Scrivi, scrivi che cazzo ti pare. Scrivi di televisione, scrivi di te, delle scopate che rimedi sotto un ponte o sotto un lampione. Ma, perdio, scrivi bene. Scegliti le parole, non tirarle a caso in mezzo ad una frase soltanto perché ti piace il suono ma non ti ricordi bene il significato. Non è che è una parola DIFFICILE è più ganza di un'altra soltanto perché la conoscono in TRE. Perché magari tra quei tre tu non ci sei. Sono soltanto parole a sproposito. Avresti dovuto, avresti QUANTOMENO potuto, comprarti, noleggiarti o anche soltanto cercarti su goggle, uno schifo di dizionario.
Ah, già, ci vogliono più di tre neuroni tre per capire quello che si legge. Una definizione su di un dizionario può essere in effetti una difficoltà insormontabile, soprattutto perché, eventualmente, può presentare ulteriori parole sì complicate da costringerti ad un ulteriore utilizzo del suddetto dizionario, innescando così una reazione a catena che potrebbe protrarsi, in linea del tutto teorica sia ben chiaro, all'infinito.
La costruzione. Gli ermetici, anime sante, ed altri prima di loro, ce l'hanno detto, ripetuto, inculcato che stravolgere la costruzione di una frase si può, anzi quasi si deve, se si vuole mettere in evidenza una parola, una virgola, anche soltanto uno spazio, una pausa. Ma, allora, perché t'ostini, con perseveranza e pertinacia, a costruire le frasi a cazzo soltanto perché il discorso assume un tono più sostenuto. IO, questo, proprio non lo capisco. Un soggetto dopo quattordici subordinate si può fare, sì. Se sei De Andrè, magari, te lo puoi anche permettere. Se sei il citto del poro schifoso, magari, PENSACI. Perché non sempre la maggioranza sta, magari, qualche volta la maggioranza si schifa e ti manda affanculo, dove cioè, peraltro, ti meriti di andare.
E ora è ora di chiudere.
E soprattutto non t'inventare cazzate, che poi, da vecchio, le paghi.
Sono tutti morti. E tu che diavolo ci fai ancora qui. No, niente, è solo che mi veniva di scrivere qualcosa su di un fiume nero e su di una luna gialla che c'ha provato ma proprio non ce l'ha fatta a diventare piena. Su qualcosa che doveva succedere. Di giornate campali, lunghe schifose con un chiodo piantato sulla lancetta dei secondi . Ma poi su quel niente non c'è molto da dire. E allora. Un respiro profondo. Non ce ne sono poi molte di cose di cui valga la pena di scrivere. Non c'è nemmeno più il gusto di riavvolgere il nastro per riascoltare quella canzone. REW STOP PLAY non sono ancora arrivato REW STOP PLAY non ancora REW STOP PLAY merda FFW STOP PLAY ecco adesso sì. L'era digitale mi ha tolto il senso dell'attesa e la voglia di cercare. Scegli un numero e premi un tasto fai doppio clic. Che senso ha. La comodità. Non ho mai usato la selezione scene di un DVD. Un film me lo guardo tutto, perdio, e nel verso giusto, tranne Memento. E non venitemi a rompere i coglioni. datemi soltanto un secchio di popcorn.
Un blog pubblicato in MC LP CD. Un blog da copiare e da trasformare in emmepittrè. La qualità non ne risentirà poi molto, sono, comunque, sempre stato molto low-fi. Sono sempre stato a favore di una masterizzazione consapevole. L'importante è proteggersi adeguatamente e sapere esattamente cosa si vuole.
Un blog pubblicato in MC LP CD. Un blog da copiare e da trasformare in emmepittrè. La qualità non ne risentirà poi molto, sono, comunque, sempre stato molto low-fi. Sono sempre stato a favore di una masterizzazione consapevole. L'importante è proteggersi adeguatamente e sapere esattamente cosa si vuole.
non fiori ma opere di bene
"...quello che mi chiedo, a volte, e adesso è proprio una di quelle volte, è cosa cazzo ci faccio ancora qui."
