martedì 30 dicembre 2008
davvero?
ho guardato questi occhi credibili, non in-credibili, proprio credibili, e basta. e quel cielo plumbeo. uno sguardo ipnotizzato da quel grigio che da giorni non si muove. nonostante tutto il vento. Sono lezioni di vita. Le vite quelle creative che non cercano ragioni o giustificazioni morali. Stranamente profondi quegli occhi, credibili e per questo difficilmente decifrabili. Nascondono un grande racconto, e la quotidianità costretta nel bieco cronachismo, un racconto mancato con il fascino abusato di Godot. Come un libro talmente scontato che arrivato a metà ho già la sensazione di averlo finito e ogni pagina in più è una condanna alla noia. Dallo stereo esce un david bowie giovane, fin troppo, che dice qualcosa in merito ad un uomo venuto dalle stelle e sopra di me c'è una finestra, un buco sul soffitto affacciato diritto su di un affilato cielo invernale. La confusione raggiunge un livello sconosciuto. Un abbozzo e poco più e strane confluenze. Un modo quantomeno complesso per comprendere i meccanismi fondamentali della società contemporanea. Una sofferta pratica ripetitiva affogata nell'egoismo e in questioni trascurabili descritte perlopiù in una lingua sconosciuta. Occhi stupiti di un fascino spaesato, un sorriso tirato e disarmante perché ha l'odore del finto e ti secca le parole fino giù nello stomaco. Non ho più l'autoricarica perché le parole degli altri mi interessano meno e perché mi sembrava scortese prolungare telefonate inutili soltanto per poterne fare di ancora più inutili. Si capiva. Non mi accontento di poco. Non è una critica costruttiva, è un'opinione distruttiva, ove possibile, se applicabile. Interno giorno post-atomico, ordine eccessivo, decisamente maniacale e poco coerente. Parliamone. In maniera generica, non sono sufficientemente occidentale per approfondire.
domenica 28 dicembre 2008
Non si abbisogna di un titolo
il fumo si alza lentamente dal posacenere, l'ennesima sigaretta spenta male e controvoglia. Giorni su giorni passati a pensare immerso in questa strana apatia dei giorni di festa, con gente lontana. Non ci sono nemmeno io.
Socchiudere la porta del mio silenzio.
guidare per un'ora sulla mia strada tortuosa in mezzo a musica vecchia e parole aduse. Ospite in una serata qualunque di persone inquietanti. I segni che rimangono addosso.
Hai un colore preferito. Era una domanda qualche anno fa. Il tuo colore preferito. Un suono il mio. E un organo. Non so dove voglio andare. Facile. Tutto questo in un sinestetico museo delle cere.
Ricordo giochi e risate.
Il lunatico è sull'erba.
Socchiudere la porta del mio silenzio.
guidare per un'ora sulla mia strada tortuosa in mezzo a musica vecchia e parole aduse. Ospite in una serata qualunque di persone inquietanti. I segni che rimangono addosso.
Hai un colore preferito. Era una domanda qualche anno fa. Il tuo colore preferito. Un suono il mio. E un organo. Non so dove voglio andare. Facile. Tutto questo in un sinestetico museo delle cere.
Ricordo giochi e risate.
Il lunatico è sull'erba.
venerdì 26 dicembre 2008
Non ho sognato pecore elettriche
ho visto cose che voi umani.
potete comodamente guardare seduti sul vostro divano.
basta avere la tessera del videonoleggio.
e tre giorni di festa, senza un cazzo da fare.
potete comodamente guardare seduti sul vostro divano.
basta avere la tessera del videonoleggio.
e tre giorni di festa, senza un cazzo da fare.
martedì 23 dicembre 2008
ordine
Ho imparato la calma e la pazienza. Perché non sono mai stato bravo a capire i segni. Sarà per la mia diversità. Sarà che non sono bravo a calarmi nei panni degli altri, per quanto io ci provi. Stento a capire che i gesti degli altri non hanno lo stesso significato dei miei.
Non ho imparato a ricordarmi dei numeri di telefono perché sono più importanti i volti e le parole, mi confondono quelle strane sequenze numeriche cha vanno di pari passo con i nomi, anche quelli, i nomi, non riesco mai a ricordarli.
Non ho imparato a mentire. Mi hanno detto che la mia sincerità a volte spaventa, solito problema, non capisco perché. Sarà incoscienza la mia. Sarà che, come diceva DFW, "La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi". E qui c'entrano il mio cinismo strisciante e il mio egocentrismo eccessivo. Però lo so che c'è gente migliore di me, ma ce n'è di peggiore e di questo sono abbastanza sicuro perché li ho conosciuti.
Ho imparato a farmi bastare un sacco di cose, ma non ho mai imparato a farmi bastare il tempo. Faccio le cose con lentezza, e non è nemmeno detto che le faccia bene.
