Svegliarsi al mattino e sentire i piedi come nella melassa.
La carta su cui scrivo non è mai stata bianca, colore troppo virginale, non adatto a me. Ho sempre preferito l'abbraccio caldo di un colore che non mi urlasse in faccia il suo dolore per i segni lasciati dalla mia calligrafia inclinata e spigolosa.
Ci sono decenni, tre, anzi due, accumulati sui miei fogli. La questione è forse la poca memoria o la scarsa attitudine a parlare di me. Mi sono allenato a scrivere veloce quasi quanto io riesca a pensare, per non perdere pezzi. Mi distraggo troppo facilmente e il rombo basso di un tuono basta a far deviare questo mattino grigio dalla noia al torpore. Cos'è che stavo dicendo. Più o meno niente come al solito e mi viene in mente una delle mie tante citazioni scontate "Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.".
La lista è certamente lunga. Cercherò di essere breve.
Non mi si addicono nell'ordine.
Colori forti e luci intense. Le cose fatte in fretta senza avere il tempo di pensare. I dialoghi scontati. I casi editoriali, i cinepanettoni di natale. Le cerimonie, le cravatte e le scarpe lucidate. Gli errori nelle lettere e le parole scritte sbagliate. Non chiedermi perché e non mettermi a criticare. Le cose non finite e lasciate stare. I dolci fritti e le cose fatte male. Le storie false, quelle deformate. Le persone stupide e quelle che proprio non ci vogliono arrivare.
Dilungarmi troppo.
venerdì 26 febbraio 2010
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