Mi guardasti stupita. Come se tu non l'avessi capito da un pezzo che razza di merda io fossi. Lo sapevi, e nonostante questo avevi avuto l'incoscienza di credere che avresti potuto cambiarmi.
"...quello che mi sconvolge, a volte, e adesso è proprio una di quelle volte, è che le donne del terzo millennio non abbiano ancora capito che gli uomini non cambiano."
Credevi di potermi redimere, credevi che lavorandoci avresti potuto farmi tornare sulla retta via, farmi abbandonare questa mia vita fatta di vizio, di colossali sbronze, di scopate nei cessi dei peggiori locali della città, di feroci risvegli alle tre del pomeriggio.
"...quello che credo, adesso, è che tu non volessi affatto cambiarmi. Anzi, il mio essere ciarpame, il mio essere una merda, era la sola cosa che ti attirava. Se io fossi davvero cambiato, se come mi hai detto un milione di volte avessi tirato fuori il diamante nascosto dentro di me, adesso saresti tu quella annoiata, quella che si chiede cosa cazzo ci sta facendo ancora qui, saresti tu a farmi il discorso che ti sto facendo io".
Ecco cosa avresti voluto: salvarmi per poi poter dire di averlo fatto, per raccontare di come mi avevi tirato fuori dall'alcolismo e da tutte le altre schifezze della mia vita. Mi ricordo ancora di quando mi arrivasti in casa tutta contenta con quella stronzissima camicia e mi dicesti che mi avevi fissato un colloquio di lavoro. Al colloquio ci andai, sì, con una delle solite magliette e con una delle mie migliori sbronze. La camicia è ancora appesa nell'armadio, se fossi stato un po' meno stronzo avrei potuto regalarla ai poveri.
"...quello che dovresti fare, subito, è infilare in uno scatolone tutte le tue cianfrusaglie e togliere il disturbo. A proposito, riprenditi anche la camicia. A me non serve. Regalala ai poveri."
Mi guardasti stupita. Come se tu non l'avessi capito da un pezzo che razza di merda io fossi. Lo sapevi, e nonostante questo avevi avuto l'incoscienza di credere che avresti potuto cambiarmi.
"...quello che mi sconvolge, a volte, e adesso è proprio una di quelle volte, è che le donne del terzo millennio non abbiano ancora capito che gli uomini non cambiano."
Credevi di potermi redimere, credevi che lavorandoci avresti potuto farmi tornare sulla retta via, farmi abbandonare questa mia vita fatta di vizio, di colossali sbronze, di scopate nei cessi dei peggiori locali della città, di feroci risvegli alle tre del pomeriggio.
"...quello che credo, adesso, è che tu non volessi affatto cambiarmi. Anzi, il mio essere ciarpame, il mio essere una merda, era la sola cosa che ti attirava. Se io fossi davvero cambiato, se come mi hai detto un milione di volte avessi tirato fuori il diamante nascosto dentro di me, adesso saresti tu quella annoiata, quella che si chiede cosa cazzo ci sta facendo ancora qui, saresti tu a farmi il discorso che ti sto facendo io".
Ecco cosa avresti voluto: salvarmi per poi poter dire di averlo fatto, per raccontare di come mi avevi tirato fuori dall'alcolismo e da tutte le altre schifezze della mia vita. Mi ricordo ancora di quando mi arrivasti in casa tutta contenta con quella stronzissima camicia e mi dicesti che mi avevi fissato un colloquio di lavoro. Al colloquio ci andai, sì, con una delle solite magliette e con una delle mie migliori sbronze. La camicia è ancora appesa nell'armadio, se fossi stato un po' meno stronzo avrei potuto regalarla ai poveri.
"...quello che dovresti fare, subito, è infilare in uno scatolone tutte le tue cianfrusaglie e togliere il disturbo. A proposito, riprenditi anche la camicia. A me non serve. Regalala ai poveri."