Ho imparato a farmi le domande giuste o a non farmene proprio, che forse tra tutte è la scelta più saggia nella maggioranza dei casi.
Ho imparato a mettere le cose al loro posto, nella vita e in cucina, quindi vedete di fare poco casino.
Non ho imparato a ricordarmi dei numeri di telefono perché sono più importanti i volti e le parole, mi confondono quelle strane sequenze numeriche cha vanno di pari passo con i nomi, anche quelli, i nomi, non riesco mai a ricordarli.
Non ho imparato a mentire. Mi hanno detto che la mia sincerità a volte spaventa, solito problema, non capisco perché. Sarà incoscienza la mia. Sarà che, come diceva DFW, "La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi". E qui c'entrano il mio cinismo strisciante e il mio egocentrismo eccessivo. Però lo so che c'è gente migliore di me, ma ce n'è di peggiore e di questo sono abbastanza sicuro perché li ho conosciuti.
Ho imparato a farmi bastare un sacco di cose, ma non ho mai imparato a farmi bastare il tempo. Faccio le cose con lentezza, e non è nemmeno detto che le faccia bene.
Ho imparato a farmi le domande giuste o a non farmene proprio, che forse tra tutte è la scelta più saggia nella maggioranza dei casi.
Ho imparato a mettere le cose al loro posto, nella vita e in cucina, quindi vedete di fare poco casino.
giovedì 11 dicembre 2008
Cose di dubbio gusto
Scarpe rosa con tacco e lustrini (che fanno pendant con cappello rosa peloso). Calzini bianchi con sandalo, ma se sei tedesco e non ne puoi fare a meno neanche il ventitre gennaio, allora sei giustificato. Il tipo accanto a te al semaforo che si scaccola (e fino a qui, tanto tra un po' sarà disciplina olimpica...) e mentre lo fa ti guarda, poi guarda la caccola, e poi ti riguarda (che fai, i confronti?!). Quelli che mentre ti parlano hanno bisogno di prenderti un braccio e scuotertelo fino a procurarti traumi lacerocontusi (non è che ci sento col braccio, le vedi le orecchie, LE VEDI?!?!?). Il tipo che in treno davanti a te si toglie le scarpe e si accovaccia sul sedile, perché si sa, è vietato mettere i piedi sui sedili se hai le scarpe, ma NON è vietato gassificare gli altri occupanti lo scompartimento con l'afrore venefico dei tuoi calzini, vieppiù bucati, che non togli dal settandadue e ormai sono un ricordo, cosa ci posso fare. Le frasi a sproposito quando lo sai che hai seguito metà discorso e non c'hai capito niente ma ti dispiace non partecipare al dibattito. Il tipo che in treno, sarà che ho passato troppe ore viaggiando in treno e ne ho viste di tutti i colori, cerca disperatamente di attaccare bottone e non serve a niente rispondere in un crescendo di monosillabi mugugni e grugniti, aprire un libro e attaccare il lettore mp3, loro continuano a parlare e alla fine degenerano in quelli che ti s'attaccano al braccio. Le vecchiette che ti passano davanti quando sei in fila da due ore e un quarto facendo le indifferenti perché alle persone anziane si deve portare rispetto anche se sono dei giganteschi pezzi di merda. I ritardatari cronici, che sanno di avere un appuntamento a cinquanta metri da casa, da dodici ore, e no, proprio non ce la fanno ad essere puntuali, e arrivano con tre quarti d'ora di ritardo perché il gomito gli faceva contatto col malleolo per le cavallette o per un'altra scusa pescata a caso dal monologo di John Belushi.
Vabbè, ovvio, gli scrittori di prefazioni, loro non possono mancare, e quelli di blog, certo.
Quelli che stanno una giornata intera a pensare quali potrebbero essere cose di dubbio gusto quando avrebbero un milione di cose da fare.
Sarà che oggi sono un po' acido. Sarà che ieri ero uguale.
Vabbè, ovvio, gli scrittori di prefazioni, loro non possono mancare, e quelli di blog, certo.
Quelli che stanno una giornata intera a pensare quali potrebbero essere cose di dubbio gusto quando avrebbero un milione di cose da fare.
Sarà che oggi sono un po' acido. Sarà che ieri ero uguale.
mercoledì 10 dicembre 2008
Cipolle e libertà
ho letto un libro talmente strano che ho cercato la copertina su internet per metterla sul blog e non l'ho trovata. Avrei voluto farne una scansione, ma il libro l'ho prestato, e questa è la quinta volta che lo presto, quindi non posso. Sul sito della casa editrice c'è un cartello con su scritto "in fase di ristrutturazione" e quindi niente pagina dell'editore. Inizio a sospettare che sia una congiura.
