rimanere in silenzio.

Ma non basta.
Non basta scavare a ritroso e ritrovare parole belle e ben poste.
Non basta.
Avremmo potuto. 
Avremmo dovuto.

Scalare ancora. Rimanere ancora sulle barricate.
Ne avevamo di cose da dire: ne avevamo di cose da fare.

La nostra ira: il nostro retaggio: il nostro lignaggio.

Che si fottano, abbiamo pensato.
Ora li fottiamo, hanno detto.

La differenza è che noi, come al solito, lo abbiamo pensato.
La differenza è che loro, come al solito, lo hanno fatto.
 
Cordiali saluti.

(*) Tha Dark Side of the Moon, Pink Floyd, 1973

quello che resta

perché noi, alla fine, ci si diverte e basta.
Tra tanto pensare e il resto, ciò che conta è il resto.
E questo basta a concludere basta poco.
E quel poco è semplice. Trova qualcosa che sia nuovo nuovo, qualcosa che sia deviante. Innamoratene.

Anni,capelli e ciddì

Perché il momento in buona sostanza richiede qualcosa di adulto. Qualcosa di diverso da un televisore sempre più grande e da uno stereo sempre più piccolo. Mioddio comeravamo quando avevamo ventanni.
Meglio. Perché non fumavamo, non bevevamo e non prendevamo caffè. Meglio, forse.
Quindi metto su un ciddì audio, non un merdosissimo emmepitrè, un ciddì di quelli copiati con il primo masterizzatore comprato per seicentomilalire, che erano un capitale buondio, e ascolto. E poi cambio traccia.

E poi cambio faccia.

Ho ancora le cassette. Avessi qualcosa per sentire che suono fanno butterei su anche quelle. Ma non ce l'ho più. Perché siamo cresciuti, perché ci siamo evoluti. Quando dove come quando. Non me ne sono accorto, oppure ho fatto finta di niente.

Adulto, dicevo. Poi mi rimetto a scrivere come a quindicianni. Né più né meno. Perché è un segno di maturità.
Non ho musica invecchiata meno di dieci anni. Segno dei tempi, segno dell'età. E tra i ciddì una maggioranza qualificata che di anni ne ha quaranta. E io ne ho a stento trentacinque. Segno dei tempi. Segni dei tempi.

Rughe tante e capelli pochi. Abbiamo perso lo smalto. Macchècazzodici, abbiamo perso soltanto i capelli, lo smalto non me lo sono mai messo.

Che

Cose che dovresti fare nella vita e Cose che potresti fare nella vita.
Cose che vorresti indietro e Cose che potresti avere indietro.
La linea in fin dei conti è poi così sottile.

Lasciami andare.


Lasciami fare.


Una lunga serie di condizioni al contorno.


Tra il rosso e il blu.

Un occhio che ti vede e che ti SORRIDE.

Soffiala via che non è poi così importante quella porta aperta quella porta chiusa.
E guardala negli occhi quella porta, la più scura, la più affascinante.
Quale bellezza, quale grazia.

Niente è gratis, tantomeno il futuro.

io, me e il ricordo

perché il diverso, alla fine, non è poi così diverso da me. Semplicemente un nuovo punto di vista, semplicemente un punto di vista diverso, un poco più in là.
Alla fine non siamo poi così diversi, e qualora lo fossimo, ne siamo poi così sicuri, nemmeno poi tanto. E qualora davvero lo fossimo, potremmo, davvero, farne una questione di superiorità.

Come?

Alla fine siamo: io, te e il ricordo. La nostra Storia. Qualcosa che ci rende diversi.

Qualcosa che ci rende io e te. Il ricordo.

wish you were here (*)

ho letto milioni di libri, sceso milioni di scale e ascoltato Wish you were here milioni di volte e soltanto stasera mi sono reso conto che la domanda che pongono è sempre una soltanto.


almeno una volta, in tutta la vita, puoi essere sufficientemente libero da vivere la tua vita?



a proposito: la risposta è 42.


(*)seriamente... è necessario che ve lo dica?

a lot of good cars are Japanese (*)

le cose da dire sarebbero semplici. Sono le parole che poi, a guardarle bene, si complicano.
Passiamo la vita intera a cercare di esprimere qualcosa che nella nostra testa è chiaro, cristallino ma, alla fine, sono le parole che si complicano.
Sono delle interminabili sillabe e quegli incolmabili vuoti. Stanno lì a guardarsi, a guardarti come cani incazzati e, alla lunga, ti fanno impazzire.

E' un lavoro lungo e snervante quello di trovare il modo giusto per dirlo. E' già difficile trovare il modo giusto di dire UNA cosa ad UNA persona. Il passo per la generalizzazione è, poi, perdio, indescrivibilmente complesso.

Né più né meno della corretta ortografia dell'avverbio nella frase precedente.

Le parole giuste hanno facce improbabili e portano buffi cappelli. Ma suonano bene, cazzo se suonano bene.

A nulla valgono le frasi fatte e le citazioni, perdipiù sbagliate, copiate e incollate.

Perché le cose da dire, quelle semplici, non te le ha ancora dette nessuno. Sono quelle che ti vengono in mente alla sesta ora di guida, dopo seicento chilometri di autostrada o quando ti svegli all'alba dopo tre ore di sonno arrabbiato.

Poi, per fortuna, te le dimentichi, troppa saggezza in una persona sola darebbe nell'occhio.

(*): "Stickshift and safetybelts", Cake, Fashion Nugget.