Io, un flipper e la prova costume
troppo stanco anche soltanto per saperlo, di essere stanco. Alla fine dell'ennesima giornata. Quando cazzo arriva l'estate, perdio. Ma, soprattutto, qualcuno ha detto a quel tipo lassù, quello che decide le previsioni meteo, che sarebbe, perlomeno, primavera? E vabbè, mi tocca di prendere la macchina anche domani. Tanto ormai son sulla tela, se mi fermano provo ad offrirgli da bere. Almeno poi mi fanno il palloncino: e sono cazzi.
Che stavo dicendo? Ah, già: stanco.
Poco da dire, troppo da fare. Una pallina da flipper: sembro una pallina da flipper. E non c'è nemmeno da sperare che ci sia il multiball o come cazzo si chiamava quando venivano giù tre palline insieme, che non ci capivo più un cazzo e poi mi finivano giù tutte. E bestemmiavo: mai capito a cosa cazzo servisse quella stronzata del multiball.
Sarà la primavera, che nessuno gliel'ha detto, tanto lo so che devo fare tuttto io, come al solito. Sarà la primavera, dicevo, perché vedo anche voi altri tutti un po' più stanchi. E' l'insensata voglia di ferie che ci prende sempre ad aprile. E' la voglia di prendere il cervello e scaricarlo lì, insieme all'orologio, chiudere bottega, salutare cordialmente e scomparire per almeno due settimane. Con la sveglia che NON suona, con il solito rompicoglioni che NON chiama.
Non è mica un caso, sai, che proprio adesso si cominci a pensare alla prova costume per la prossima estate. E' proprio che al mare vorremmo esserci adesso. Inizio a pensare che l'autonomia dell'essere umano medio sia di tre mesi. Dovrebbero fare l'anno lungo quattro, altro che dodici. Tre mesi di lavoro, belli, freschi e produttivi, e poi uno di ferie. Eddai, non è mica proprio una stronzata: pensiamoci un attimo, così com'è il rapporto, compreso domenica e compagnia, è sì e no di uno a dieci.
Fate come vi pare, A ME, non mi sembra giusto una sega.
Che stavo dicendo? Ah, già: stanco.
Poco da dire, troppo da fare. Una pallina da flipper: sembro una pallina da flipper. E non c'è nemmeno da sperare che ci sia il multiball o come cazzo si chiamava quando venivano giù tre palline insieme, che non ci capivo più un cazzo e poi mi finivano giù tutte. E bestemmiavo: mai capito a cosa cazzo servisse quella stronzata del multiball.
Sarà la primavera, che nessuno gliel'ha detto, tanto lo so che devo fare tuttto io, come al solito. Sarà la primavera, dicevo, perché vedo anche voi altri tutti un po' più stanchi. E' l'insensata voglia di ferie che ci prende sempre ad aprile. E' la voglia di prendere il cervello e scaricarlo lì, insieme all'orologio, chiudere bottega, salutare cordialmente e scomparire per almeno due settimane. Con la sveglia che NON suona, con il solito rompicoglioni che NON chiama.
Non è mica un caso, sai, che proprio adesso si cominci a pensare alla prova costume per la prossima estate. E' proprio che al mare vorremmo esserci adesso. Inizio a pensare che l'autonomia dell'essere umano medio sia di tre mesi. Dovrebbero fare l'anno lungo quattro, altro che dodici. Tre mesi di lavoro, belli, freschi e produttivi, e poi uno di ferie. Eddai, non è mica proprio una stronzata: pensiamoci un attimo, così com'è il rapporto, compreso domenica e compagnia, è sì e no di uno a dieci.
Fate come vi pare, A ME, non mi sembra giusto una sega.
lo sapevo che il tartufo mi sarebbe rimasto indigesto
Un'altra volta. Ci sono cascato un'altra volta.