Il libro si chiama "Cipolle e Libertà" e sono i ricordi di un metalmeccanico di nome Gelmino Ottaviani invecchiato tra la fabbrica e il sindacato e ormai alle soglie della pensione.
Il libro l'ho conosciuto perché c'è stato uno, uno che secondo me è bravo, che qualche anno fa ne ha tirato fuori un monologo teatrale. E il monologo è un po' come il libro: seduto. Ma non nel senso che annoia, no, nel senso che è come avere uno dei nostri vecchi davanti che ti racconta la sua storia. E, a parte le cose che dice, che sono lezioni di vita, è anche questo che mi piace.
Non so se a voi è mai successo di passare un'ora o più della vostra vita seduto ad ascoltare una persona che avesse quattro volte la vostra età. Sono rare le occasioni in cui queste persone trovano la voglia di raccontare. Sarà che sono stanchi, sarà che sanno che il tempo che gli rimane è poco, sarà che in un modo o in un altro i loro racconti parlano sempre di freddo, di fame, di guerra.
E me ne ricordo soprattutto una di serate passate ad ascoltare. Era estate e faceva un caldo impossibile, l'affanno dell'afa spariva soltanto verso le due del mattino. E successe proprio verso quell'ora che ci trovammo seduti in quattro o cinque e che Sandro tutto ad un tratto iniziò a raccontare. Ottanta anni di capelli bianchi, di muscoli tirati sulle piccole ossa, di rughe sul volto di chi ha combattuto una vita tra il sole e la terra dei campi e quegli occhi azzurri e svegli che sono ancora quelli di un ragazzo di vent'anni.
Fu una notte di racconti della sua campagna, delle legnate prese dai fascisti, delle cose viste in guerra e del ritorno a piedi dalla Jugoslavia. Del freddo dell'inverno greco e di quello delle notti passate nel bosco sperando che nessuno ti venisse a cercare. Ridemmo, ridemmo fino a piangerne di certe cose che ci si dovrebbe soltanto piangere.
Poi me ne andai a casa, in bicicletta, ed era già l'alba.
Ah, sì, poi la copertina del libro l'ho trovata.
Il libro si chiama "Cipolle e Libertà" e sono i ricordi di un metalmeccanico di nome Gelmino Ottaviani invecchiato tra la fabbrica e il sindacato e ormai alle soglie della pensione.
Il libro l'ho conosciuto perché c'è stato uno, uno che secondo me è bravo, che qualche anno fa ne ha tirato fuori un monologo teatrale. E il monologo è un po' come il libro: seduto. Ma non nel senso che annoia, no, nel senso che è come avere uno dei nostri vecchi davanti che ti racconta la sua storia. E, a parte le cose che dice, che sono lezioni di vita, è anche questo che mi piace.
Non so se a voi è mai successo di passare un'ora o più della vostra vita seduto ad ascoltare una persona che avesse quattro volte la vostra età. Sono rare le occasioni in cui queste persone trovano la voglia di raccontare. Sarà che sono stanchi, sarà che sanno che il tempo che gli rimane è poco, sarà che in un modo o in un altro i loro racconti parlano sempre di freddo, di fame, di guerra.
E me ne ricordo soprattutto una di serate passate ad ascoltare. Era estate e faceva un caldo impossibile, l'affanno dell'afa spariva soltanto verso le due del mattino. E successe proprio verso quell'ora che ci trovammo seduti in quattro o cinque e che Sandro tutto ad un tratto iniziò a raccontare. Ottanta anni di capelli bianchi, di muscoli tirati sulle piccole ossa, di rughe sul volto di chi ha combattuto una vita tra il sole e la terra dei campi e quegli occhi azzurri e svegli che sono ancora quelli di un ragazzo di vent'anni.
Fu una notte di racconti della sua campagna, delle legnate prese dai fascisti, delle cose viste in guerra e del ritorno a piedi dalla Jugoslavia. Del freddo dell'inverno greco e di quello delle notti passate nel bosco sperando che nessuno ti venisse a cercare. Ridemmo, ridemmo fino a piangerne di certe cose che ci si dovrebbe soltanto piangere.
Poi me ne andai a casa, in bicicletta, ed era già l'alba.
Ah, sì, poi la copertina del libro l'ho trovata.
mercoledì 3 dicembre 2008
Fai ciao con la manina
Non sono mai stato bravo con le presentazioni e con i saluti. Con tutto quello che sta in mezzo ho sempre provato a cavarmela con risultati un po' incerti, altalenante tra sfavillanti successi e fallimenti disastrosi (leggasi figure di merda, né più né meno).
