Pensò di suicidarsi per diventare famoso. Poi pensò che ai morti non possono dare il Nobel e che quindi sarebbe stato meglio aspettare. Su questa profonda considerazione gli ci scappò una risatina. Era stata dura, la pila delle lettere di rifiuto era andata aumentando nel corso degli anni. Ma adesso, dopo anni trascorsi a sbarcare il lunario con lavoretti saltuari, era riuscito finalmente a far pubblicare quel libro che gli era costato tanta fatica, tante notti insonni e tre decimi buoni di vista.
L'editore aveva corretto alcune parti, ne aveva tolte altre e il titolo non era quello che lui avrebbe voluto, ma insomma, era comunque un libro, il suo primo.
Il pomeriggio precedente gli avevano consegnato le sue cinquanta copie, per gli amici, i parenti, un po' di promozione "casalinga" gli avevano detto. Altre copie erano state inviate ai giornali ed altre ancora erano già in alcune librerie della città, il giorno dopo magari sarebbero già state sugli scaffali.
Lui se ne era andato a letto con quello scatolone mezzo aperto accanto al letto a tenergli compagnia e a fargli, una volta tanto, da comodino, a lui che un comodino non l'aveva mai avuto perché proprio non avrebbe saputo dove metterlo in quella microscopica stanzetta.
Si svegliò il mattino seguente prima che suonasse la sveglia, senza nemmeno aprire gli occhi allungò una mano e toccò ancora una volta la copertina lucida della copia che faceva capolino dallo scatolone. Già s'immaginava un reading nella bella libreria del centro, con la fila per gli autografi e le domande dei lettori. Si alzò e fece meno fatica del solito per lavarsi vestirsi e prepararsi per andare in quell'orrido fastfood che, per quanto facesse schifo, lui e il puzzo di fritto che esalava, gli aveva consentito di vivacchiare fino a quello splendido momento.
S'infilò le cuffie come tutte le mattine, chiuse la porta, la riaprì, si infilò una copia del libro in tasca, si voltò e uscì.
Incazzato. Sempre incazzato e con un mal di testa feroce. E va bene, anche ieri sera era tornato a casa ubriaco. Ma che bisogno c'era di aspettarlo alzata e fargli quella parte a culo. Le urla, di sicuro le avevano sentite anche i vicini. I bambini si erano svegliati, avevano cominciato a piangere. E adesso: un mal di testa feroce, aveva anche buttato giù due aspirine insieme al caffè ma non erano servite a niente. Avrebbe dovuto provare col buon vecchio bicchiere della staffa ma era un autobus quello che doveva guidare, non era il caso di bere.
Povera donna però, ritrovarsi a quarantanni con un marito mezzo alcolizzato e un figlio ancora da crescere. Però lui lo stipendio a casa l'aveva sempre portato. Pochi: ma regolari. La casa l'avevano comprata, i vestiti e i libri per la scuola c'erano sempre stati, le bollette le aveva sempre pagate, non aveva mai fatto mancare niente a nessuno, non aveva debiti con nessuno. Proprio non capiva che male ci fosse se, qualche volta, tornava a casa un po' bevuto. Che ne sapeva lei dello stress, tutto il giorno in mezzo al traffico, con le vecchiette senza biglietto e le domande incomprensibili dei turisti. A fine giornata, con gli amici di sempre, al bar, un bicchiere tira l'altro e alla fine eccoci qua.
L'autobus come tutte le mattine, ma stamani nella tasca della giacca c'era il dolce peso di quel libro con il suo nome dritto in copertina.
Che mal di testa e che sonno. Era stato costretto, da ubriaco, a star alzato fino a tardi a discutere e a promettere che non sarebbe successo mai più. Però, che sonno.
Ritrovarono il libro poco distante. E ne trovarono altri, poi, nella stanza dove viveva in affitto. I giornali ne scrissero, i libri andarono a ruba, due ristampe in nemmeno una settimana. Famoso adesso lo era ma il Nobel non glielo avrebbero potuto dare.
venerdì 26 febbraio 2010
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