Che noia, che palle. Vorrei tanto chiederti perché devo ascoltare il niente che hai da dire solo per rimediarci una scopata. Stavolta poi non doveva andare così. Nel senso, sei tu che mi hai chiesto il numero di telefono, sei tu che mi hai tempestato di messaggi, sei tu che hai insistito per questa cena.
E dire che avevo un impegno. Io, vedi, io ce l'ho a morte con quella stronza della mia "amica" (si nota il sarcasmo? eh? SI NOTA?!) che m'ha dato buca stasera. Uscivamo, due chiacchiere, la solita birra e poi tutti a letto presto ché domani bisogna lavorare. E invece no: stronza. S'è fidanzata quella là, e ora mi dà le buche, la stronza. E io, per colpa SUA, mi ritrovo in questa osteria (per carità, carina eh) con questa qui che ha il livello di conversazione di una trota. Sul banco del pesce.
Cazzo però, 'sti gnocchi erano proprio buoni, almeno questo. Pesantucci forse, il tartufo, forse. Devo cambiare le gomme alla macchina, oddio, trecento euri, quasi quasi aspetto, tanto adesso viene la bella stagione, strade asciutte e poi giro più che altro in moto, alle gomme ci si penserà a settembre. Cavolo, la bolletta della luce, quand'è che scade? Tra una settimana, mi pare, ma che giorno è oggi?
- Come? Ma no che non mi stai annoiando! L'orologio? No, ma dai! E' l'abitudine, capita di guardare che ore sono, no?
Cazzo, sarò suonato falso a lei quanto mi sono suonato falso per me? Vabbè, ho capito, mica posso stare ad ascoltarla... Se se ne accorge mi interroga come la maestra delle elementari "ripetimi l'ultima cosa che ho detto!!!". Avevo imparato a farlo però, ripetevo l'ultima frase e quella pensava che stessi attento. Magari funziona anche con lei. Oddio, per reggerti ci vorrebbe di farsi di cocaina. Bello il Pasto Nudo, non ci sto capendo veramente un cazzo, ma bello. Capirai, quello lì era sempre strafatto, ci credo che non ne torna uno dei discorsi che fa.
- Un caffè, uno soltanto? tu non ne vuoi? Ok, allora un caffè e un fernet, grazie. Fernet Branca, mi raccomando.
Speriamo che almeno mi faccia digerire, 'sti gnocchi si son fermati a metà strada, non vanno né su, né giù. Che cazzo c'era dentro: gomma, ghisa e pallini da schioppo?
- Andiamo? Ti prendo il cappotto. Tu sei a piedi? No, vabbè, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, ti accompagno io.
Era l'ora, mi toccherà di scoparti in macchina, speriamo almeno che ne valga la pena. Ommmiodddio ricomincia a chiacchierare, meglio baciarla prima che dilaghi un'altra volta. Eh, però, almeno hai un bel paio di tette. Sentiamo più giù com'è che sei messa, sai a me piacciono gli orticelli ben curati, non quelli incolti stile seventies.
"Ma non ti sembra di essere un po' troppo intraprendente?"
COME COSA CHI?!?!?
- Senti, scusa, la cena mi è rimasta sullo stomaco, non sto bene. Ti spiace se vado? Ti chiamo io eh?! Ciao.
Che noia, che palle. Vorrei tanto chiederti perché devo ascoltare il niente che hai da dire solo per rimediarci una scopata. Stavolta poi non doveva andare così. Nel senso, sei tu che mi hai chiesto il numero di telefono, sei tu che mi hai tempestato di messaggi, sei tu che hai insistito per questa cena.
E dire che avevo un impegno. Io, vedi, io ce l'ho a morte con quella stronza della mia "amica" (si nota il sarcasmo? eh? SI NOTA?!) che m'ha dato buca stasera. Uscivamo, due chiacchiere, la solita birra e poi tutti a letto presto ché domani bisogna lavorare. E invece no: stronza. S'è fidanzata quella là, e ora mi dà le buche, la stronza. E io, per colpa SUA, mi ritrovo in questa osteria (per carità, carina eh) con questa qui che ha il livello di conversazione di una trota. Sul banco del pesce.