E adesso vorrei salutare un amico che parte, ma mi viene difficile. I saluti dovrebbero essere qualcosa che ti rimane, qualcosa che ti accompagna per il viaggio che farai, che sia quello dalla porta di casa al letto o quello che ti porta in un'altra città.
E invece a me piacciono le parole dette perché esistono quando le dici e poi svaniscono. Mi piacciono gli sguardi di traverso che sembrano non guardarti e invece ti stanno guardando attraverso. Mi piacciono le persone complicate e un po' anche quelle che si complicano e non per vanità o per voler essere quello che non sono, semplicemente perché anche loro in fondo in fondo non ci hanno ancora capito niente.
Mi piacciono le lunghe chiacchierate che iniziano parlando della banalità metereologica e senza nemmeno volerlo finiscono parlando di chi siamo e di chi vorremmo essere.
Mi mancano le lunghe chiacchierate con ognuno di voi. Quelle seduti in fortezza stretti nelle sciarpe e nelle giacche fino a quando il sole va giù e c'è un autobus da prendere. Quelle seduti in macchina per un nuovo viaggio. Quelle girando in tondo tra le mura e su noi stessi. Quelle seduti attorno ad un tavolo, tra i tuoi occhi sfuggenti e la mia camicia a quadri.
Per fortuna il freddo di questi giorni un po' mi aiuta, qualcuno potrà anche pensare che i miei occhi siano lucidi per la commozione e sarà soltanto il freddo, perché no, di piangerci, su queste cose, proprio non mi riesce. Non per cattiveria, perché quando qualcuno se ne va in bocca al suo destino, per quanto si potrà sentire la sua mancanza, non si può e non si deve essere tristi.
E poi gli auguri che si fanno di solito non mi sono mai piaciuti. Cosa si dice ad un amico che inizia una nuova vita, mi vengono in mente soltanto formule rituali, un po' desuete e consunte, che per quanto tu faccia risultano sempre un po' banali. Ma che, per quanto tu faccia, sono l'unica cosa che puoi dire.
E allora, ancora una volta, buon viaggio, buonanotte e buona fortuna.
E adesso vorrei salutare un amico che parte, ma mi viene difficile. I saluti dovrebbero essere qualcosa che ti rimane, qualcosa che ti accompagna per il viaggio che farai, che sia quello dalla porta di casa al letto o quello che ti porta in un'altra città.
E invece a me piacciono le parole dette perché esistono quando le dici e poi svaniscono. Mi piacciono gli sguardi di traverso che sembrano non guardarti e invece ti stanno guardando attraverso. Mi piacciono le persone complicate e un po' anche quelle che si complicano e non per vanità o per voler essere quello che non sono, semplicemente perché anche loro in fondo in fondo non ci hanno ancora capito niente.
Mi piacciono le lunghe chiacchierate che iniziano parlando della banalità metereologica e senza nemmeno volerlo finiscono parlando di chi siamo e di chi vorremmo essere.
Mi mancano le lunghe chiacchierate con ognuno di voi. Quelle seduti in fortezza stretti nelle sciarpe e nelle giacche fino a quando il sole va giù e c'è un autobus da prendere. Quelle seduti in macchina per un nuovo viaggio. Quelle girando in tondo tra le mura e su noi stessi. Quelle seduti attorno ad un tavolo, tra i tuoi occhi sfuggenti e la mia camicia a quadri.
Per fortuna il freddo di questi giorni un po' mi aiuta, qualcuno potrà anche pensare che i miei occhi siano lucidi per la commozione e sarà soltanto il freddo, perché no, di piangerci, su queste cose, proprio non mi riesce. Non per cattiveria, perché quando qualcuno se ne va in bocca al suo destino, per quanto si potrà sentire la sua mancanza, non si può e non si deve essere tristi.
E poi gli auguri che si fanno di solito non mi sono mai piaciuti. Cosa si dice ad un amico che inizia una nuova vita, mi vengono in mente soltanto formule rituali, un po' desuete e consunte, che per quanto tu faccia risultano sempre un po' banali. Ma che, per quanto tu faccia, sono l'unica cosa che puoi dire.
E allora, ancora una volta, buon viaggio, buonanotte e buona fortuna.
martedì 2 dicembre 2008
Favole moderne (Fedro ci fa un baffo)
Prologo (in forma dialogica):
- perché scrivi un blog?
- per aumentare in maniera indiscriminata l'entropia dell'universo.
La storia (in atto unico):
- mavaffanculo, va.
Epilogo (con morale):
un diamante è per sempre ma anche un vaffanculo dura il giusto.
- perché scrivi un blog?
- per aumentare in maniera indiscriminata l'entropia dell'universo.
La storia (in atto unico):
- mavaffanculo, va.
Epilogo (con morale):
un diamante è per sempre ma anche un vaffanculo dura il giusto.
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