Cazzo però, 'sti gnocchi erano proprio buoni, almeno questo. Pesantucci forse, il tartufo, forse. Devo cambiare le gomme alla macchina, oddio, trecento euri, quasi quasi aspetto, tanto adesso viene la bella stagione, strade asciutte e poi giro più che altro in moto, alle gomme ci si penserà a settembre. Cavolo, la bolletta della luce, quand'è che scade? Tra una settimana, mi pare, ma che giorno è oggi?
- Come? Ma no che non mi stai annoiando! L'orologio? No, ma dai! E' l'abitudine, capita di guardare che ore sono, no?
Cazzo, sarò suonato falso a lei quanto mi sono suonato falso per me? Vabbè, ho capito, mica posso stare ad ascoltarla... Se se ne accorge mi interroga come la maestra delle elementari "ripetimi l'ultima cosa che ho detto!!!". Avevo imparato a farlo però, ripetevo l'ultima frase e quella pensava che stessi attento. Magari funziona anche con lei. Oddio, per reggerti ci vorrebbe di farsi di cocaina. Bello il Pasto Nudo, non ci sto capendo veramente un cazzo, ma bello. Capirai, quello lì era sempre strafatto, ci credo che non ne torna uno dei discorsi che fa.
- Un caffè, uno soltanto? tu non ne vuoi? Ok, allora un caffè e un fernet, grazie. Fernet Branca, mi raccomando.
Speriamo che almeno mi faccia digerire, 'sti gnocchi si son fermati a metà strada, non vanno né su, né giù. Che cazzo c'era dentro: gomma, ghisa e pallini da schioppo?
- Andiamo? Ti prendo il cappotto. Tu sei a piedi? No, vabbè, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, ti accompagno io.
Era l'ora, mi toccherà di scoparti in macchina, speriamo almeno che ne valga la pena. Ommmiodddio ricomincia a chiacchierare, meglio baciarla prima che dilaghi un'altra volta. Eh, però, almeno hai un bel paio di tette. Sentiamo più giù com'è che sei messa, sai a me piacciono gli orticelli ben curati, non quelli incolti stile seventies.
"Ma non ti sembra di essere un po' troppo intraprendente?"
COME COSA CHI?!?!?
- Senti, scusa, la cena mi è rimasta sullo stomaco, non sto bene. Ti spiace se vado? Ti chiamo io eh?! Ciao.
8 Marzo 2010
donne
du
du
du(*).
(*) Donne, Alberto Salerno e Adelmo Fornaciari in arte (?) Zucchero, Sanremo '85.
du
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du(*).
(*) Donne, Alberto Salerno e Adelmo Fornaciari in arte (?) Zucchero, Sanremo '85.
La fortuna arriva con l'autobus
Pensò di suicidarsi per diventare famoso. Poi pensò che ai morti non possono dare il Nobel e che quindi sarebbe stato meglio aspettare. Su questa profonda considerazione gli ci scappò una risatina. Era stata dura, la pila delle lettere di rifiuto era andata aumentando nel corso degli anni. Ma adesso, dopo anni trascorsi a sbarcare il lunario con lavoretti saltuari, era riuscito finalmente a far pubblicare quel libro che gli era costato tanta fatica, tante notti insonni e tre decimi buoni di vista.
L'editore aveva corretto alcune parti, ne aveva tolte altre e il titolo non era quello che lui avrebbe voluto, ma insomma, era comunque un libro, il suo primo.
Il pomeriggio precedente gli avevano consegnato le sue cinquanta copie, per gli amici, i parenti, un po' di promozione "casalinga" gli avevano detto. Altre copie erano state inviate ai giornali ed altre ancora erano già in alcune librerie della città, il giorno dopo magari sarebbero già state sugli scaffali.
Lui se ne era andato a letto con quello scatolone mezzo aperto accanto al letto a tenergli compagnia e a fargli, una volta tanto, da comodino, a lui che un comodino non l'aveva mai avuto perché proprio non avrebbe saputo dove metterlo in quella microscopica stanzetta.
Si svegliò il mattino seguente prima che suonasse la sveglia, senza nemmeno aprire gli occhi allungò una mano e toccò ancora una volta la copertina lucida della copia che faceva capolino dallo scatolone. Già s'immaginava un reading nella bella libreria del centro, con la fila per gli autografi e le domande dei lettori. Si alzò e fece meno fatica del solito per lavarsi vestirsi e prepararsi per andare in quell'orrido fastfood che, per quanto facesse schifo, lui e il puzzo di fritto che esalava, gli aveva consentito di vivacchiare fino a quello splendido momento.
S'infilò le cuffie come tutte le mattine, chiuse la porta, la riaprì, si infilò una copia del libro in tasca, si voltò e uscì.
Incazzato. Sempre incazzato e con un mal di testa feroce. E va bene, anche ieri sera era tornato a casa ubriaco. Ma che bisogno c'era di aspettarlo alzata e fargli quella parte a culo. Le urla, di sicuro le avevano sentite anche i vicini. I bambini si erano svegliati, avevano cominciato a piangere. E adesso: un mal di testa feroce, aveva anche buttato giù due aspirine insieme al caffè ma non erano servite a niente. Avrebbe dovuto provare col buon vecchio bicchiere della staffa ma era un autobus quello che doveva guidare, non era il caso di bere.
Povera donna però, ritrovarsi a quarantanni con un marito mezzo alcolizzato e un figlio ancora da crescere. Però lui lo stipendio a casa l'aveva sempre portato. Pochi: ma regolari. La casa l'avevano comprata, i vestiti e i libri per la scuola c'erano sempre stati, le bollette le aveva sempre pagate, non aveva mai fatto mancare niente a nessuno, non aveva debiti con nessuno. Proprio non capiva che male ci fosse se, qualche volta, tornava a casa un po' bevuto. Che ne sapeva lei dello stress, tutto il giorno in mezzo al traffico, con le vecchiette senza biglietto e le domande incomprensibili dei turisti. A fine giornata, con gli amici di sempre, al bar, un bicchiere tira l'altro e alla fine eccoci qua.
L'autobus come tutte le mattine, ma stamani nella tasca della giacca c'era il dolce peso di quel libro con il suo nome dritto in copertina.
Che mal di testa e che sonno. Era stato costretto, da ubriaco, a star alzato fino a tardi a discutere e a promettere che non sarebbe successo mai più. Però, che sonno.
Ritrovarono il libro poco distante. E ne trovarono altri, poi, nella stanza dove viveva in affitto. I giornali ne scrissero, i libri andarono a ruba, due ristampe in nemmeno una settimana. Famoso adesso lo era ma il Nobel non glielo avrebbero potuto dare.
L'editore aveva corretto alcune parti, ne aveva tolte altre e il titolo non era quello che lui avrebbe voluto, ma insomma, era comunque un libro, il suo primo.
Il pomeriggio precedente gli avevano consegnato le sue cinquanta copie, per gli amici, i parenti, un po' di promozione "casalinga" gli avevano detto. Altre copie erano state inviate ai giornali ed altre ancora erano già in alcune librerie della città, il giorno dopo magari sarebbero già state sugli scaffali.
Lui se ne era andato a letto con quello scatolone mezzo aperto accanto al letto a tenergli compagnia e a fargli, una volta tanto, da comodino, a lui che un comodino non l'aveva mai avuto perché proprio non avrebbe saputo dove metterlo in quella microscopica stanzetta.
Si svegliò il mattino seguente prima che suonasse la sveglia, senza nemmeno aprire gli occhi allungò una mano e toccò ancora una volta la copertina lucida della copia che faceva capolino dallo scatolone. Già s'immaginava un reading nella bella libreria del centro, con la fila per gli autografi e le domande dei lettori. Si alzò e fece meno fatica del solito per lavarsi vestirsi e prepararsi per andare in quell'orrido fastfood che, per quanto facesse schifo, lui e il puzzo di fritto che esalava, gli aveva consentito di vivacchiare fino a quello splendido momento.
S'infilò le cuffie come tutte le mattine, chiuse la porta, la riaprì, si infilò una copia del libro in tasca, si voltò e uscì.
Incazzato. Sempre incazzato e con un mal di testa feroce. E va bene, anche ieri sera era tornato a casa ubriaco. Ma che bisogno c'era di aspettarlo alzata e fargli quella parte a culo. Le urla, di sicuro le avevano sentite anche i vicini. I bambini si erano svegliati, avevano cominciato a piangere. E adesso: un mal di testa feroce, aveva anche buttato giù due aspirine insieme al caffè ma non erano servite a niente. Avrebbe dovuto provare col buon vecchio bicchiere della staffa ma era un autobus quello che doveva guidare, non era il caso di bere.
Povera donna però, ritrovarsi a quarantanni con un marito mezzo alcolizzato e un figlio ancora da crescere. Però lui lo stipendio a casa l'aveva sempre portato. Pochi: ma regolari. La casa l'avevano comprata, i vestiti e i libri per la scuola c'erano sempre stati, le bollette le aveva sempre pagate, non aveva mai fatto mancare niente a nessuno, non aveva debiti con nessuno. Proprio non capiva che male ci fosse se, qualche volta, tornava a casa un po' bevuto. Che ne sapeva lei dello stress, tutto il giorno in mezzo al traffico, con le vecchiette senza biglietto e le domande incomprensibili dei turisti. A fine giornata, con gli amici di sempre, al bar, un bicchiere tira l'altro e alla fine eccoci qua.
L'autobus come tutte le mattine, ma stamani nella tasca della giacca c'era il dolce peso di quel libro con il suo nome dritto in copertina.
Che mal di testa e che sonno. Era stato costretto, da ubriaco, a star alzato fino a tardi a discutere e a promettere che non sarebbe successo mai più. Però, che sonno.
Ritrovarono il libro poco distante. E ne trovarono altri, poi, nella stanza dove viveva in affitto. I giornali ne scrissero, i libri andarono a ruba, due ristampe in nemmeno una settimana. Famoso adesso lo era ma il Nobel non glielo avrebbero potuto dare.
cattivo maestro
Svegliarsi al mattino e sentire i piedi come nella melassa.
La carta su cui scrivo non è mai stata bianca, colore troppo virginale, non adatto a me. Ho sempre preferito l'abbraccio caldo di un colore che non mi urlasse in faccia il suo dolore per i segni lasciati dalla mia calligrafia inclinata e spigolosa.
Ci sono decenni, tre, anzi due, accumulati sui miei fogli. La questione è forse la poca memoria o la scarsa attitudine a parlare di me. Mi sono allenato a scrivere veloce quasi quanto io riesca a pensare, per non perdere pezzi. Mi distraggo troppo facilmente e il rombo basso di un tuono basta a far deviare questo mattino grigio dalla noia al torpore. Cos'è che stavo dicendo. Più o meno niente come al solito e mi viene in mente una delle mie tante citazioni scontate "Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.".
La lista è certamente lunga. Cercherò di essere breve.
Non mi si addicono nell'ordine.
Colori forti e luci intense. Le cose fatte in fretta senza avere il tempo di pensare. I dialoghi scontati. I casi editoriali, i cinepanettoni di natale. Le cerimonie, le cravatte e le scarpe lucidate. Gli errori nelle lettere e le parole scritte sbagliate. Non chiedermi perché e non mettermi a criticare. Le cose non finite e lasciate stare. I dolci fritti e le cose fatte male. Le storie false, quelle deformate. Le persone stupide e quelle che proprio non ci vogliono arrivare.
Dilungarmi troppo.
La carta su cui scrivo non è mai stata bianca, colore troppo virginale, non adatto a me. Ho sempre preferito l'abbraccio caldo di un colore che non mi urlasse in faccia il suo dolore per i segni lasciati dalla mia calligrafia inclinata e spigolosa.
Ci sono decenni, tre, anzi due, accumulati sui miei fogli. La questione è forse la poca memoria o la scarsa attitudine a parlare di me. Mi sono allenato a scrivere veloce quasi quanto io riesca a pensare, per non perdere pezzi. Mi distraggo troppo facilmente e il rombo basso di un tuono basta a far deviare questo mattino grigio dalla noia al torpore. Cos'è che stavo dicendo. Più o meno niente come al solito e mi viene in mente una delle mie tante citazioni scontate "Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.".
La lista è certamente lunga. Cercherò di essere breve.
Non mi si addicono nell'ordine.
Colori forti e luci intense. Le cose fatte in fretta senza avere il tempo di pensare. I dialoghi scontati. I casi editoriali, i cinepanettoni di natale. Le cerimonie, le cravatte e le scarpe lucidate. Gli errori nelle lettere e le parole scritte sbagliate. Non chiedermi perché e non mettermi a criticare. Le cose non finite e lasciate stare. I dolci fritti e le cose fatte male. Le storie false, quelle deformate. Le persone stupide e quelle che proprio non ci vogliono arrivare.
Dilungarmi troppo.
MAICOOOOOO
Mi sta bene tutto. Mi sta bene che la lingua cambi, che si evolva, che le parole si modifichino e che nel nostro vocabolario entrino tutte quelle parole che fanno tanto storcere la bocca ai puristi (quelli veri) della lingua.
Posso sopportare che si scriva "a me mi" e che ci si possa riferire ad una donna con "gli" anziché con "le".
Posso sopportare che le vecchiette dicano "altro" al garzone del droghiere quando hanno finito di fargli mettere e togliere fettine semitrasparenti di prosciutto dalla bilancia fino a raggiungere il peso ESATTO di 100 grammi.
Sul mio limite di sopportazione in merito all'abolizione coatta del congiuntivo ci sarebbe da discutere, ma credo sia soltanto un mio problema dovuto al mio essere irriducibilmente toscano. Diciamo che potrei, più che sopportarlo, farmene una ragione, se proprio decidessero di farmelo fuori.
Posso sopportare, perfino, tutte quelle parole orrendamente storpiate dall'inglese che ormai usiamo tutti.
Ma, porco cazzo, se proprio vuoi dare un nome di merda a tuo figlio, scegline almeno uno che poi saprai pronunciare: perché quello che proprio non posso sopportare, quando faccio la spesa, è sentire uno che, inseguendo tra gli scaffali un mefistofelico bimbetto, continua a urlargli dietro, con tutto il fiato che ha in corpo: "MAICOOOOO"
Posso sopportare che si scriva "a me mi" e che ci si possa riferire ad una donna con "gli" anziché con "le".
Posso sopportare che le vecchiette dicano "altro" al garzone del droghiere quando hanno finito di fargli mettere e togliere fettine semitrasparenti di prosciutto dalla bilancia fino a raggiungere il peso ESATTO di 100 grammi.
Sul mio limite di sopportazione in merito all'abolizione coatta del congiuntivo ci sarebbe da discutere, ma credo sia soltanto un mio problema dovuto al mio essere irriducibilmente toscano. Diciamo che potrei, più che sopportarlo, farmene una ragione, se proprio decidessero di farmelo fuori.
Posso sopportare, perfino, tutte quelle parole orrendamente storpiate dall'inglese che ormai usiamo tutti.
Ma, porco cazzo, se proprio vuoi dare un nome di merda a tuo figlio, scegline almeno uno che poi saprai pronunciare: perché quello che proprio non posso sopportare, quando faccio la spesa, è sentire uno che, inseguendo tra gli scaffali un mefistofelico bimbetto, continua a urlargli dietro, con tutto il fiato che ha in corpo: "MAICOOOOO"
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